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        <title type="html"><![CDATA[Acqua in bottiglia? Meglio quella del rubinetto]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <p><em>La nostra acqua per un Parco più pulito.<br><br></em>La proposta progettuale del <strong>Parco Cinque Terre</strong>, per una nuova forma di consumo dell'acqua diretta, economica, di qualità e rispettosa dell'ambiente, sarà presentata al Castello di Riomaggiore, <strong>lunedì 6 settembre</strong>: alle 10 l'incontro con gli operatori, alle 18 quello con la cittadinanza.<br><br>“Oro blu” del terzo millennio e bene prezioso dell'umanità. Sarà l'acqua la protagonista del progetto in fase di sviluppo, pensato&nbsp;per far fronte all'ingente produzione di bottiglie e contenitori in plastica che ogni anno affollano letteralmente i cassonetti di questo piccolo lembo dell'estremo levante ligure.</p>
<p>L'Ente ha messo al vaglio una serie di ipotesi capaci, da un lato di abbattere gli impatti ambientali legati al trasporto e allo smaltimento, e dall'altro di fornire acqua pura, controllata e di eccellente qualità. L'iniziativa, che partirà dal Comune di Riomaggiore - per essere poi estesa a tutto il territorio Parco - consiste in una serie di postazioni dove verrà erogata acqua costantemente controllata, prelevata direttamente dalla rete urbana, che sarà refrigerata e addizionata di anidride carbonica, conferendole le famose bollicine.<br><br>Dunque “sorsi d'acqua e di consapevolezza” in questo progetto pensato per rendere i turisti non solo semplici consumatori mordi e fuggi, ma artefici di un gesto virtuoso e conveniente. Insomma un piccolo grande contributo per innescare una rivoluzione culturale indispensabile ad un uso sempre più sostenibile delle risorse idriche...anche di ritorno dalle vacanze.<br><br>La parte tecnica progettuale è a cura della Epta Consul scrl, in collaborazione con Sovrintendenza dei Beni Ambientali e Architettonici di Pisa.<br><br>A presentare il progetto, dopo i saluti e l'introduzione di Franco Bonanini,&nbsp;presidente Parco Cinque Terre, intereverranno;<br>Marco Zanicchi, geologo - Impatto Ambientale della plastica: inquinamento e salute pubblica;<br>Marco Salarpi, ingegnere - L'utilizzo di acqua di rete per scopi alimentari;<br>Fabio Tedeschi, Sindaco Comune di Lajatico - Esempio di utilizzo delle fonti dell'acqua;<br>Riccardo Lorenzi, architetto Sovrintendenza Pisa -&nbsp; Impatto ambientale (salvaguardia dell'ambiente del Parco);<br>Donatella Ambrosini, architetto - La fontana dell'acqua, sviluppo futuro della riosorsa acqua sulla Via dell'Amore.</p>
<p>Marzia Vivaldi<br>2 settembre 2010<br><a href="http://www.parconazionale5terre.it/">parconazionale5terre.it</a></p>
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        <title type="html"><![CDATA[Acqua in bottiglia? Meglio quella del rubinetto]]></title>
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          <![CDATA[
		  <p><em>La nostra acqua per un Parco più pulito.<br><br></em>La proposta progettuale del <strong>Parco Cinque Terre</strong>, per una nuova forma di consumo dell'acqua diretta, economica, di qualità e rispettosa dell'ambiente, sarà presentata al Castello di Riomaggiore, <strong>lunedì 6 settembre</strong>: alle 10 l'incontro con gli operatori, alle 18 quello con la cittadinanza.<br><br>“Oro blu” del terzo millennio e bene prezioso dell'umanità. Sarà l'acqua la protagonista del progetto in fase di sviluppo, pensato&nbsp;per far fronte all'ingente produzione di bottiglie e contenitori in plastica che ogni anno affollano letteralmente i cassonetti di questo piccolo lembo dell'estremo levante ligure.</p>
<p>L'Ente ha messo al vaglio una serie di ipotesi capaci, da un lato di abbattere gli impatti ambientali legati al trasporto e allo smaltimento, e dall'altro di fornire acqua pura, controllata e di eccellente qualità. L'iniziativa, che partirà dal Comune di Riomaggiore - per essere poi estesa a tutto il territorio Parco - consiste in una serie di postazioni dove verrà erogata acqua costantemente controllata, prelevata direttamente dalla rete urbana, che sarà refrigerata e addizionata di anidride carbonica, conferendole le famose bollicine.<br><br>Dunque “sorsi d'acqua e di consapevolezza” in questo progetto pensato per rendere i turisti non solo semplici consumatori mordi e fuggi, ma artefici di un gesto virtuoso e conveniente. Insomma un piccolo grande contributo per innescare una rivoluzione culturale indispensabile ad un uso sempre più sostenibile delle risorse idriche...anche di ritorno dalle vacanze.<br><br>La parte tecnica progettuale è a cura della Epta Consul scrl, in collaborazione con Sovrintendenza dei Beni Ambientali e Architettonici di Pisa.<br><br>A presentare il progetto, dopo i saluti e l'introduzione di Franco Bonanini,&nbsp;presidente Parco Cinque Terre, intereverranno;<br>Marco Zanicchi, geologo - Impatto Ambientale della plastica: inquinamento e salute pubblica;<br>Marco Salarpi, ingegnere - L'utilizzo di acqua di rete per scopi alimentari;<br>Fabio Tedeschi, Sindaco Comune di Lajatico - Esempio di utilizzo delle fonti dell'acqua;<br>Riccardo Lorenzi, architetto Sovrintendenza Pisa -&nbsp; Impatto ambientale (salvaguardia dell'ambiente del Parco);<br>Donatella Ambrosini, architetto - La fontana dell'acqua, sviluppo futuro della riosorsa acqua sulla Via dell'Amore.</p>
