25 agosto 2008, in
Malelingue
Le caramelle di Cammarelle
MalelingueOlimpiche
l'Unità, 25 agosto 2008
Roberto Cammarelle è un eccellente pugile, da ieri medaglia d’oro olimpica nei supermassimi la categoria più pesante della boxe, con un’aria simpatica e decisa ma non estroversa nel modo guascone di Clemente Russo. Sarà un caso, ma almeno a Pechino lui vince e Russo, pugile di evidente qualità istintuale, no. Ma il colosso nato a Milano forse non si renderà conto abbastanza presto e abbastanza bene del favore straordinario che ha fatto sul ring di Pechino al Coni e a tutta la missione olimpica azzurra. Da delusi a (quasi) trionfatori perché è l’ultima sequenza quella che rimane negli occhi quando il film finisce.
E’ facile considerare la prova al contrario. Immagintevi un Cammarelle perdente, magari ingiustamente penalizzato dai “soliti giudici” che in presenza degli atleti di casa ne hanno fatto effettivamente di tutti i colori. Immaginate cioè che invece della differenza abissale a favore del Nostro, immortalata da un k.o. tecnico, le cose fossero andare in modo misto e confuso, con vittoria del bestione cinese. Beh, le gramaglie si sarebbero sprecate. Invece così (quasi) ci si dimentica del resto oppure non lo si evidenzia abbastanza, e si torna a casa verso il Quirinale e il Presidente in attesa con l’oro al collo di Roberto.
Sono state davvero caramelle, quelle che in extremis il Colosso di Milano ha scartato e regalato soprattutto per la faccia o facciata della nostra dirigenza sportiva. E poi al merito agonistico va aggiunto, come ai numerosi altri azzurri che l’hanno preceduto, il merito di aver ricordato che in Cina non si scherza addirittura dicendo alla buona che come ha vinto lui “spero che possano vincere anche i cinesi”: caro Cammarelle, purtroppo quello è tutt’altro genere di match ed è un ring sterminato.
25 agosto 2008, in
Diario
Poche balle, è recessione
l'Unità, 25 agosto 2008
Anche l’Italia olimpica è in recessione, poche balle: lo è come olimpionica, cioè come vittorie, perché gli ori sono inferiori a quelli delle ultime tre edizioni; lo è come medagliere complessivo, perché anche qui è un’Italia a gambero, che va indietro, e bisogna tornare a Barcellona ’92 per conteggiare un bilancio più magro. Da Atlanta in poi, regressione. Lo dicono i numeri a proposito di una spedizione di 345 atleti, non il cronista, e quindi il presidente del Coni o qualunque altro Presidente, sopra o sotto di lui, ha un bel proclamare “abbiamo resistito tra le prime 10“, perché è forzatamente un voler vedere il bicchiere mezzo pieno ma interessatamente, di parte. Obiettività numerica vuole che si rimarchi questa tenuta ma all’indietro, rivolta al passato.
Questo non toglie nulla né ai medagliati di qualunque metallo cui va tutto il nostro rispetto, né alle cosiddette “medaglie di legno” dei quarti classificati, né a tutti coloro - e non sono molti ,a partire dalla “regina delle Olimpiadi”, l’atletica, quasi senza finalisti - che sono arrivati fino all’ultimo lotto olimpico. Ma seguendo questo criterio allora la Francia, che l’Italia immediatamente precede nella classifica per nazioni, nel cumulo di medaglie è molto più avanti del Bel Paese. Quindi il motto di Petrucci “abbiamo resistitito” nulla ha a che vedere con il “resistere,resistere,resistere” del magistrato Francesco Saverio Borrelli.
Non vorremmo che la “resistenza” del Presidente del Coni preludesse in realtà come sempre tra noi a una forma di Sugheriadi, cioè (dopo quelle del denaro, o Pecuniadi) le Olimpiadi di resistenza a galla dei dirigenti sportivi italiani che il medagliere sottopone a verifica ogni quattro anni, a cominciare da lui.
