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amatriceSempre a parlare di rifiuti...Ma questa è una bella notizia. Anche gustosa. Ed è anche un invito da diffondere.

Avrete tutti visto l' "Estate romana" a base di piatti e bicchieri di plastica usa e getta. Uguale agli anni 70, sempre tutto in sacchi neri tristissimi... Roma "incontra il mondo" ma scarica a Malagrotta...

La bella notizia è questa:
Sabato 28 e Domenica 29 settembre ad Amatrice (RI) ci sarà la sagra degli spaghetti all’amatriciana, ma quest’anno con una novità sostanziale: sarà una Ecofesta! Senza plastica e bottigliette d’acqua. Tutti gli scarti – piatti e bicchieri di cellulosa, stoviglie di legno,
avanzi di cibo – verranno tritati direttamente durante la festa, raccolti, e a fine festa portati in una serie di compostiere allestite in vicinanza dal Comune.

L’acqua sarà alla spina e si potrà prendere solo con il bicchiere. Gli esempi concreti sono meglio dei (soli) messaggi educativi...e speriamo che ben presto possa divenire uno standard, in una Regione che ha assoluto bisogno di passare alle buone pratiche.

Molto positiva anche la collaborazione fra Enti: le compostiere utilizzate sono state date in prestito dal Comune di Corchiano (Viterbo). Un Comune quello di Corchiano, che ben presto porterà
altre notizie positive..


Il programma della festa
Perché l'Ecofesta
 - dal sito del Comune di Amatrice, il testo motivazionale e la possibilità di scaricare una breve guida al compostaggio.


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di Silvia Paolillo, da www.parconazionale5terre.it

Ne verranno posizionate 22, lungo il perimetro della zona C dell’Area Marina Protetta delle Cinque Terre: non solo impediranno la pratica illegale della pesca a strascico, ma favoriranno il ripopolamento ittico dell’intera area.
Enormi “sacchi”, la cui bocca può arrivare anche a 50 metri di larghezza, che vengono trascinati sui fondali per catturare tutto il pesce che nuota nella colonna d’acqua. Queste sono le reti a strascico. Un metodo di pesca estremamente efficiente a livello quantitativo, ma ben poco selettivo poiché, oltre alle “specie target”, quelle cioè commerciabili, sono inevitabilmente coinvolte nella cattura anche varietà ittiche prive di mercato che vengono rigettate in mare ferite o morte.
Senza contare che lo strascico equivale ad “arare” i fondali: alghe, coralli, spugne e piccoli crostacei vengono strappati via trasformando con il tempo quelli che erano prima colorati e animati spazi marini in desolati deserti sommersi.

Per garantire una efficace protezione dell’ambiente marino e la tutela delle risorse biologiche e geomorfologiche della zona, con un decreto del novembre 2004, il Ministero dell’Ambiente vietava la pesca a strascico in tutta l’Area Marina Protetta delle Cinque Terre.
«Come purtroppo spesso accade né i divieti né i controlli da parte delle autorità competenti – dichiara Claudio Valerani, tecnico dell’AMP Cinque Terre – sono riusciti ad impedire questa disastrosa pratica. E’ per questo che abbiamo deciso di ricorrere al posizionamento di unità dissuasive artificiali. Se i pescatori non sentono le ragioni della legge sentiranno di certo quelle del loro portafoglio.»

Quattro grandi uncini doppi in acciaio inseriti in un basamento in calcestruzzo armato “sea friendly” capace di garantire buona stabilità e resistenza al moto ondoso, ma anche substrato ideale per la colonizzazione di organismi marini. Queste, in parole povere, le unità dissuasive artificiali contro la pesca a strascico che preserveranno l’Area Marina Protetta delle Cinque Terre dallo sfruttamento illegale. Se infatti qualche “perseverante” pescatore dovesse avvicinarsi alla zona protetta con le reti a strascico queste rimarrebbero impigliate nei rampini in acciaio: reti strappate e divergenti, le piastre su misura che impediscono alla rete di chiudersi nel corso della battuta di pesca, irrimediabilmente perse. Un danno economico valutabile tra i 3 e gli 8 mila euro.