<p>Marzia Vivaldi<br>2 settembre 2010<br><a href="http://www.parconazionale5terre.it/">parconazionale5terre.it</a></p>
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        <published>2010-09-06T07:55:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Buffonate e silenzi]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <em>di Shukri Said, da&nbsp;</em><a href="http://www.migrare.eu"><em>www.migrare.eu</em><br></a><br>
<p>Che cosa spinga Gheddafi a venire ripetutamente in Italia presentando numeri equestri e nuocendo così gravemente alla sua figura di statista non è dato sapere. Quest’ambizione di iscriversi nella galleria dei personaggi africani più clowneschi, come Amin Dada o Bokassa, è tanto più incomprensibile se si pensa che il Colonnello avrebbe la possibilità di ispirarsi a ben altri esempi africani come Mandela o la Costituzione che il Kenya ha appena approvato.<br>Invece, in due giorni di visita a Roma, ha fatto pagare 700 donne perché accettassero di assistere alla sua predicazione islamica.</p>
<p>Una predicazione, oltretutto, priva di qualunque investitura spirituale perché mirata ad un solo genere. D’altra parte, se l’abito non fa il monaco, la tenda non fa il beduino.<br>Non sappiamo, non avendo assistito all’omelia del Colonnello, se il prezzo pagato alle signorine valesse il sacrificio, ma è il metodo che conta e che la dice lunga sulla libertà di cui godono le donne in Libia. E non solo loro visto che Gheddafi è da trent’anni presidente senza essere mai stato eletto. Ma se il Colonnello è libero di essere chi vuole e di fare quello che gli pare, è profondamente umiliante che l’Italia si presti ad ogni suo capriccio. Fino a consentirgli di fare un’opera di proselitismo islamico che troppo domanda alla tolleranza dell’ospitalità quando già si ospita il Vaticano.</p>
<p>Lo si potrebbe anche comprendere se si trattasse solo di salvaguardare affari, interessi economici e il galateo diplomatico. Il fatto è che, contemporaneamente, si tace su aspetti fondamentali del diritto internazionale, si coprono ripetute violazioni dei diritti umani, ci si costituisce mandanti dei respingimenti indiscriminati in mare. Un modo, questo, per trarre un vantaggio elettorale passando sopra la coscienza di tutti gli italiani, anche di quelli che non possono accettare che un trattato di amicizia, come quella tra l’Italia e la Libia, abbia conseguenze tanto disumane. E che rifiutano il silenzio del loro paese sulla sorte di donne e di uomini&nbsp; che avrebbero diritto all’asilo politico.<br>Così si piega la dignità delle istituzioni, la coscienza di un intero paese, alle pretese di una sola parte politica. E si mostra al mondo un’Italia che esiste solo dalle parti di Arcore e in alcune zone del Nord governato dalla Lega. Zone la cui popolazione, con lo spettacolo di questi giorni, dovrà pur porsi qualche domanda sugli effetti delle sue scelte.<br><br>Non si chiudono i conti con la storia coloniale con un accordo come quello che è stato siglato un anno fa. I conti con la storia si chiudono affrontando quel passato in tutti i suoi aspetti e anche in tutti i suoi luoghi: non solo la Libia, ma l’intera Africa Italiana Orientale del 1938, quindi anche l’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia.<br>L’affronto che dobbiamo subire ospitando le pagliacciate di Gheddafi è un’offesa direttamente imputabile alle decisioni di un presidente del Consiglio che sceglie i suoi amici più cari tra i meno democratici tra i capi di Stato. Ai libici, 5 miliardi di Euro e un’autostrada bord de mer; ai profughi del Corno d’Africa i respingimenti e il timbro turistico.<br><br>(Editoriale pubblicato su L'Unità, 31 agosto 2010)<br><br></p>
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          <![CDATA[
		  <em>di Shukri Said, da&nbsp;</em><a href="http://www.migrare.eu"><em>www.migrare.eu</em><br></a><br>
<p>Che cosa spinga Gheddafi a venire ripetutamente in Italia presentando numeri equestri e nuocendo così gravemente alla sua figura di statista non è dato sapere. Quest’ambizione di iscriversi nella galleria dei personaggi africani più clowneschi, come Amin Dada o Bokassa, è tanto più incomprensibile se si pensa che il Colonnello avrebbe la possibilità di ispirarsi a ben altri esempi africani come Mandela o la Costituzione che il Kenya ha appena approvato.<br>Invece, in due giorni di visita a Roma, ha fatto pagare 700 donne perché accettassero di assistere alla sua predicazione islamica.</p>
