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Si chiama “Riflessi” il mensile patinato di Trenitalia. Suggerisco loro per il prossimo numero un tema squisitamente ferroviario e ferroviariamente squisito. Oggi un biglietto per un Eurostar da Roma a Napoli costa 45 euro (quarantacinque) in prima classe e 32 (trentadue) in seconda. Ci mette un’ora e trequarti perché è di penultima generazione, quindi scade un po’ in confronto all’Alta Velocità del “Freccia rossa”. Nel frattempo tutto il resto della rete ferroviaria lascia eufemisticamente a desiderare (cfr. il pendolariato dolente e gli intercity sporchi e antidiluviani). Per 45 euro (la seconda classe era strapiena come un carro bestiame) non hai né un giornale né una bibita, se non a pagamento. Nella toilette mancava l’acqua. Periodicamente Trenitalia si scusa un po’ dappertutto per il servizio di pulizia indecente, causa scioperi, contrattazioni in corso ecc.

Ebbene: 45 euro è un’enormità di fronte alla “generazione 1000 euro” spesso senz’arte né parte, alla crisi che deve ancora mordere i più deboli, e anche i 32 minimi sono sproporzionati e hanno “riflessi” su tutto il resto, a partire dal fatto che quindi si utilizzano oltremisura le automobili. Specie per un viaggiatore al plurale, costano meno malgrado tutto. Con il traffico, gli incidenti e i morti su strade e autostrade che sappiamo. Qualcuno sta ragionando sul fatto che la mobilità non è soltanto un prodotto ma anche un servizio? E la risposta sarebbe questa? Con i riflessi che vediamo nel resto, con le conseguenze che tutto ciò porta nella vita di un Paese? Non mi direte che le cose miglioreranno in questo senso con l’Alta Velocità, i treni fantascientifici rosso-ferrari di Montezemolo, Della Valle e c., nevvero? Magari questi imprenditori lungimiranti ci diranno che sono i migliori treni da 150 a questa parte: o no?


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A proposito del titolo a tutta pagina de “Il Giornale” di ieri su Ingroia e Scarpinato ospiti a una riunione aperta del “Il Fatto quotidiano”, ha già risposto e chiarito a sufficienza Marco Travaglio. Trattasi di “titolazione preventiva” contro un quotidiano a tredici giorni dall’edicola che fa il paio con la “querela preventiva” di cui parlavo qui una settimana fa. Travaglio entra nel merito di che cos’è “Il Giornale” e dei suoi scopi, dal momento che debbono preventivamente difendere Berlusconi dal rischio che dalle carte su Dell’Utri del ‘92/’93 si risalga al Premier, mentre il lodo Alfano discusso nelle cene private della Consulta forse, e augurabilmente nel rispetto dell’art.3 della Costituzione, è al capolinea. Quello che vorrei rilevare qui è invece una faccenda leggermente più banale, nel degrado generalizzato dell’informazione italiana (specie tv ma naturalmente non solo) cui Berlusconi e c. han dato una bella spinta per la scesa negli ultimi quindici anni, dal maggioritario in poi (cfr. ”I nuovi mostri”).

1) Un titolo come quello è la più piena dimostrazione della “militarizzazione” della stampa. Qualsiasi cosa/notizia/spunto viene utilizzata come munizione da sparare contro il “nemico”. Succede anche a sinistra per carità, e finché il livello di militarizzazione è rimasto relativamente basso, dico quando Berlusconi e De Benedetti potevano pensare di convivere in un Fondo di Investimento, quattro estati fa, di Berlusconi si sono ignorate parecchie cose (l’antiberlusconismo “non spinto agli estremi”) e di De Benedetti parecchie altre (insieme a Ligresti è oggi leader della sanità privata in Italia: c’entra qualcosa con la cosiddetta “editoria pura”?). Oggi è guerra mediatica. In mezzo alle pallottole, la libertà di stampa.