«Queste strutture, pur non segnalate, non provocheranno problemi alla navigazione – sottolinea Claudio Valerani – poiché si è provveduto a posizionarle ad una batimetria che garantirà ai natanti un battente d’acqua di circa 15 metri. Saranno un pericolo – conclude - solo per chi ha intenzione di sfruttare, con tecniche e strumenti non consentiti dalla legge, le risorse ittiche dell’AMP Cinque Terre.» Dunque, già nei prossimi giorni, il mare delle Cinque Terre sarà protetto da infallibili e inflessibili custodi che, oltre ad evitare lo sfruttamento illegale dell’area e la desertificazione dei fondali, si ricopriranno rapidamente di organismi marini trasformandosi in “nurseries” per pesci.

Il progetto "M.A.R.E" - Misure antistrascico per il ripolamento ecosostenibile - finanziato dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Mare, è frutto della collaborazione fra Area Marina Protetta delle Cinque Terre e la società Reef Consulting.


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da www.parconazionale5terre.it

A lanciare l’idea Franco Bonanini, presidente del Parco Cinque Terre e Fausto Giovanelli, presidente del Parco dell’Appennino Tosco-Emiliano, intervenuti al meeting Prodotti tipici: ambasciatori nel mondo, tenutosi martedì 24 agosto alla Festa nazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione a Reggio Emilia.
La singolare alleanza tra i due parchi, affonda le sue radici nel saldo terreno delle produzioni agroalimentari targate Made in Italy.

Da un lato quelle del territorio delle Cinque Terre  dove – ha detto Bonanini –  «Non si è puntato certo su di un turismo mordi e fuggi. Anzi, da quando, dieci anni fa è nato il Parco, la nostra strategia è stata quella di coniugare conservazione e sviluppo, tipicità e paesaggio, per indirizzare e non subire il turismo e, soprattutto, per far si che il nostro territorio non venisse divorato e svuotato da un processo bulimico.»

«Dall’altro l’Appennino al confine tra Emilia e Toscana “dove – ha spiegato Giovanelli – uno studio condotto da Inea, Federparchi e Legambiente per conto del Ministero dell’Ambiente (“L’agricoltura nella rete ecologica nazionale, il repertorio dei prodotti tipici”) riconosce le province del nostro Parco al primo posto in Italia per la produzione di prodotti Dop, Igp e agroalimentari tradizionali (64), prima ancora del Parco dello Stelvio (56), del Cilento (54), e delle Foreste Casentinesi (42).»

Binomio prodotti e turismo
«Tra prodotti e turismo più che di una binomio si tratta di un legame indissolubile. - Ha sottolineato Bonanini - Il turista che viene da noi cerca sapori e saperi tipici e questi ultimi sono il motore per la ripresa del settore agricolo e dunque elemento di conservazione del paesaggio delle Cinque Terre. E' nostro dovere fidelizzare il visitatore con una proposta di garantita qualità, che sia al contempo onesta e senza sorprese. Inoltre il turista che frequenta la nostra costa ha, in un areale vicino, il naturale sfogo nell’Appennino, con altrettante proposte gastronomiche e ambientali, così come abbiamo evidenziato nel progetto di area vasta “Parchi di Mare e d’Appennino” siglato nel 2007, insieme a Legambiente e a 8 aree protette site tra Emilia, Liguria e Toscana.»

«E in fatto di turismo – gli ha fatto eco Giovanelli – dalle Cinque Terre c’è da imparare. Però non ci è sfuggita la nostra tipicità: le terre del nostro Parco all’estero sono conosciute come i luoghi del Parmigiano Reggiano e del Prosciutto di Parma. E, allora, troviamo naturale creare una sinergia in questa cerniera tra Europa e Mediterraneo. Per questo presentiamo i prodotti del territorio nei mercatini stagionali a Riomaggiore: accanto al paesaggio, mettiamo la ricchezza dei prodotti. E per uscire dalla crisi – replica all’intervistatore dal palco  – occorre una nuova strategia imprenditoriale (dei privati) e nuove politiche di marketing (per il pubblico).»