<p>Una predicazione, oltretutto, priva di qualunque investitura spirituale perché mirata ad un solo genere. D’altra parte, se l’abito non fa il monaco, la tenda non fa il beduino.<br>Non sappiamo, non avendo assistito all’omelia del Colonnello, se il prezzo pagato alle signorine valesse il sacrificio, ma è il metodo che conta e che la dice lunga sulla libertà di cui godono le donne in Libia. E non solo loro visto che Gheddafi è da trent’anni presidente senza essere mai stato eletto. Ma se il Colonnello è libero di essere chi vuole e di fare quello che gli pare, è profondamente umiliante che l’Italia si presti ad ogni suo capriccio. Fino a consentirgli di fare un’opera di proselitismo islamico che troppo domanda alla tolleranza dell’ospitalità quando già si ospita il Vaticano.</p>
<p>Lo si potrebbe anche comprendere se si trattasse solo di salvaguardare affari, interessi economici e il galateo diplomatico. Il fatto è che, contemporaneamente, si tace su aspetti fondamentali del diritto internazionale, si coprono ripetute violazioni dei diritti umani, ci si costituisce mandanti dei respingimenti indiscriminati in mare. Un modo, questo, per trarre un vantaggio elettorale passando sopra la coscienza di tutti gli italiani, anche di quelli che non possono accettare che un trattato di amicizia, come quella tra l’Italia e la Libia, abbia conseguenze tanto disumane. E che rifiutano il silenzio del loro paese sulla sorte di donne e di uomini&nbsp; che avrebbero diritto all’asilo politico.<br>Così si piega la dignità delle istituzioni, la coscienza di un intero paese, alle pretese di una sola parte politica. E si mostra al mondo un’Italia che esiste solo dalle parti di Arcore e in alcune zone del Nord governato dalla Lega. Zone la cui popolazione, con lo spettacolo di questi giorni, dovrà pur porsi qualche domanda sugli effetti delle sue scelte.<br><br>Non si chiudono i conti con la storia coloniale con un accordo come quello che è stato siglato un anno fa. I conti con la storia si chiudono affrontando quel passato in tutti i suoi aspetti e anche in tutti i suoi luoghi: non solo la Libia, ma l’intera Africa Italiana Orientale del 1938, quindi anche l’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia.<br>L’affronto che dobbiamo subire ospitando le pagliacciate di Gheddafi è un’offesa direttamente imputabile alle decisioni di un presidente del Consiglio che sceglie i suoi amici più cari tra i meno democratici tra i capi di Stato. Ai libici, 5 miliardi di Euro e un’autostrada bord de mer; ai profughi del Corno d’Africa i respingimenti e il timbro turistico.<br><br>(Editoriale pubblicato su L'Unità, 31 agosto 2010)<br><br></p>
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        <title type="html"><![CDATA[Rai: Giulietti, azienda risponda a denuncia D'Amati su Beha]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font size=2>da <a href="http://www.articolo21.org">www.articolo21.org</a> <br>2 settembre 2010</font><br><br>&nbsp;"Ci auguriamo che la direzione generale della Rai voglia rispondere alla <strong><a href="http://www.italiopoli.it/?id_blogdoc=2530104" target=_blank>clamorosa denuncia </a></strong>dell'avvocato D'Amati, pubblicata oggi dal quotidiano "Il Fatto", in relazione al caso di Oliviero Beha. Al di là dei singoli episodi resta il rifiuto della Rai di dare esecuzione a diverse <strong>sentenze </strong>che non solo hanno accertato le discriminazioni pregresse ma hanno anche imposto alla Rai il reintegro di Beha nelle sue mansioni alla radio e alla testata sportiva. Questo non è mai avvenuto e dunque, come a Melfi, si pensa di poter disattivare le decisioni del giudice. Non si tratta solo di essere solidali con Beha ma di essere solidali con il principio di legalità". Lo afferma in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. <br><br>
				]]>
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        <published>2010-09-03T08:22:00Z</published>
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          <![CDATA[
		  <font size=2>da <a href="http://www.articolo21.org">www.articolo21.org</a> <br>2 settembre 2010</font><br><br>&nbsp;"Ci auguriamo che la direzione generale della Rai voglia rispondere alla <strong><a href="http://www.italiopoli.it/?id_blogdoc=2530104" target=_blank>clamorosa denuncia </a></strong>dell'avvocato D'Amati, pubblicata oggi dal quotidiano "Il Fatto", in relazione al caso di Oliviero Beha. Al di là dei singoli episodi resta il rifiuto della Rai di dare esecuzione a diverse <strong>sentenze </strong>che non solo hanno accertato le discriminazioni pregresse ma hanno anche imposto alla Rai il reintegro di Beha nelle sue mansioni alla radio e alla testata sportiva. Questo non è mai avvenuto e dunque, come a Melfi, si pensa di poter disattivare le decisioni del giudice. Non si tratta solo di essere solidali con Beha ma di essere solidali con il principio di legalità". Lo afferma in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. <br><br>