2) Una simile militarizzazione negli anni sempre meno strisciante ha cambiato la testa anche al lettore, per cui oggi al lettore sembra normale una stampa dimezzata e contrapposta per informare, disinformare o ignorare una realtà a sua volta divisa in due, come una torta. Se tifi per Berlusca, viva il Giornale del Grande Ascaro, del Mercante di Bergamo, se tifi contro meno male che c’è Scalfari, Mauro ecc. Per riabituare un pubblico di lettori ad essere cittadini e a ragionare con la propria testa senza tifare, non basterà forse una generazione. Per questo oggi si discute di un giornalista bravo come Luca Telese venuto al “Fatto” perché avrebbe la “fedina professionale” macchiata dall’aver lavorato a “Il Giornale”, mentre per esempio un altro eccellente collega come Marco Lillo passa in modo assai più indolore e invece comprensibilmente più “onorato” da “L’Espresso” al nuovo giornale. Eppure sono gli stessi di due mesi fa.

3) Di qui una linea politica - in realtà culturale - evidente per chi voglia tentare liberamente di fare informazione/opinione. Non far sconti a nessuno, pur tenendo conto che Berlusconi e la sua china sono al centro del mirino per tutto ciò che è stato combinato finora. E sapendo che purtroppo inevitabilmente la battaglia per la libertà di stampa ha finito per essere ingoiata dalla battaglia contro le nefandezze berlusconiane (figlie di altre nefandezze, madri di altre nefandezze in campo avverso). Insomma, notizie e commenti a difesa dell’art.21 e della Costituzione tutta contro chiunque attenti ad essa, con i mezzi da grossista del Premier o con mezzi meno evidenti su altri fronti.

4) Dibattere anche di questi temi può aiutare una auspicabile rinascita del sentimento civico/politico e del livello culturale del Paese, oggi sommerso. Sapendo però che non sarà l’antiberlusconismo da solo sufficiente a liberare i cervelli perché se al Sire priapesco sopravviverà questa mentalità e questa militarizzazione saremo comunque fottuti tutti quanti. Tutti quanti “noi”, intendo, naturalmente.

P.S. Nel frattempo mi segnalano che il figlio di Bossi, non “delfino” ma “trota” secondo il padre, è stato nominato membro del consiglio di direzione dell’ ”Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo”, un baraccone inutile ideato dalla stessa Lega. Stipendio: 12.000 euro al mese. Dieci volte lo stipendio degli insegnanti che lo hanno bocciato. Tre volte.Alla maturità. Eh sì, è decisamente una questione “culturale”, oltre che politica e informativa…


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Sono cresciuto con l’idea che la metafora del potere abitasse nella cosiddetta “stanza dei bottoni”. Adesso sono costretto nella stagione della maturità (avanzata) a correggere metafora e sintagma. E tutto grazie e per merito di Silvio Berlusconi, un uomo, un mito, una storia fatta di cronache. Altro che le gaffe sulle “122 tangentopoli” in Abruzzo, invece che tendopoli: Freud a Tor Bella Monaca. Altro che la meraviglia espressiva sulla censura e le barzellette catto-comuniste (trovatemi un cattolico vero, e un comunista vero, oggi in Italia, e delle barzellette vere e non stantie…), tipo “mica chiudo i giornali”. Qui siamo al top, al bottone appunto. Di che si tratta esattamente? Pare che negli Usa e in Svizzera effettuino un’operazione per caduti sul fronte della prostata che, attraverso un collegamento dei vasi sanguigni e un delicato ma non tanto intervento neurochirurgico, provochi un’erezione sovrana del membro, altrimenti barzotto o caduco. Una specie di bottone sullo stesso va come premuto (o cliccato, fate voi) per provocare la magnificenza idraulica, con il risultato del pennone al settimo cielo e per lungo tempo. Questo fa sì che la partner ricordi l’atto come qualche cosa di straordinario e irripetibile. Fin qui, tutto bene. Ma che c’entra la stanza dei bottoni? C’entra, c’entra, centra anzi. Perché il titolare del bottone non prova alcun piacere fisico, diventa un meccanico idraulico di se stesso, e l’unico vero piacere che prova è quello del potere sessuale sull’atto e la partner, una specie di “volontà di potenza” circoscritta al bottone, un eros senz’anima, un affare per affari. Il potere per il potere di un membro meccanico.