«Non è casuale che si parli così tanto di tipicità ora che si è in crisi – ha aggiunto Bonanini -. La somma delle piccole produzioni dei territori, è capace di creare economia anche senza i massicci investimenti necessari all’industria. Un po’ come abbiamo fatto creando la rete degli affittacamere alle Cinque Terre, diversa dalle strutture alberghire, che consente da un lato di recuperare gli edifici già esistenti e dall'altro di mantenere “vivi” i borghi durante tutto l'arco dell'anno. Il futuro sta nel piccolo e l’agricoltura dimostra la sua efficacia, sia in termini di mantenimento del paesaggio che delle opportunità occupazionali. E’ chiaro che è ora di far cessare sofisticazioni e imitazioni con norme severe e, per questo, dare la giusta remunerazione agli agricoltori.»

Di qui l'esigenza di creare “una lobby buona a sostegno dei piccoli produttori, a capo di un’Italia buona, come una vera e propria agenzia per i prodotti di qualità”.

25 agosto 2010 


 


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I comitati in lotta ormai da 52 giorni sul tetto dell’Ospedale di Tinchi continuano la protesta nonostante la stanchezza fisica e mentale osservata anche in modo preoccupante in alcuni dimostranti. Tuttavia, si è decisi a continuare nella lotta, privilegiando d’ora in poi modalità più aperte alla ripresa di un dialogo costruttivo con tutte le forze sociali e politiche convergenti sulla opportunità di conservare e rafforzare il presidio ospedaliero di Tinchi, prezioso in un territorio vasto e popolato come il Metapontino nel quale, nella presente stagione turistica si è verificato un boom di presenze...

Tanto basta per aggiungere altro argomento a favore della necessità di disporre di una struttura ospedaliera come quella di Tinchi. Di questo Ospedale oggi si celebra il trentesimo anniversario della sua apertura. “Non si può morire a trentanni” è il tema della serata. L’evento sarà celebrato con un concerto dei MadagaSKA, un gruppo affermato che porta la solidarietà alla lotta con la musica, genere SKA, e con uno spettacolo di fuochi pirotecnici dal tetto dell’ospedale

Si coglie l’occasione per esprimere un pensiero sull’argomento da parte del Prof. Pietro Tamburrano e di Pietro Giannace in rappresentanza dei Comitati in lotta.

Il Prof. Tamburrano afferma che all’orizzonte appaiono bagliori di speranza per una soluzione concorde sull’avvenire e sul destino dell’ospedale di Tinchi. In particolare egli dice: “è importante ascoltare martedì prossimo (24 agosto), davanti al pubblico sul piazzale dell’ospedale, il Sindaco di Pisticci Ing. Leone e il consigliere comunale Ing. Caramuscio, che presenteranno una proposta di soluzione del problema relativo all’ospedale di Tinchi molto vicina alla delibera di Consiglio Comunale consegnata alla Regione Basilicata. Ci sono molti punti di convergenza che, credo, possano aprire la strada giusta per la soluzione finale. Il mio appello è alla concordia e alla comprensione. L’Ospedale è struttura di pubblica utilità. L’Ospedale serve a tutti. Uniamoci per aiutarci vicendevolmente”.

Pietro Giannace sostiene che “i sacrifici affrontati dai manifestanti in questi 52 giorni devono necessariamente portare a una conclusione positiva e fa affidamento al buon senso della classe politica lucana. “Abbiamo mostrato determinazione e grande volontà a continuare la battaglia. Quello che chiediamo è lo status quo della struttura di Tinchi al 2009. Ci diano i servizi che avevamo l’anno scorso e si potrà anche discutere complessivamente del nuovo Piano Sanitario Regionale. Occorre un clima di calma e serenità dopo queste settimane di lotta. Le dimissioni di quanti sono responsabili del caos in cui versa la sanità nel Metapontino a partire dal Direttore Generale dell’Asm, aiuterebbero a creare un clima più favorevole. Il nostro territorio merita l’ospedale, potenziato e migliorato, anche come compensazione rispetto ai danni ambientali che ha subito negli ultimi decenni”.