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        <title type="html"><![CDATA[Beha allontanato dal Tg3 come gli operai di Melfi]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <em>di Domenico d'Amati, Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2010</em><br><br>La sorte subita da Oliviero Beha dimostra ancora una volta che spesso le vicende lavorative del giornalista assumono un interesse di portata generale perché si riflettono sulla libertà di informazione, che ha la sua prima e fondamentale garanzia nel corretto funzionamento dello Stato di diritto.<br><br>Improvvisa decisione Beha è stato destinato al Tg3 come editorialista con un ordine di servizio del direttore generale della Rai in seguito a una sentenza del Tribunale di Roma che ha condannato l’azienda a fargli svolgere le sue mansioni, delle quali era stato illegittimamente privato senza motivi di natura organizzativa, dopo alcune iniziative da lui assunte per contrastare fenomeni diffusi nel mondo. L’improvvisa decisione aziendale di non dare più esecuzione al provvedimento del direttore generale ha comportato anche l’inottemperanza all’ordine del giudice. <br><br>Qualcosa di simile a quanto verificatosi a Melfi, con l’aggravante che la Rai è un’azienda pubblica i cui responsabili sono doppiamente tenuti al rispetto della legge e del costume democratico. Si è giustamente detto che mantenendo i sindacalisti Fiat lontani dalle catene di montaggio Marchionne ha leso la loro dignità di lavoratori, che è tutelata dall’art. 41 della Costituzione. Non per nulla questa fondamentale disposizione rientra fra gli obiettivi di “riforma” enunciati da Berlusconi. <br><br>La dignità del giornalista coincide con l’esercizio del suo diritto-dovere di informare il pubblico nel rispetto della legge professionale. Nei poteri del direttore di testata non è compreso quello di bandire dal lavoro un suo collega. Il bando equivale a una sorta di censura ad personam. Se un giornalista viene meno ai suoi doveri lavorativi – e questo non è il caso – l’azienda può tutelarsi contestandogli specifici addebiti e provando la loro fondatezza. La messa al bando non è prevista né dallo Statuto dei Lavoratori né dal contratto nazionale di lavoro giornalistico. Anzi, come è stato affermato dalla Corte costituzionale, “il direttore di testata ha il fondamentale dovere di garantire che l’attività affidata alla sua direzione e responsabilità si svolga in quel clima di libertà di informazione e di critica che la legge vuole assicurare come necessario fondamento di una libera stampa”.<br><br>Negare a un giornalista la tutela per lui prevista dalla legge significa spingerlo a cercare altrove impropri meccanismi protettivi. In tal modo alle regole dello Stato di diritto si sostituiscono quelle fondate sull’appartenenza. Tale modo di procedere – ha affermato la Cassazione – è lesivo della personalità dei lavoratori, “perché colpisce il loro diritto a essere valutati per le loro qualità professionali e personali, ledendo la libertà di non vincolare la propria attività all’appartenenza a questo o a quel gruppo politico e di non collocarsi in questa o in quell’area di influenza.”<br><br>
				]]>
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        <published>2010-09-03T07:55:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Beha allontanato dal Tg3 come gli operai di Melfi]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <em>di Domenico d'Amati, Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2010</em><br><br>La sorte subita da Oliviero Beha dimostra ancora una volta che spesso le vicende lavorative del giornalista assumono un interesse di portata generale perché si riflettono sulla libertà di informazione, che ha la sua prima e fondamentale garanzia nel corretto funzionamento dello Stato di diritto.<br><br>Improvvisa decisione Beha è stato destinato al Tg3 come editorialista con un ordine di servizio del direttore generale della Rai in seguito a una sentenza del Tribunale di Roma che ha condannato l’azienda a fargli svolgere le sue mansioni, delle quali era stato illegittimamente privato senza motivi di natura organizzativa, dopo alcune iniziative da lui assunte per contrastare fenomeni diffusi nel mondo. L’improvvisa decisione aziendale di non dare più esecuzione al provvedimento del direttore generale ha comportato anche l’inottemperanza all’ordine del giudice. <br><br>Qualcosa di simile a quanto verificatosi a Melfi, con l’aggravante che la Rai è un’azienda pubblica i cui responsabili sono doppiamente tenuti al rispetto della legge e del costume democratico. Si è giustamente detto che mantenendo i sindacalisti Fiat lontani dalle catene di montaggio Marchionne ha leso la loro dignità di lavoratori, che è tutelata dall’art. 41 della Costituzione. Non per nulla questa fondamentale disposizione rientra fra gli obiettivi di “riforma” enunciati da Berlusconi. <br><br>La dignità del giornalista coincide con l’esercizio del suo diritto-dovere di informare il pubblico nel rispetto della legge professionale. Nei poteri del direttore di testata non è compreso quello di bandire dal lavoro un suo collega. Il bando equivale a una sorta di censura ad personam. Se un giornalista viene meno ai suoi doveri lavorativi – e questo non è il caso – l’azienda può tutelarsi contestandogli specifici addebiti e provando la loro fondatezza. La messa al bando non è prevista né dallo Statuto dei Lavoratori né dal contratto nazionale di lavoro giornalistico. Anzi, come è stato affermato dalla Corte costituzionale, “il direttore di testata ha il fondamentale dovere di garantire che l’attività affidata alla sua direzione e responsabilità si svolga in quel clima di libertà di informazione e di critica che la legge vuole assicurare come necessario fondamento di una libera stampa”.