Ebbene, grazie a Silvio va dunque riscritto il quaderno sul potere e sulle sue diramazioni, con le ultime scoperte scientifiche.C’è un po’ tutto della post-modernità in questa vicenda idraulico-metaforica, altro che le pochezze d’antan dei suoi avversari anche da questo punto di vista poco interessanti. Siamo alla potenza dell’impotenza. Grazie, Sire, ci mancherai.
 

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Ho appena finito di parlare al telefono con Niccolò Ghedini, cosa che recentemente faccio spesso (non vi sarà sfuggito, a giudicare dalle ultime iniziative del legale parlamentare rappresentante del Premier). Anche sulla base dell’ultimo post di Furio Colombo proprio qui (su Antefatto.it, ndr), gli ho accennato alla possibilità di recuperare parte della credibilità con una mossa finalmente a sorpresa, una mossa inedita: la querela preventiva. Ehilà, ha fatto lui molto interessato, di che si tratterebbe esattamente? E’ semplice, Niccolò. Tu hai mai saputo di una querela a un giornale… Io sì, mi ha interrotto lui. Fammi finire, Niccolò: hai mai sentito parlare di una querela di un Presidente del Consiglio a un giornale… Eccome, mi ha interrotto di nuovo. Oh, insomma, Niccolò, impara anche ad ascoltare, non siamo mica a Ballarò… Hai mai avuto notizia di una querela a un giornale non ancora in edicola? No, effettivamente, ha fatto lui pensoso dietro gli occhiali occhiuti, a dire il vero no. E allora che aspetti, gli ho detto io, querela il Fatto Quotidiano prima che esca, e subito, prima che l’idea venga in mente a qualcun altro. Vai in gloria su tutta la stampa internazionale come querela preventiva e creativa. Ma su che base?, ha borbottato lui, che gli hanno fatto a Berlusconi quelli? Quelli?, ho interloquito io, quelli? Ma se non gli hanno fatto ancora nulla per mancanza oggettiva del mezzo certamente stanno tramando per fargli qualcosa, come sai non c’è che l’abbondanza della scelta. Quindi affrettati, dai un segnale forte e fai questa querela, oggi stesso. Per future diffamazioni che preventivate su quello che sceglierete insieme, tu e Silvio (o Silvio e tu?): non posso suggerirti dopo la tempistica anche il merito. Grazie, grazie, è un’idea eccellente, ha concluso Niccolò.

Nell’attesa fornisco una ricostruzione naturalmente romanzesca del Mistero Boffo. In questa ricostruzione Berlusconi e Feltri non sarebbero che i sicari, il sicario capo e il vice sicario, di un’operazione condotta in realtà dai Guelfi Bianchi contro i Guelfi Neri all’interno del potere temporale della Chiesa (i ghibellini oltre Tevere essendo come è noto agli stracci…). Berlusconi ha scommesso sugli anti-Ruini, di cui Boffo è una potente propaggine, per ingraziarsi i vincitori della lizza vaticana. Così facendo, avrebbe inteso sanare la sua cattiva stampa (come esprimersi altrimenti?), e le nefandezze sul tappeto/tappeti/arazzi ecc. Ti faccio il favore di una campagna anti-Boffo, manifestamente fondata e manifestamente pretestuosa, e tu sani alla Tremonti la mia condotta non commendevole e mi lasci in sella.

Tutto bene, dunque. Peccato che nel frattempo però l’elettorato cattolico si sia svegliato/incazzato/riscosso contro chi fa la guerra alla Chiesa, non potendo Berlusconi spiegare che trattasi di una guerra su commissione soltanto a una parte della Chiesa, grembiulini o non grembiulini (direi grembiulini dal colore assai scuro). E certo non sono i successori di Ruini al potere a poterlo/volerlo spiegare ai fedeli. Di fronte all’imbarazzo di Silvio (e non di Feltri, che è un professionista indipendente), tornato oltre Tevere, i mandanti hanno convenuto con lui che per il Presidente del Consiglio ci può essere effettivamente un rinculo non previsto (da Silvio, ma da loro magari sì…), ma la Cei su questo non può far nulla. E neppure il Vaticano. Così non avendo studiato dai gesuiti Berlusconi rischia la cappa e la spada per la progressione amorale del potere temporale confessionale, dopo aver goduto di una grande stagione di amoralità laica grazie alla sua indiscussa leadership. Che contrappasso, ragazzi! Altro che la querela preventiva di un Niccolò, nome d’altri tempi e quindi assai attuale per tutta la vicenda boffesca…