Ma per non strapparci le vesti mentre immagino il solito trionfalismo acritico di copertura, altro responsabile delle magagne alla radice del settore, cerchiamo di vedere in positivo questo insoddisfacente medagliere (la somma prevista dal Coni alla vigilia era di almeno 30 pezzi), a partire dalla definizione di “recessione” di qualche riga fa. L’Italia economicamente non se la passa bene. Non se la passa bene neppure a quanto pare il movimento olimpico: perché non si parla qui solo di medagliere, ma di movimento sportivo nel suo complesso. Che non gratifica il paese sufficientemente. Non ci sono abbastanza giovani che fanno sport, e sport agonistico, non c’è cultura sportiva, non c’è sport nella scuola ecc., insomma tutti quei fattori che da questo punto di vista rendono civile o più civile un popolo.
Se si pensa che negli ultimi trent’anni in Italia, al Coni e alle Federazioni, in tempi di vacche grasse di soldi ne sono arrivati eccome, e che ancora oggi i contestati 140 mila euro lordi che il Coni ha stanziato per ogni nostro olimpionico è cifra che gli altri Paesi anche più avanti di noi nel medagliere e negli altri più importanti aspetti dello sport non si sognano di poter versare ai propri atleti, si ha l’idea che forse stiamo sbagliando. Che non abbiamo un modello politicamente e culturalmente giusto di sport di base, ovverosia il reclutamento indispensabile per le vette dell’olimpismo.
E dunque che proprio oggi, a soldi e medaglie latitanti, forse sarebbe il momento di ridiscuterne, per vedere se tutti questi soldi sono stati e sono ben impiegati. Il discorso è complesso, più complesso di un’Olimpiade più o meno fortunata.
Per esempio da tempo, con gente sana, disinteressata ed esperta di sport come Sandro Donati, studioso apicale nella lotta al doping, vado sostenendo che lo sport infantile, quello dei bambini tra i cinque e i dieci anni, non può essere saccheggiato dalle Federazioni, che si contendono per avere tesserati e quindi denaro in proporzione l’unità “sportiva” in erba. Facciamoli giocare all’attività motoria, ludica, sportiva nel senso più ampio, creando una struttura non parassitaria ma di educazione allo sport di testa, di cuore e di corpo, che non divori denari ma che lavori di fianco al Coni, del quale bisognerebbe rivedere al più presto moltissime bucce.
E’ un’idea di massima, su cui ragionare invece che trattare lo sport e lo sport olimpico sempre e solo come una torta da spartire. Meno soldi, più dedizione, più impianti, più intrrelazioni con la scuola e il pubblico invece del privato, più cura per tutti fin da piccoli, forse sarebbe la via maestra per cambiare.
Ma in Italia sia istituzionalmente che tacitamente di questi aspetti la classe dirigente e quella politica in particolare se ne è sempre bellamente fottuta. Salvo giocare poi a cadenza programmata titillandosi con le medaglie, sulla pelle di atleti cui si potrebbe togliere almeno un po’ di peso. Sono atleti, non psicologicamente bestie da soma politico-sportiva. Il soma sarebbe invece il loro corpo….
24 agosto 2008, in
Malelingue
Idem, un diamante per medaglia
MalelingueOlimpiche
l'Unità, 24 agosto 2008
Laude, grandissima laude a Iosefa Idem, alla sua stamina italo-tedesca, alla sua allegria e vitalità, alla sua gara, alla sua medaglia, a quello che ha detto con grande semplicità intervistata con un figlio in braccio, lei quasi quarantaquattrenne (la saprà la filastrocca dei 44 gatti in fila per due, per la figliolanza…?) che ha cominciato a vogare alla fine degli anni ’70, ha preso un bronzo a nemmeno vent’anni, Los Angeles 1984 con la divisa della Repubblica Federale, per continuare a vogare di gran lena tra ori e altri metalli. Ieri è toccato per un fiat all’argento, ma quello che ha detto dopo, e la sua testimonianza di persona di raro spessore, sono da oro o da diamante. Che cosa ha detto la sempreverde fanciulla remiera? Che dedica il suo argento al Dalai Lama, augurandosi che nelle sue prossime visite in Italia venga ricevuto non in privato, ma ufficialmente, dalle istituzioni.