Tinchi, 21 agosto 2010

Comitato CittadiniAttivi di Bernalda e Metaponto
Comitato Difesa Ospedale di Tinchi


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La letterina settimanale sulle questioni di genere
di Marika Borrelli


Secondo me, ci dobbiamo dare una belle regolata. Troppi messaggi discordanti: femminismo si o no? Sessismo d'antan o neo-sessismo? Se da una parte le (pochissime) donne di potere sembrano fregarsene di quelle che stanno peggio (Lady Gaga, per esempio), quelle 'normali' vengono ammazzate - ad un estremo - o rinchiuse in spazi protetti (tram di Jakarta) - nella vita quotidiana. In mezzo? Molta inciviltà. Ecco la mia lettera fuxia (rosa arrabbiato, cioè).

Il potere delle donne.

Ho dovuto leggere più volte un editoriale di Nancy Bauer (NYT) sul potere delle donne, quello di cui la celebre Lady Gaga sembra essere l’esponente più aggiornato, perché non riuscivo a capirne la modernità.
Non si tratta del potere politico, né di quello economico, tantomeno di quello accademico o scientifico. È una nuova formula antropologica per la quale il potere delle (nuove) donne passa attraverso un mix di comportamento tra Jersey Shore e Thelma&Louise, tra una sessualità esibita al parossismo (finanche sulle foto dei profili di fèisbuk) ed una crudeltà cinica nei confronti degli stessi uomini destinatari delle rappresentazioni ‘da strappona’.

Ammetto che ho fatto fatica a seguire il discorso. Mi sono chiesta a cosa potesse servire un potere siffatto, quello di voler attrarre gli uomini con pratiche e comportamenti adescanti al limite della decenza (suggerendo sottomissione ancestrale di tipo sessuale) e contemporaneamente trattarli come attrezzi usa-e-getta per una notte sola, roba fino a ieri teorizzata (e praticata) dai maschi più retrivi.  In altre parole, essere contemporaneamente oggetti (passivi) del desiderio e soggetti (attivi) di autodeterminazione, ovvero, come suggerisce la stessa Lady Gaga, essere il soggetto che decide di diventare un oggetto. Pare che sia l’acme del potere. Mah.

Ho provato ad immaginare un simile approccio nella vita quotidiana di milioni di uomini e donne e mi è sembrato un incubo apocalittico impraticabile.Con rapporti così fondati, non c’è solidarietà, né affetto, quanto mai amore. E il fascino, la scoperta? La possibilità di scegliere sulla base di affinità elettive?

E non è neanche una forma di moderno femminismo (piuttosto, incita all’emersione di un nuovo tipo di sessismo. Ma ne riparleremo prossimamente in questo blog), come insinua lo stesso articolo, chiamando in causa Sartre e la de Beauvoir.
La sessualità femminile è l’arma utilizzata indifferentemente da uomini e donne per ottenere potere, dice la Germanotta (aka Lady Gaga). C’è solo un problema: riuscire ad acquietare nelle donne che non sono Lady Gaga (la quale porta sempre con sé il suo personaggio) i sintomi da sdoppiamento della personalità. Salvo, noi ‘normali’, ritrovarci tutte assieme sul tram rosa di Jakarta per evitare le molestie sessuali. In un recinto ci stanno mettendo, altro che potere!


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Ciao Oliviero, ti inviamo la lettera in 10 punti che invieremo all'ing De Benedetti e alla stampa nazionale, sul perchè la sua ditta Tirreno Power vuole ampliare la centrale a carbone di Savona, contro ogni logica democratica (contro il volere del 90% della cittadinanza, dei Partiti, di tutti i Comuni, della Regione, dell'Ordine dei Medici, di tutto l'Associazionismo) e ambientale (dopo 40 anni di dati drammatici in termini di mortalità e di inquinamento nella nostra città, con migliaia di morti in più rispetto alla media regionale), un documento frutto del faticosissimo lavoro di sintesi di molti esperti, amministratori, medici, giornalisti e comitati. E' una battaglia di civiltà, e per la vita...
Abbiamo iniziato ieri a raccogliere le firme di importanti personaggi nazionali e locali del mondo della cultura e della scienza. Ti chiediamo col cuore di visionare il documento e, se ritieni, di firmarlo.