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Vignetta di Pico Di Trapani

Gocciolano ormai domande dappertutto. Prima le 10 vecchie domande a Berlusconi poste da Repubblica, poi le nuove 10, stesso pulpito editoriale ripreso anche dalla stampa internazionale, infine qualche parodia delle stesse (anche qui - su antefatto.it n.d.r. -, per quel Diavolo rossonero di un Berlusca, o per Bossi senior e junior), fino alle domande a Lippi, Ct della Nazionale su Cassano e dintorni. Insomma, per dirla secondo gli stilisti in un settore in cui siamo ancora leader, sembrano tornate di moda le domande, forse non trascurabile mattone su cui costruire qualunque edificio di informazione, comunicazione, persino pubblicità e propaganda. Si comincia infatti dal “perché” infantile del bimbo e si finisce ai 5 tormentoni una volta basilari per questa professione. Eppure certe volte basta anche una domanda sola. Prendete i tg e i gr di ieri, e tutta la stampa di oggi in prima pagina. C’è John Elkann che “si indigna per le falsità su suo nonno”, in un contorno di Gabetti, Grande Stevens e Guido Rossi, sostenendo con veemenza che “tutte queste vicende vanno affrontate nelle sedi adeguate e non sui media”.

Davvero? E allora la domanda, l’unica, la madre di tutte le domande, è per lui, John Elkann, leader della Fiat designato dall’Avvocato nonno.

Caro John, ma secondo Lei allora a che cosa servono i media? Se non devono servire a informare sugli sviluppi, i retroscena, i punti di vista, i conti da regolare all’interno di una dinastia che nel bene e nel male ha fatto la storia d’Italia del XX secolo e continua a esserne componente importante, quale altro uso pensa se ne debba fare? Magari suonare la gran cassa se i dati di vendita sono buoni mettendo la sordina di stampa quando non lo sono? Con tutto quello che l’eredità Agnelli può dirci su come e dove finivano montagne di denari che secondo Lei non c’entravano nulla con la Fiat ma secondo altri potrebbero invece esserci entrati benissimo, direttamente o indirettamente, per scatole cinesi, di riffa o di raffa ecc. ecc.?

Ma se in realtà Lei ha affermato quello che ha affermato perché vuol dirci che non Le piacciono “questi” media, italiani o stranieri che siano, allora sia più chiaro, specie in tempi così bui per la libertà di stampa purtroppo preceduti da stagioni di ipocrisia sesquipedale che preparavano di conseguenza tutto questo buio. Se Lei, della cui levatura manageriale di ordine spaziale si fanno garanti figure che sono state attorno a Suo nonno per un’eternità, ci vuol dire la Sua sullo stato dell’informazione in Italia, pro Berlusconi, anti Berlusconi, di sopra di sotto, di lotta e di governo, sull’indipendenza della categoria e sulla qualità delle notizie e insomma su tutto ciò che orienta e dignifica una democrazia, perbacco, lo faccia, lo dica senza ambagi. E’ il momento, è partito bene, La stanno tutti a sentire ”come se fosse vero”. Magari ci fornisca anche, grazie a qualche consulente di buona memoria, elementi per ricostruire l’informazione italiana targata Fiat o anti-Fiat, secondo il modello da derby calcistico imperante.
 