<br><br>Negare a un giornalista la tutela per lui prevista dalla legge significa spingerlo a cercare altrove impropri meccanismi protettivi. In tal modo alle regole dello Stato di diritto si sostituiscono quelle fondate sull’appartenenza. Tale modo di procedere – ha affermato la Cassazione – è lesivo della personalità dei lavoratori, “perché colpisce il loro diritto a essere valutati per le loro qualità professionali e personali, ledendo la libertà di non vincolare la propria attività all’appartenenza a questo o a quel gruppo politico e di non collocarsi in questa o in quell’area di influenza.”<br><br>
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        <title type="html"><![CDATA[Le grandi sfide d’autunno del Movimento No Ponte]]></title>
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          <![CDATA[
		  <em>di Antonio Mazzeo</em><br><br>Tra Scilla e Cariddi il miracolo di una rivisitazione della biblica sfida tra il piccolo Davide e il gigante Golia. Uno scontro impari, da una parte gli instancabili attivisti<strong> </strong><a href="http://www.noponte.it/"><strong>No Ponte</strong></a> che finanziano cortei e sit-in con adesivi e magliette di cotone, dall’altra i potenti fautori della realizzazione della Madre delle Grandi Opere, il Ponte sullo Stretto, faraonico e irrealizzabile progetto strapagato con ingenti risorse pubbliche. Nonostante l’infernale macchina propagandistica dei Signori del capitalismo straccione di Casa nostra, i No Ponte resistono, mordono, mobilitano, colpiscono. Così, sabato 28 agosto, tra le stradine di Torre Faro, il villaggio dove dovrebbe sorgere il pilone “siciliano” del Ponte, hanno sfilato più di tremila persone per difendere il territorio dall’ennesimo inusitato saccheggio. Un corteo colorato, allegro, propositivo e ottimista, qualità ormai rare in un’Italia sempre più povera e disarticolata dal neoliberismo e dall’autoritarismo piduista e berlusconista. Un’iniziativa che è punto di arrivo della mobilitazione estiva fatta d’incontri, dibattiti, mostre itineranti, pubblicazioni e presentazioni di libri e documenti, il frutto di una maturazione collettiva dove alla mera presa di posizione ambientalista in nome della difesa museale della bellezza dello Stretto, si è passati alle denunce dei devastanti effetti socio-economici e occupazionali e delle innumerevoli caratteristiche criminali e criminogene dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia.<br>
<p>Al miracolo resistenziale dei No Ponte hanno certamente contribuito alcune scelte fortemente autolesioniste dei Padrini del Ponte e del general contractor chiamato alla progettazione definitiva e realizzazione dell’infrastruttura. Inspiegabilmente c’è chi ha pensato in piena estate a riempire di trivelle le strade più percorse dal flusso dei bagnanti messinesi, contribuendo pesantemente all’esplosione degli ingorghi automobilistici. Servirebbero per studiare la crosta terrestre nei luoghi dove versare fiumi di asfalto e cemento per gli ottovolanti che s’intersecheranno con il Ponte, ma intanto disperdono nubi di azoto liquido e fanno tremare gli edifici e le villette degli abitanti del Faro. Poi, con la delirante arroganza di chi si crede onnipotente, si è pensato bene di dismettere l’edificio del Polo scientifico universitario di Messina, creato per incubare e sostenere una quarantine di imprese di giovani neolaureati, ed offrirlo in affitto ad Eurolink, l’associazione delle imprese costruttrici del Ponte, quale general office per l’intera operazione Ponte. Un cambio d’uso del tutto illegale ed illegittimo, che grazie alle denunce della Rete No Ponte e di pochissime mosche bianche dell’Ateneo è stato sino ad oggi congelato. Trivelle e incubatore hanno profondamente indignato l’opinione pubblica che ha potuto prendere coscienza di ciò che potrebbe accadere in termini di diritti, democrazia e vivibilità, quando i lavori, quelli veri, inizieranno.</p>