Grazie... grazie davvero a nome di tutti.

Stefano
Libreria UBIK Savona


10 domande all'Ing. De Benedetti sulla Tirreno Power (PDF 360kb)

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di Marika Borrelli

Non ho accantonato i temi tragici di questa estate, ma siamo a ferragosto. Coniughiamo le questioni di genere all'emancipazione delle popolazioni migranti, poichè - stranamente! - le donne, pur non essendo minoranze, vengono trattate da tali.

"Qualche post fa ho commentato un’intervista del Time Magazine ad un’alta dirigente pubblica (nonché esponente parlamentare) francese, Noëlle Lenoir, in merito alla mancanza di donne nei posti di comando, nell’industria come nella pubblica amministrazione.

Successivamente, mi sono imbattuta in un’altra intervista (questa volta sul NYT) ad una tale Cindy Padnos, dirigente di una società che finanzia nuove aziende in California.

La questione era: perché non ci sono abbastanza donne (manager, ricercatrici, scienziate, inventrici, CEO) nell’industria tecnologica?

Premettendo che il mito delle donne inadatte alle materie scientifiche – e, quindi, disinteressate alla tecnologia in ogni sua declinazione – non è più valido e che le facoltà scientifiche e tecniche sono piene di studentesse molto brave che portano a termine i loro studi, la Padnos ha invitato ad aggiornare i dati: è in crescita l’imprenditorialità femminile in questo campo, ma le difficoltà di consolidamento dipendono dall’abitudine (sbagliata) di non scegliere partner simili per motivazione, genere o altre attribuzioni, preferendo il ‘tipico’ manager o socio maschio, pregiudizialmente ritenuto più affidabile, magari proveniente da Stanford.

La Padnos, poi, ha lanciato un concetto provocatorio: le donne dovrebbero agire come gli immigrati Indiani (o medio-orientali più in generale) in USA, all’inizio degli anni ’80. Questi giunsero quasi in massa negli States, invitati per sopperire alla mancanza di ‘cervelli’ nell’industria dell’Information Technology e dopo 30 anni hanno raggiunto le posizioni top, conquistando spazi e considerazione, grazie alla loro strategia di fare gruppo tra loro, di sostenersi vicendevolmente e di condividere origini e destino.

Da cittadini di ‘serie B’ (parole dell’articolo), ora, indicherebbero la strada alle donne!

Secondo la Padnos, dunque, le donne trovano ancora molte difficoltà a causa di pregiudizi interni (“non fare gruppo”) ed esterni (“ritenere – per abitudine, solo per abitudine - che gli uomini siano più adatti in questo campo”).

Che dire? Personalmente, mi dispiace che nel terzo millennio sia una donna – la Padnos – a riferirsi alle donne come ‘etnia’ ed a consigliare strategie da ‘minoranze’.

Una cosa però vorrei sotto lineare: l’ondata di tecnici medio-orientali era tutta al maschile, ed – al di là della minoranza arrabbiata con voglia di rivalsa – la strategia adottata era (ed è) tipicamente maschile.

La vera rivoluzione sarebbe emergere con modalità nuove, non da minoranze con voglia di riscatto e conquista di territorio. Sarebbe più opportuno – e meno testosteronico – adottare strategie condivisorie: le donne sono parte del mondo non un mondo a parte. Non mi piace pensare che le donne riusciranno solo se adotteranno le consuete modalità maschili, solo perché finora vincenti, in quanto questo è solo un altro pregiudizio maschilista che si auto-alimenta e la Padnos ne è stata conquistata, in nome di un’antica idea di efficacia organizzativa e di efficienza aziendalistica.

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di Marika Borrelli

L'argomento non è di quelli stagionali.
E' diventata un'emergenza permanente.
Non se ne parlerà mai abbastanza, se non altro per aumentare il livello di consapevolezza della nostra italica civiltà incompleta.
Ecco la mia letterina sulle questioni di genere. Questa settimana, anche abbastanza incazzata.