Insomma, sia più chiaro John, si consulti eventualmente con Lapo, ci offra la Sua visione del mondo, di ciò che deve e non deve finire sui media. Le assicuro che Suo nonno di questo sapeva tutto, o perlomeno lo sapeva presto, di prima mattina, anzi all’alba quando tirava giù dal letto al telefono importanti giornalisti che si sentivano gratificati dal mettersi sull’attenti in pigiama, se il padrone chiamava. Lui di certo sapeva che cosa doveva e non doveva finire sui media. E Lei, caro John? Sa solo che “queste vicende vanno affrontate nelle sedi adeguate e non sui media”? Non è un po’ pochino per l’erede di simil casata?
 

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Rischio volentieri le querele di Ghedini e senza neppure raccontare nulla di nuovo sulla vita sessuale del Direttore - che so? - dell’Osservatore Romano pongo a Berlusconi le seguenti 10 domande.

1) Perché vedendo Gattuso in quelle condizioni non ha telefonato in panchina a Leonardo per farlo cambiare mentre in passato ha telefonato a tutti (a tutte) per cose assai meno delicate senza alcuno scrupolo?
2) Stima più Ghedini o Leonardo? Non sarebbe meglio invertirli di ruolo?
3) Ha preso Thiago Silva che ha fatto una figura pessima di fronte a Thiago Motta: ha confuso Silva per Motta? E gli è successo lo stesso con le varie Patrizie?
4) Come ha fatto a ridurre un combattente come Gattuso in uno scazonte infelice? Gli ha fatto frequentare “Gianpi”?
5) Che cosa ne sa delle abitudini di Seedorf ? Perché non era pronto in panchina? E Feltri, dov’è Feltri bergamasco ex-libero? Perché non indaga se Seedorf se la fa politicamente con la Serracchiani?
6) In porta del Milan non ha proprio nessun altro parlamentare del PDL da metterci?
7) Che rapporto c’è tra Borriello e Noemi Letizia? O era Naomi in letizia ?
8) Come ha conosciuto Pato? Ed è lo stesso di Siena ?
9) Teme a tal punto di essere ricattato da Ronaldinho da farlo giocare comunque?
10) Infine, come sta di salute lui, Berlusconi, oggi domenica? Non dico sul piano del sesso, ma del tifo? Come si sente? Che cosa ha provato?

In margine due considerazioni collegate. La prima: scrivo a Berlusconi anche se la sua sensibilità politica gli ha dettato di autosospendersi da presidente del Milan ridivenendo Premier per evitare il principale dei suoi conflitti di interesse. La seconda: sulla vicenda Boffo-Feltri-Bertone ecc., mi sembrava incredibile un simile autogol e ammetto d’aver pensato che dietro ci fosse un accordo tra Berlusconi (e Feltri) e quella parte del Vaticano che vuole ridimensionare Boffo, in una storia di sacrestie e grembiulini. Tutta una recita mirata, insomma. Dopo aver visto il derby con Berlusconi metaforicamente in panchina, sono costretto a ripensare il tutto. E’ proprio bollito, in confronto Ringhio Gattuso sta alla grande.


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Sono in treno, niente di che, un eurostar e non certo una di quelle “bombe” nuove e velocissime di Montezemolo e Della Valle che faranno piangere i pendolari sfigati, secondo le migliori regole del fortunato Paese toccatoci in sorte. Sono in treno, e attorno a me tutti hanno un telefono mobile, o cellulare, quasi tutti lo usano senza troppi riguardi, alcuni parlano interrottamente inveendo contro le gallerie, questo nemico dell’uomo cellularico. L’Istat ci ha appena detto che mentre vanno indietro i consumi di libri e giornali (ma và?!), continua a salire la voce “telefonini”. Nel rapporto popolazione-cellulari siamo proporzionalmente al primo posto nel mondo anche senza scherzare sull’omonimia degli altri cellulari (veicoli temo troppo poco pieni di lorsignori) e sulla legalità in frammenti nell’Italia contemporanea. Ma perché? E che cosa c’è dietro, davanti, di sopra, di sotto? Non funzionano i telefoni fissi, o non funziona qualche cosa d’altro in noi? E’ vero, non siamo i soli.