E la prima delle nostre istituzioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano così vicino ai valori sportivi da telefonare per congratularsi, sicuramente farà suo il grido di dolore della Idem, di Russo, di Rossi, della Granbassi, della Vezzali, di tutti gli atleti e magari anche i tecnici, di tutte le associazioni, Amnesty in testa, che chiedono libertà e giustizia per il Tibet dal Dalai Lama rappresentato. Sono certo, ma che dico, certissimo che comincerà il Presidente a felicitarsi non solo per le medaglie ma per la politicissima e democraticissima “uscita” pubblica della Idem. Una Iosefa che per come è, per quello che fa, per quello che dice mi piacerebbe fosse il prossimo presidente del Coni, invece dei soliti Sugheri in attesa. Oppure addirittura che diventasse Ministro per l’Istruzione, dal momento che ha valori seri da comunicare… E poi, vista la predilezione di Silvio per le Ministre e la relativa facilità di nomina… Forza, Idem. Come sopra.
22 agosto 2008, in
Malelingue
Viva il reggae, abbasso il Rogge
Malelingueolimpiche
l'Unità, 22 agosto 2008
In tempi di stradenaro, cinismo, mancanza di sportività parlare di spirito olimpico sembra davvero anacronistico. Ancora più difficile è definire che cosa sia, questo “spirito olimpico”: è un liquore in una boccetta, una convenzione, una fiammella di Olimpia nidificata nel cuore di ogni atleta, ecc.ecc.? Ebbene, perlomeno da ieri sappiamo che cosa “non” è lo spirito olimpico. Per contrasto, dobbiamo questa scoperta al presidente del Cio, tal Jacques Rogge, belga e medico, che ha rimproverato il campione giamaicano Usain “Ugo” Bolt per aver fatto troppo il buffone, prima e soprattutto dopo la sua fenomenale vittoria olimpica dei 200 metri a tempo di record.
Il Nembo Ugo è reo di aver fatto smorfie, ballato il reggae in omaggio alla tradizione giamaicana di Bob Marley, reso buffi un cerimoniale e una liturgia che il Cio vuole si mantengano seri e non confondibili con qualunque altro show. Con tutte le colpe del Cio, la sua gestione autocratica, il suo cedere a ogni tipo di pressione per ragioni di soldi e di potere, che un Rogge se la prenda in questo modo con il reggae (di Bolt) tocca il ridicolo e sfiora il grottesco. La gioia infantile del “padre del vento”, che fa impallidire appena un pochino la serietà preoccupata del Carl Lewis “figlio del vento” prima di un record (e ne ha fatti, Dio solo sa se ne ha fatti), ha molto forse di quell’imprendibile spirito olimpico di cui tanto si ciancia a sproposito.
E’ l’allegria applicata al gesto tecnico, atletico, agonistico, è quella fiammella di vitalità che viene direttamente dal braciere mentre nelle stanze del Cio Rogge e soci non ballano, non cantano, non sorridono allegri ma impacchettano seriosamente le banconote di tutti i diritti di cui sono titolari. A Bolt le Olimpiadi e il denaro, a loro il denaro e le Olimpiadi: nell’ordine c’è una differenza abissale.
Malelingueolimpiche
l'Unità, 21 agosto 2008
Il mondo è sottosopra, mi rifugio in un refolo di vento. Il mondo è sottosopra perché parlare di Olimpiadi mentre sibilano e a volte soffiano venti di guerra nel Caucaso, sembra improprio. Perché mentre la Cina trionfa nel medagliere creando le condizioni per uno show politico planetario, non c’è verso né apertura per i dissidenti, in Tibet come nel resto della Cina, e fiocca la censura fisica e virtuale, su Internet. Perché in contemporanea i francesi seppelliscono i loro soldati morti in Afghanistan, e il primo atleta afgano della storia si fregia del bronzo nel taekwondo. C’è qualcosa che non va, alla faccia della tregua olimpica. Così mi rifugio.
Dove? Per l’esattezza all’uscita della curva nei 200 metri maschili, pochi metri più del leggendario stadion misura greca di Olimpia. E’ lì che il nuovo “padre del vento”, Usain Bolt detto “Ugo”, dopo una efficace partenza, non così abituale per lui, e una bella curva ha preso la cosiddetta “musata”. Contro di lui un vento di un metro, un metro e mezzo.
Si ingrippa, oddio si ingrippa, hanno pensato, temuto, sperato secondo i punti di vista coloro che si erano predisposti alla gara del razzo giamaicano.