"Eh no! Ora voglio sapere cosa inventeranno tutti i neo-psicologi sociali (la maggior parte giornalisti) che si sono inerpicati in questi mesi a giustificare, o razionalizzare, i femminicidi con (non nell’ordine) il caldo, la provocazione delle donne, l’esasperazione indotta dalle medesime, la (presunta) malattia mentale degli assassini, o la crisi economica.
Notizia: un uomo di 25 anni, lasciato dalla sua fidanzata, esce per strada e massacra a morte la prima donna che si capita a tiro. È successo a Milano, stamattina (6 agosto) che non fa neanche troppo caldo.
É morta, l’ha proprio uccisa a pugni. Con un’efferatezza indicibile e, soprattutto, totalmente ingiustificabile. La vittima era sconosciuta al suo assassino, che l’ha afferrata in strada per vendetta verso il genere femminile.

Dico io, ma si è così animali (e non mi pare sia un caso isolato) da sfogare il proprio risentimento e la propria rabbia bestiale contro una persona innocente e sconosciuta, solo perché donna?
Cosa conduce gli uomini a tanta esasperazione comportamentale?
Non ce la faccio più a sentire che le donne provocano con la loro sfrontatezza, la loro fermezza o la loro sessualità. Alcune lo faranno pure (più o meno consapevolmente, ma dobbiamo poi capire quali sono i confini della provocazione), e con questo?
Provocare? Ma vogliamo scherzare? Ma neanche se ti metti il burqa stai sicura. Come è stato dimostrato dal TIME Magazine portando in copertina una ragazza orribilmente sfigurata dai Taliban.

Certo, se pure Sarkozy (o meglio, il Presidente della Repubblica Francese) si lascia andare al cosiddetto ‘coup de sang’ in pubblico nei confronti della Carlà, la faccenda è un cattivo andazzo generale. Che, però, sdogana altri (piccoli e grandi) comportamenti da trogloditi.
I giornali locali (come il CalabriaOra di oggi) sono pieni di notizie in cronaca di malversazioni contro le donne. Vuol dire che è diventato uno sport nazionale. Tanto da far ribaltare in appello una sentenza per maltrattamenti a favore dell’aggressore, sol perché la vittima era una donna ‘forte’.

E che dire di questo revival dell’avance per strada? Uomini di tutte le età che si rivolgono alle passanti (giovani, meno giovani, pure con carrozzine e bimbi al seguito) con frasi oscene? E guai a reagire! Alzare il dito medio è consentito solo ai maschi, tutti Lord come Bossi.
Mi viene in mente un bellissimo – seppur atroce ed estremo – libro di Hugo Gonçalves: Il cuore degli uomini. Leggendolo, ho capito con sgomento che, pur rieducati, gli uomini rimangono “bestiali”, anche e soprattutto nella quotidianità. Questa specie di loro inestirpabile natura (come indicato dagli analisti odierni, novelli antropologi dell’istinto primordiale) non giustifica gli assassinii e le malversazioni. Non dovrebbe mai giustificarli, eppure rilevo continuamente una costante indulgenza mediatica verso l’argomento “contro le donne”.
Sia di chi omette le notizie, di chi le riduce, di chi le commenta come accidenti della vita o parossismi sporadici, ma innanzitutto di chi pensa (anche molte donne) che parlare di questioni di genere sia noioso, banale, inattuale e fa pure ‘comunista’, cioè condannabile tout court.

Invece, se ne deve parlare, tanto e sempre. Bisogna educare a più rispetto, ad averne e a darne. Bisogna aumentare la consapevolezza del diritto delle donne ad un’esistenza senza il terrore di essere massacrate di botte fino a morirne.
Mi sembra un’opera così faticosa cercare di spiegare agli Italiani (ed anche a certe Italiane) che non siamo un paese civile, se esiste il femminicidio, se le donne vengono continuamente svilite e derubricate come esseri umani senza pari dignità. In superficie sembra tutto normale: le leggi ci sono, le donne studiano e lavorano.
E poiché la realtà è diversa, l’ennesima notizia di femminicidio alimenterà ancora l’indifferenza dell’opinione pubblica (ovverosia ciò che è considerato normale per la maggior parte) e accrescerà la consuetudine a considerare le donne come pretesto e come sfogo.