Pesco da un fenomeno della letteratura contemporanea, Philiph Roth (“Il fantasma esce di scena”, prima uscita 2007):
…Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono. Quando presi un taxi, l’autista era al telefono. Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima la teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio. Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli esseri umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni… be’, essendo io vissuto largamente nell’era delle cabine telefoniche, le cui solide porte a fisarmonica potevano essere ermeticamente chiuse, rimasi colpito dalla cospicuità di tutto questo e mi sorpresi a nutrire l’idea per un racconto in cui Manhattan diventava una sinistra collettività dove tutti spiano tutti gli altri, tutti sono controllati dalla persona all’altro capo della linea, anche se, nel telefonarsi senza posa da ogni parte, all’aria aperta, chi telefona crede di godere della massima libertà…”.

Ma non mi consola, che il Nostro superbo scrittore sia americano, perché Roma è senz’altro anche peggio di New York. Eppure tutto sembra così normale, solo un problema di mercato per le aziende di telefonia, magari per i raggiri compiuti dagli ex monopolisti in combutta con la politica (con Berlusca, con D’Alema, con me?), l’inquinamento elettromagnetico, le truffe nei confronti dei consumatori che peraltro dunque consumano sempre di più, almeno in questo campo. E’ un fatto economico, ecologico, culturale, sociologico, politico? E’ semplicemente un fatto per il Fatto o l’Antefatto? E ne staranno discutendo furiosamente a Genova il PD e a Rimini CL? Boooh…!

P.S. All’apparenza un post scriptum che non c’entra con i cellulari, ma invece c’entra: nella fricassea italiana tutto c’entra con tutto. Faccio in tempo a sentire alla radio l’ex capitano di vascello di Fini, Gasparri, che rispondendo all’intervento del superlaico Presidente della Camera sul testamento biologico, modello “ma guarda ben che ti dico!”, esclama:
Bisogna garantire il diritto all’idratazione e all’alimentazione dei malati terminali”. Perfetto. Invece i disgraziati dell’esodo mediterraneo vanno lasciati rigorosamente crepare in mare. Sono clandestini, mica “malati terminali in regola”. Ma perché Gasparri non prova l’ebbrezza di andare per mare da solo magari in regata transoceanica? Lasciatelo a me…


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Vignetta di Pico di Trapani
Seguo con interesse la Festa Nazionale del Partito Democratico, a Genova, nella ricerca di un’idea. Fatico. Mi ricordo che le idee da sempre camminano con le gambe delle persone. Forse è lì il punto. Non rifuggo neanche dall’occhieggiare stampa e tv sul Meeting di Comunione e Liberazione cominciato ieri, insieme al campionato di calcio (Cl non prevede anticipi), e dedicato principalmente alla conoscenza. Pare soprattutto non quella esteriore, e fin qui è chiaro il concetto: non ci vien detto nulla di quel che accade, e grazie che la conoscenza scarseggia. No, si tratta precipuamente di conoscenza interiore.

Domanda: ma dov’era CL mentre il Paese imboccava il tunnel in cui ci troviamo, di fuori ma davvero forse soprattutto di dentro, il tunnel “interiore” per capirci? Che facevano, per chi votavano, per chi non votavano, che esempi davano (per carità, massima stima per le forme di volontariato che hanno sviluppato, eppure nel frattempo il Paese andava giù, giù, annegando…. Politicamente, che bagnini sono stati?), quanto si identificano in vita e opere di Berlusconi e dei Berluscones di destra e di sinistra?

Mi sono ripreso dallo sconforto leggendo Travaglio su Feltri “cavallo contro Agnelli” (l’uomo è un driver di razza), certo un calcio di rigore ma bisogna saper tirare anche quelli. E poi ho seguito l’analisi di Padellaro su Veltroni e il suo “Noi”, imperdibile scritto in libreria dove note, asterischi, e nuvolette di fumo certamente non impediranno la ricostruzione cronistica dell’avventura di Walter, leader estemporaneo del PD figlio della Forleo (ma sì, le intercettazioni sulle scalate bancarie, non fate finta di non capire…). Mettendo insieme un po’ di queste cose, mi è venuta un’idea balorda. Si sta cercando un leader per l’accrocco che era nato forse interessante, specie dal punto di vista dei beni da mettere in comune tra DS e Margherita, ma che poi si è rivelato poco partito e poco democratico? Il che, per un Partito Democratico, potrebbe rappresentare un piccolo problema? Si cercano dunque delle gambe per delle idee?