Ugo si è ingobbito appena, ha stretto appena il passo, non ha mollato un centimetro e qualche metro dopo il refolo era evidentemente passato. Così gli ultimi cinquanta di rettilineo sono stati un sogno, e un segno, a falcata smisurata: se come credo non è dopato, forse davvero ritoccherà questi due record e magari anche quello dei 400, se avrà voglia di morire un po’ di più in pista. Ieri l’ha fatto, ma non se ne sono quasi accorti. In quel refolo contrario c’è la grandezza di un campionissimo e la grandezza dell’atletica. Mentre tutto viene rimpicciolito se diamo un’occhiata d’insieme al mondo sottosopra.
20 agosto 2008, in
Malelingue
La radio può salvare la tv
Malelingueolimpiche
l'Unità, 20 agosto 2008
Il medagliere azzurro si muove sempre più a fatica, con un bronzo nella vela di Romero, a cinque giorni dalla fine delle Olimpiadi o Pecuniadi di Pechino. Ieri c'è stata la dimostrazione che - se non architettata a modino - la ricchezza del calendario olimpico quasi quasi rende meglio alla radio che in tv. Ma sì: prendetevi lo sfizio di sentire la radio e insieme di guardare la tv mentre verso le 16-16,30 italiane si affollano gli eventi. La tv fatica, penalizzando per esempio l'atletica oppure rimbalzando disciplina su disciplina con l'oggettiva difficoltà di far coabitare le immagini. La radio invece, modello "Tutto il calcio minuto per minuto", favorita dalla snellezza del mezzo permette interruzioni, intromissioni, sovrapposizioni con la voce che nell'immaginario dell'ascoltatore crea le sequenze. Atletica, pallavolo, calcio in una, senza eccessive penalizzazioni e invece in un tripudio di notizie. Forse bisognerebbe studiare come rendere la radio in tv, e come non rendere la tv verbosa dei talkshow alla radio. Infatti quest'ultima perde colpi quando indugia nelle analisi "alla pecorara", ripetendosi tanto per far intervenire comunque tutti i convitati di Pechino al banchetto dei commenti. Si sprecano a spese di informazioni salienti dotte notazioni sull'acido lattico, o troppo difficili per arrivare immediatamente o troppo banali per dare qualche elemento di conoscenza in più. Si capisce palesemente che l'importante è "esserci" e "testimoniare" da Pechino. Qui il paradosso è che non essendo tv, dove ti vedono e al ritorno il fornaio ti può chiedere "com'è Pechino, dottore?", bisogna per forza dire qualcosa nell'etere per essere se non conosciuti almeno radiofonicamente "riconosciuti". Eh, ce ne sarebbero da dire, basterebbe un po' di scuola. Ma per chi, e da parte di chi?
19 agosto 2008, in
Malelingue
Italia tra “business” ed “economica”
MalelingueOlimpiche
l'Unità, 19 agosto 2008
Quasi ci fosse dietro una grande sceneggiatura, all’aeroporto di Pechino si è svolta una scena western (per intenderci) più significativa per lo sport italiano di mille commenti, notizie, immagini. La Vezzali, medaglia d’oro per la terza volta, e compagni medagliati hanno scoperto di viaggiare verso l’Italia in classe economica mentre la Nazionale olimpica stropicciata senza metalli dal Belgio volava in business class.
Ingiustizia, tremenda ingiustizia da tutti i punti di vista, hanno urlato i medagliati. E naturalmente nel grottesco avevano ragione. E poi il Coni lamenta che calcio e sport olimpici veri non si amino. E grazie, basterebbe questo, nitidissima spia di un sistema. Tra le prossime rivendicazioni degli olimpionici ci sarà quella per la business. Del resto in Italia alcuni onorevoli sciamannati si sono recentemente lamentati dello stesso privilegio “aereo” riservato ai senatori: evidentemente siamo un Paese così.