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di Aldo Vincent

 Girano alcuni pazzi per il Web. Alcuni si ostinano a parlare di signoraggio, altri avanzano dubbi sul jet che ha colpito il Pentagono, qualcuno sostiene che il primo viaggio sulla Luna è fasullo, altri che il crollo della seconda Twin Tower fu provocato...

Tutti pazzi. Gli internauti scrivono, guarda che sei pazzo, ma loro imperterriti sfornano documenti, foto e filmati...

Uno di questi pazzi da ricovero sono io.

Avanzai nel giugno scorso alcuni dubbi sulla morte di Neda, la martire iraniana diventata un’icona del Web e mi presi la mia bella dose di fankuli da non credere. Non devo continuamente ripeterlo ma io ho un passato da professionista come fotoreporter, fotografo di scena, operatore video e producer, quindi quando guarda un video o un documento fotografico ho sempre quella distorsione professionale che me lo fa guardare con occhi differenti dai vostri. (leggi tutto)

 

 


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di Marika Borrelli

Lo so che è estate ed i temi dovrebbero essere più frivoli.
Ma le donne continuano ad essere vittime anche in questa stagione.
Anzi, c'è chi dice che sia proprio il caldo...
Per cui, parlare sempre delle questioni di genere dovrebbe poter aumentare la consapevolezza generale. Così le donne  riescono a capire quali sono i loro diritti e gli uomini imparerebbero a trattarle come esseri umani. Vedi anche il TIME di questa settimana con la ragazza sfregiata dai Taliban in copertina.

Le quote non bastano?
Notizie da un altro mondo: la Norvegia.
Nei Paese di Fiordi, la politica di forzare le quote rosa nella dirigenza delle Aziende private (in quelle pubbliche e nella politica si stava già benino) è datata 2004. Dopo sei anni di attuazione, la percentuale di donne manager è salita al 40% del 2009 (i dati del 2010 non sono ancora disponibili, ovviamente), risalendo dal 6% del 2002.
Questo fenomeno viene chiamato “paradosso norvegese”, in quanto da una situazione di partenza molto difficile, si sono avuti risultati notevoli. Come? Semplicemente aggiungendo sanzioni (fino allo scioglimento societario) per quelle aziende che non rispettavano la norma.
Questo significa due cose:
- che gli uomini al potere serrano i ranghi anche in Norvegia
- e che solo l’obbligatorietà prescrittiva (sanzionata, cioè) fa loro cambiare idea;

Inoltre, in Norvegia, all’epoca dell’introduzione delle quote i detrattori del nuovo sistema obbiettarono che un’imposizione avrebbe privato le aziende di dotati manager solo per introdurre mediocri donne ope legis. Sta di fatto, però, che, da un’indagine svolta, ben il 36% delle donne manager, contro il 22% dei manager maschi, possiede titoli accademici da corsi di 6 anni ed oltre, con la precisazione che i manager maschi siedono in più di un CdA, mentre le manager non accumulano cariche (il dato del 22%, quindi, non raggruppa le cariche multiple in capo ad una sola persona).
Insomma, lasciati fare, i maschi sono sciovinisti anche in Norvegia, ma la legge è legge.

Nel nostro amato Paese del sole, invece, dove i condannati con sentenze passate in giudicato se la scappottano abbastanza agevolmente e per reati gravissimi, figuriamoci se c’è qualcuno che si spaventa davanti a quote rosa legislativamente imposte con l’aggravante di una sanzione! Di sicuro si preferirebbe, semmai, pagare un’ammenda (lo Stato riuscirebbe a battere cassa anche su questo) piuttosto che obbedire a tali ‘moderniste’ e ‘marziane’  imposizioni, e per giunta in periodi di disoccupazione!
In Italia la prescrittività sanzionata non funzionerebbe (e qui sta la differenza civica con il Paese scandinavo), per cui, mettiamoci l’anima in pace. O no?

 


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