E chi è il più intelligente in circolazione in tali contrade, essendo fuori gioco il votivo Ferrara (Giuliano)? Di sicuro e per acclamazione Massimo D’Alema, che punta a rigovernare - nei due etimi del verbo - per l’ennesima volta il partito anche se per interposto Bersani. E che cosa c’è che non va in D’Alema? Non scherziamo, scrivo sul serio.

Questa è la folgorazione: il nome. O meglio il cognome, quello che non va non è lui ma il suo cognome che sa leggermente di stantio. Deve cambiarlo, esattamente come è stato fatto negli ultimi diciotto anni a ogni pie’ sospinto per il nome del Partito, rimanendo le persone quelle stesse e non altre. Ebbene, vada per D’Alema ma a condizione che cambi cognome. Che problema c’è? Ha cambiato lo storico PCI, perché per convenienza e senso di opportunità e nuovismo non lo può fare anche il leader Massimo? Rimarrebbe quindi solo da decidere il cognome nuovo. La butto lì, senza nulla pretendere in royalties, che casomai girerei a Maurizio Costanzo responsabile della comunicazione del PD… Secondo me potrebbe andar bene Pizzighettoni (se non si offendono gli omonimi), perché è popolare, è “vicino alla gente”, “recupererebbe il Nord con la sua eufonia paraleghista”, finisce in “oni”, desinenza che a qualcuno porta bene (non è Veltroni) e comunque può rimare con una sorta di autocritica. Sì, Pizzighettoni, potrebbe andare. Se mi dovessero interpellare da Genova suggerirei Pizzighettoni. Ma forse anche per Rimini e Cl, forse anche come Direttore del Giornale, forse anche in luogo del writer Veltroni (la storia è parallela…) ci vorrebbe un bel Pizzighettoni. Su, coraggio, non sottovalutate il potere dei nomi specie dalla Bolognina in poi, la svolta è dietro l’angolo.
(Vignetta di Pico di Trapani)


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Olivernet

Sono passati alcuni anni da quando l’ultimo sovrano sostanziale di questo Paese, Gianni Agnelli, diceva a proposito del calcio e del “suo” Moggi: ”Lo stalliere del re deve conoscere i ladri di cavalli”. C’era cinismo, ironia e presa di distanza, il meglio o almeno il classico dell’Avvocato, qualche anno prima che scoppiasse “Calciopoli”. Ed è passato molto più tempo da quando, in pubblico o in privato, nella forma prudente della scrittura o in quella satirica della conversazione radiofonica (“Radiozorro”) o prima ancora televisiva (“Va’ pensiero”), sostenevo questa banale tesi: bravi, formidabili gli Agnelli, cui si permette di imbertare all’estero i guadagni quando le vacche sono grasse e di richiamare la cassa integrazione a spese nostre quando le vacche sono magre.

Mi si è sempre guardato con sospetto. Il Folle, l’Autolesionista, l’Improvvido ecc. Adesso torno da fuori Italia e mi rileggo meglio la vicenda del miliardo e 400 e rotti milioni di euro spariti all’estero ed evidenziati dal conflitto di eredità di casa Agnelli, vicenda lanciata come spesso dal libero pensiero in libero sito di Roberto D’Agostino, ripresa per forza dalla stampa, e poi tenuta bassa per forza dalla stampa mentre scrivo. E non parliamo di telegiornali e radiogiornali. Se si può si tace, se proprio è impossibile tacere si fa dimenticare in fretta mai contestualizzando fatti e spiegazioni.