<p>Il 2 ottobre, primo anniversario della tragedia che ha duramente colpito i villaggi della zona sud di Messina e il comune di Scaletta, i nopontisti torneranno in piazza per una manifestazione che assumerà il carattere nazionale e richiederà con forza l’utilizzo delle risorse finanziarie destinate al Ponte per la messa in sicurezza dei territori, quelli sempre più feriti dall’abusivismo o dai piani urbanistici che rispondono agli interessi della borghesia mafiosa. Un appuntamento che vede gli organizzatori consapevoli&nbsp;dei tanti i nodi e delle difficoltà da dovere affrontare, a partire dalla necessità di rilanciare il senso di appartenenza di attivisti, simpatizzanti e interlocutori che si oppongono al Ponte ad un progetto di profondo rinnovamento delle forme e dei linguaggi del far politica. O dal bisogno di rafforzare l’impegno militante dei singoli e l’organizzazione del movimento, attraverso la piena affermazione dell’adesione individuale, ed eventualmente, se sarà decisivo collegialmente, con una rifondazione della Rete No Ponte e dei suo network. La positiva esperienza del neo-costituito Comitato No Ponte di Capo Peloro, il primo gruppo auto-associatosi su base locale, è una spinta verso la moltiplicazione di esperienze simili nelle realtà che più direttamente e negativamente saranno investite dall’avvio dei lavori, i numerosi villaggi della Riviera Nord di Messina o i comuni della fascia tirrenica della provincia tra Villafranca e Milazzo dove verranno insediati cantieri remoti, cave e discariche per oltre 8 milioni di metri cubi d’inerti. C’è poi da superare l’empasse e le difficoltà di ordine organizzativo che hanno caratterizzato la vita recente del movimento No Ponte della sponda calabrese, specie adesso che si è fatta ancora più violenta la controffensiva della ‘ndrangheta contro le istituzioni e la magistratura, in nome della piena signoria criminale sul territorio e sulla realizzazione e gestione delle grandi opere e dei servizi in Calabria. </p>
<p>Il progressivo innalzamento del livello del conflitto contro i Signori e i Padrini del Ponte e la oramai scontata militarizzazione dei cantieri che sarà imposta dal Governo, pone il Movimento di fronte all’esigenza di ripensare le forme di lotta ed opposizione. L’azione diretta non violenta, la disobbedienza civile, i boicottaggi, il disinvestimento da banche e gruppi finanziari che si arricchiscono dilapidando risorse pubbliche e sostengono gli scempi ambientali, possono essere strumenti proficui e determinanti per la nuova stagione di mobilitazione. Andranno profondamente ricercati e potenziati i legami e le alleanze con i soggetti che in Italia testimoniano e mettono in pratica l’antagonismo ai poteri dominanti, dai movimenti No TAV in Val Susa e nell’appennino tosco-emiliano, ai No Dal Molin e ai comitati che si oppongono alla proliferazioni delle basi di guerra, ai protagonisti delle campagne contro inceneritori, centrali nucleari, a carbone e turbo-bas, ai gruppi in lotta contro la privatizzazione dell’acqua e delle risorse naturali, alle organizzazioni sindacali di base in lotta contro la progressiva precarizzazione del lavoro e dei diritti nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università. In particolare, nel Mezzogiorno, la lotta al Ponte, per il suo valore simbolico di “Madre di tutte le Grandi Nefandezze”, può essere assunto come uno degli elementi prioritari e unificanti&nbsp; per rilanciare la mobilitazione dal basso.</p>
<p>Il “No al Ponte” dovrà pure avere la capacità di porre alcuni punti all’ordine del giorno del dibattito politico nazionale. La “messa in sicurezza dei territori” è quello immediato e improcrastinabile, ed è questo il senso dell’appuntamento del prossimo 2 ottobre, congiuntamente al rilancio dell’attraversamento marittimo pubblico e dell’occupazione nel corridoio Messina-Villa San Giovanni. Si dovrà rispondere con determinazione agli innumerevoli progetti che amministratori e gruppi d’ingegneri stanno spacciando come “opere compensative e complementari” per la realizzazione del Ponte. Si tratta quasi sempre di infrastrutture inutili, negativamente impattanti quanto l’opera madre e soprattutto inutilmente costose. Una mercificazione e monetizzazione del “rischio-dramma Ponte” inaccettabile. Solo nel versante messinese, sono già stati chiesti finanziamenti pubblici per 219 milioni di euro, una spesa insostenibile in una città priva di servizi sociali e spazi verdi pubblici. C’è pure l’esigenza di rilanciare la campagna per lo scioglimento immediato della Società Stretto di Messina Spa, concessionaria statale per la grande opera, previa un’inchiesta inter-istituzionale che la inchiodi per lo sperpero di 1.000 miliardi di vecchie lire nei vent’anni della sua vita caratterizzata da compensi a funzionari e professionisti e dalla pubblicazione di colossali faldoni di carta straccia. O l’obiettivo di far istituire all’interno della Commissione parlamentare antimafia, un Comitato d’inchiesta sulle trame ordite dalle organizzazioni mafiose transnazionali e locali in vista del finanziamento diretto e dell’accaparramento di buona parte delle attività legate alla progettazione ed esecuzione del Ponte. Tra gli impalcati di acciaio e cemento che si vorrebbero innalzare nello Stretto di Messina, sono troppe e inquietanti le diaboliche alleanze tessute da mafiosi, ‘ndranghetisti, massoni, trafficanti di droga ed armi, eversori di estrema destra e apparati più o meno segreti dello Stato.</p>
<p>Il tributo pagato dalle moltitudini più povere e marginali è stato enorme, ne ha minato il diritto alla sopravvivenza e alla dignità. Ha forzato separazioni drammatiche e migrazioni. Le famiglie e i ceti politici ed economici dominanti, pochi e sempre gli stessi, sono chiamati oggi a dare conto del loro operato di sopraffazione e reale soffocamento di qualsivoglia ipotesi di sviluppo autocentrato.&nbsp;<br><br><br></p>
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        <published>2010-09-03T07:44:00Z</published>
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		  <em>di Antonio Mazzeo</em><br><br>Tra Scilla e Cariddi il miracolo di una rivisitazione della biblica sfida tra il piccolo Davide e il gigante Golia. Uno scontro impari, da una parte gli instancabili attivisti<strong> </strong><a href="http://www.noponte.it/"><strong>No Ponte</strong></a> che finanziano cortei e sit-in con adesivi e magliette di cotone, dall’altra i potenti fautori della realizzazione della Madre delle Grandi Opere, il Ponte sullo Stretto, faraonico e irrealizzabile progetto strapagato con ingenti risorse pubbliche. Nonostante l’infernale macchina propagandistica dei Signori del capitalismo straccione di Casa nostra, i No Ponte resistono, mordono, mobilitano, colpiscono. Così, sabato 28 agosto, tra le stradine di Torre Faro, il villaggio dove dovrebbe sorgere il pilone “siciliano” del Ponte, hanno sfilato più di tremila persone per difendere il territorio dall’ennesimo inusitato saccheggio. Un corteo colorato, allegro, propositivo e ottimista, qualità ormai rare in un’Italia sempre più povera e disarticolata dal neoliberismo e dall’autoritarismo piduista e berlusconista. Un’iniziativa che è punto di arrivo della mobilitazione estiva fatta d’incontri, dibattiti, mostre itineranti, pubblicazioni e presentazioni di libri e documenti, il frutto di una maturazione collettiva dove alla mera presa di posizione ambientalista in nome della difesa museale della bellezza dello Stretto, si è passati alle denunce dei devastanti effetti socio-economici e occupazionali e delle innumerevoli caratteristiche criminali e criminogene dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia.<br>
<p>Al miracolo resistenziale dei No Ponte hanno certamente contribuito alcune scelte fortemente autolesioniste dei Padrini del Ponte e del general contractor chiamato alla progettazione definitiva e realizzazione dell’infrastruttura. Inspiegabilmente c’è chi ha pensato in piena estate a riempire di trivelle le strade più percorse dal flusso dei bagnanti messinesi, contribuendo pesantemente all’esplosione degli ingorghi automobilistici. Servirebbero per studiare la crosta terrestre nei luoghi dove versare fiumi di asfalto e cemento per gli ottovolanti che s’intersecheranno con il Ponte, ma intanto disperdono nubi di azoto liquido e fanno tremare gli edifici e le villette degli abitanti del Faro. Poi, con la delirante arroganza di chi si crede onnipotente, si è pensato bene di dismettere l’edificio del Polo scientifico universitario di Messina, creato per incubare e sostenere una quarantine di imprese di giovani neolaureati, ed offrirlo in affitto ad Eurolink, l’associazione delle imprese costruttrici del Ponte, quale general office per l’intera operazione Ponte. Un cambio d’uso del tutto illegale ed illegittimo, che grazie alle denunce della Rete No Ponte e di pochissime mosche bianche dell’Ateneo è stato sino ad oggi congelato. Trivelle e incubatore hanno profondamente indignato l’opinione pubblica che ha potuto prendere coscienza di ciò che potrebbe accadere in termini di diritti, democrazia e vivibilità, quando i lavori, quelli veri, inizieranno.</p>
<p>Il 2 ottobre, primo anniversario della tragedia che ha duramente colpito i villaggi della zona sud di Messina e il comune di Scaletta, i nopontisti torneranno in piazza per una manifestazione che assumerà il carattere nazionale e richiederà con forza l’utilizzo delle risorse finanziarie destinate al Ponte per la messa in sicurezza dei territori, quelli sempre più feriti dall’abusivismo o dai piani urbanistici che rispondono agli interessi della borghesia mafiosa. Un appuntamento che vede gli organizzatori consapevoli&nbsp;dei tanti i nodi e delle difficoltà da dovere affrontare, a partire dalla necessità di rilanciare il senso di appartenenza di attivisti, simpatizzanti e interlocutori che si oppongono al Ponte ad un progetto di profondo rinnovamento delle forme e dei linguaggi del far politica. O dal bisogno di rafforzare l’impegno militante dei singoli e l’organizzazione del movimento, attraverso la piena affermazione dell’adesione individuale, ed eventualmente, se sarà decisivo collegialmente, con una rifondazione della Rete No Ponte e dei suo network. La positiva esperienza