L’ideale poi è “buttarla in caciara” con gli elenchi vari di italiani evasori, specifici e non. Non basterebbe da solo il caso Agnelli per scoperchiare il nostro puzzolente pentolone, dal quale non a caso di recente ma non di recentissimo è uscito il fantino di Troia? Pensare che lui, Silvio, non vedeva l’ora di “evadere dall’ombra di Agnelli” (cfr. “I nuovi mostri” e prima “Crescete & prostituitevi”). Forse sapeva tutto, forse sono del ramo entrambi ma quello che al Caimano non andava giù era che lui fosse sputtanato e l’altro adulato.

In realtà tra i due chi esce alla grande dalla situazione è lo “stalliere” Moggi. Con simili esempi, forse avrebbe potuto far ben peggio. Ma a proposito, esattamente che ha fatto? Chi vuole sapere la “vera storia” di Calciopoli (cfr.”Indagine sul calcio”)? Forse verrà da qualche indagine all’estero o dobbiamo aspettare Dagospia? Ma no, che presto ci sarà “Il Fatto Quotidiano” e allora qualche cosuccia invece di dirla tra amici al bar verrà scritta su quel foglio. Pazientate, pazientate, qualcosa resterà.


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Vignetta di Pico Di Trapani

Non leggete questo post: è banale, troppo, troppo banale, forse il più banale che abbia scritto (finora). Apro “Repubblica” e nella consueta pagina dedicata a Berlusconi leggo il titolo, ripreso dal “Nouvel Observateur” in compagnia di altri media stranieri, su “Berlusconi ormai ricattabile”, con immediata e pavloviana querela di Ghedini, l’Avv. del Pr. Ma come “ormai”? Da quindici anni la meniamo, ce la menano, ce la nascondono sul passato dell’utresco di Silvio, e siamo solo ad “ormai”?

In compenso in un riquadrato c’è il sunto della conferenza stampa del Presidente del Milan (autosospeso per conflitto di interessi quando è a Palazzo Chigi…) che illustra la campagna acquisti, a Milanello. Ebbene, premetto che come capo azienda, sia del Milan che di Mediaset (e purtroppo tendenzialmente anche della Democrazia Italiana, e qui casca il ronzino…), Berlusca è insuperabile, il migliore. Ciò che sta facendo con il gioco delle tre carte, o delle tre noci con sotto il pisello (il suo?), tra Mediaset, Rai (direi Ray) e Sky ha del prodigioso. Quanto al Milan, vedrete che farà meglio quest’anno senza Kakà e con più motivazioni che non l’anno scorso: un genio, il Berlusca, in questo campo. E come si dice a Roma, dove “tutto finisce in caciara”, qui tutto finisce in comunicazione.

E infatti dal sunto della conferenza stampa citato c’è lui, il Nostro Eroe, quello che prima del potere politico mentre la sinistra dormiva o si faceva i fatti propri inanellava palazzi, tv e calcio negli ultimi trentacinque anni dell’Italia contemporanea, c’è lui che decodifica lo stato dell’informazione.
Plaude al giornalismo sportivo, che non fa domande al contrario del giornalismo politico (lui parla in generale ma intende quella parte che non è dalla sua o al suo, dico parte o libro paga), in base all’aurea regola che il tifoso legge solo della propria squadra, e solo il bene, le critiche a sfondo favorevole, le conferme, se no non compra più il giornale…

Silvio, sei un “mostro”, anzi “un nuovo mostro” per citarmi addosso con l’ultimo titolo del mio libro, e “mostri” sono i giornalisti sportivi che effettivamente Tu descrivi alla perfezione, che sai trattare avendoli trattati “prima” dei colleghi politici. Quello che non dici, perché è implicito, nelle cose, è però che hai ridotto il Paese a un derby calcistico permanente e i giornalisti per lo più a una manica di tifosi, in tutti i campi, a partire da quello leggermente impervio della politica, della libertà (popolo della) di espressione, della democrazia “ormai”- come scriverebbe “Repubblica” citandomi se fossi straniero - minata quasi irrimediabilmente.

Ma che ci frega, tifiamo Milan e vedrete che ci leveremo delle soddisfazione quasi insperate. Lì Lui è quasi infallibile.
E non dimenticate: non leggete questo post!
(Vignetta di Pico di Trapani)


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