del neo-costituito Comitato No Ponte di Capo Peloro, il primo gruppo auto-associatosi su base locale, è una spinta verso la moltiplicazione di esperienze simili nelle realtà che più direttamente e negativamente saranno investite dall’avvio dei lavori, i numerosi villaggi della Riviera Nord di Messina o i comuni della fascia tirrenica della provincia tra Villafranca e Milazzo dove verranno insediati cantieri remoti, cave e discariche per oltre 8 milioni di metri cubi d’inerti. C’è poi da superare l’empasse e le difficoltà di ordine organizzativo che hanno caratterizzato la vita recente del movimento No Ponte della sponda calabrese, specie adesso che si è fatta ancora più violenta la controffensiva della ‘ndrangheta contro le istituzioni e la magistratura, in nome della piena signoria criminale sul territorio e sulla realizzazione e gestione delle grandi opere e dei servizi in Calabria. </p>
<p>Il progressivo innalzamento del livello del conflitto contro i Signori e i Padrini del Ponte e la oramai scontata militarizzazione dei cantieri che sarà imposta dal Governo, pone il Movimento di fronte all’esigenza di ripensare le forme di lotta ed opposizione. L’azione diretta non violenta, la disobbedienza civile, i boicottaggi, il disinvestimento da banche e gruppi finanziari che si arricchiscono dilapidando risorse pubbliche e sostengono gli scempi ambientali, possono essere strumenti proficui e determinanti per la nuova stagione di mobilitazione. Andranno profondamente ricercati e potenziati i legami e le alleanze con i soggetti che in Italia testimoniano e mettono in pratica l’antagonismo ai poteri dominanti, dai movimenti No TAV in Val Susa e nell’appennino tosco-emiliano, ai No Dal Molin e ai comitati che si oppongono alla proliferazioni delle basi di guerra, ai protagonisti delle campagne contro inceneritori, centrali nucleari, a carbone e turbo-bas, ai gruppi in lotta contro la privatizzazione dell’acqua e delle risorse naturali, alle organizzazioni sindacali di base in lotta contro la progressiva precarizzazione del lavoro e dei diritti nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università. In particolare, nel Mezzogiorno, la lotta al Ponte, per il suo valore simbolico di “Madre di tutte le Grandi Nefandezze”, può essere assunto come uno degli elementi prioritari e unificanti&nbsp; per rilanciare la mobilitazione dal basso.</p>
<p>Il “No al Ponte” dovrà pure avere la capacità di porre alcuni punti all’ordine del giorno del dibattito politico nazionale. La “messa in sicurezza dei territori” è quello immediato e improcrastinabile, ed è questo il senso dell’appuntamento del prossimo 2 ottobre, congiuntamente al rilancio dell’attraversamento marittimo pubblico e dell’occupazione nel corridoio Messina-Villa San Giovanni. Si dovrà rispondere con determinazione agli innumerevoli progetti che amministratori e gruppi d’ingegneri stanno spacciando come “opere compensative e complementari” per la realizzazione del Ponte. Si tratta quasi sempre di infrastrutture inutili, negativamente impattanti quanto l’opera madre e soprattutto inutilmente costose. Una mercificazione e monetizzazione del “rischio-dramma Ponte” inaccettabile. Solo nel versante messinese, sono già stati chiesti finanziamenti pubblici per 219 milioni di euro, una spesa insostenibile in una città priva di servizi sociali e spazi verdi pubblici. C’è pure l’esigenza di rilanciare la campagna per lo scioglimento immediato della Società Stretto di Messina Spa, concessionaria statale per la grande opera, previa un’inchiesta inter-istituzionale che la inchiodi per lo sperpero di 1.000 miliardi di vecchie lire nei vent’anni della sua vita caratterizzata da compensi a funzionari e professionisti e dalla pubblicazione di colossali faldoni di carta straccia. O l’obiettivo di far istituire all’interno della Commissione parlamentare antimafia, un Comitato d’inchiesta sulle trame ordite dalle organizzazioni mafiose transnazionali e locali in vista del finanziamento diretto e dell’accaparramento di buona parte delle attività legate alla progettazione ed esecuzione del Ponte. Tra gli impalcati di acciaio e cemento che si vorrebbero innalzare nello Stretto di Messina, sono troppe e inquietanti le diaboliche alleanze tessute da mafiosi, ‘ndranghetisti, massoni, trafficanti di droga ed armi, eversori di estrema destra e apparati più o meno segreti dello Stato.</p>
<p>Il tributo pagato dalle moltitudini più povere e marginali è stato enorme, ne ha minato il diritto alla sopravvivenza e alla dignità. Ha forzato separazioni drammatiche e migrazioni. Le famiglie e i ceti politici ed economici dominanti, pochi e sempre gli stessi, sono chiamati oggi a dare conto del loro operato di sopraffazione e reale soffocamento di qualsivoglia ipotesi di sviluppo autocentrato.&nbsp;<br><br><br></p>
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        <published>2010-09-03T07:44:00Z</published>
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