Nel frattempo la Cina distanzia sempre più gli Usa nel medagliere preannunciando alla moviola un trionfo che sarà molto più politico che sportivo, mentre nello stesso medagliere l’Italia occupata a discutere di “business” ed “economica” scivola indietro, lamentando “furti” per la ginnastica in favore - ma tu guarda - dei cinesi favoriti dal fattore campo. Fin qui andrebbe tutto bene o quasi, intendo nella norma e nelle abitudini di sempre, se non fosse che il fattore campo che si teme per i diritti umani e civili violati in Tibet e nella stessa Cina è per l’esattezza un “fattore campo di concentramento” per i dissidenti. Tutto previsto, tutto annunciato, mentre i commentatori italiani radiotelevisivi si sforzano di rassicurare i nostri atleti con frasi tipo “il tuo è un argento (o un bronzo, ndr) che vale oro”: ma allora quelli che vincono l’oro che dovrebbero dire?
18 agosto 2008, in
Malelingue
I tre volti dell’agonismo
MalelingueOlimpiche
l'Unità, 18 agosto 2008
Tre storie molto diverse, in una
domenica di piena atletica e di fine nuoto. Tre storie agonistiche,
tecniche, antropologiche, cioè lette nel costume che cambia,
diacroniche, cioè lette nel tempo che scorre. La prima è ovviamente
quella di Michael Phelps, uno che con 8 ori in vasca difficilmente
verrà appaiato o superato, almeno non così presto. Lo si paragona allo
Spitz del 1972, altri tempi, altri costumi, comun denominatore classe
formidabile e nazionalità americana. Il paragone è puramente
indicativo, in trentasei anni se è cambiato tutto è cambiato anche il
numero e la distribuzione delle piscine sul pianeta, allargando il
lotto. Phelps, storia di oggi ma soprattutto di domani.
La seconda
storia è quella di Aldo Montano, che nella sciabola a squadre trova il
guizzo per tornare atleta e battere un atleta, quale il suo
temibilissimo avversario russo, lo Zar della sciabola. Montano che
nella prova individuale aveva fatto ridere, e mischiato una biografia
sportiva con le robette da reality tv per le quali era diventato più
noto che non per l’oro di Atene. Ma il guizzo c’è stato, e rimarrà
negli occhi televisivi degli italiani per un bronzo pesante e
soprattutto tenuto tra i denti fino all’ultimo. Poi, credo, sarà
ricominciato il Montano da gossip. Montano, una storia di oggi davvero
di oggi, in cui sport e (sotto)spettacolo vanno a braccetto.
La terza
storia è quella di Christian Obrist, il mezzofondista altoatesino che a
sorpresa, grande sorpresa, ha miracolato la sua corsa guadagnando la
finale dei 1500. Specialità meravigliosa dell’atletica, e avarissima di
soddisfazioni per l’Italia dopo i trionfi di Beccali e la resistenza
dell’attuale presidente della Federatletica, «Ciccio» Arese. Ha tenuto,
c’è stato, non si è impressionato, Obrist, e in quella resistenza
«contadina» prima al ritmo semitattico e poi alla volata «degli altri»
diventata soprattutto la sua, c’era molto dell’italiano di qualche
generazione fa, il contrario di un Montano, per capirci. Ci ha fatto
tornare indietro, e riscoprire l’autentico «ultimo sangue» della corsa
di lunga lena. Obrist, storia di oggi ma soprattutto di ieri.
l'Unità, 17 agosto 2008
Non so se Don Sciortino, il direttore di “Famiglia cristiana” appena finito tra i marosi delle polemiche per aver sostenuto che in Italia “c’è il rischio di un nuovo fascismo”,
sia uno sportivo, un tifoso o semplicemente un curioso delle Olimpiadi.
Magari per godersi la “madre di tutte le gare” in assoluto, i 100m
dell’atletica leggera, con il fenomeno giamaicano Bolt detto
“Ugo” che per come corre, i tempi che fa e la sua particolare (per lo
sprint) struttura fisica (è alto 1,96) più che il “figlio del vento”
sembra il “padre del vento”, un po’ Owens e molto Lewis. Ma Owens correva a Berlino, nel ’36, come è noto certamente a Don Sciortino e spero a tutti noi. Dette a Hitler una memorabile lezione.
E in quell’occasione la rappresentativa italiana di calcio,
costituita da studenti-calciatori più o meno dilettanti, allenata da
Pozzo, vinse la sua unica medaglia d’oro della storia dei Giochi
Moderni, olimpionica tra i due titoli Mondiali, nel 1934 e 1938. Però
poi, caro Don Sciortino, l’Italia ha rivinto nel 1982 e nel 2006 i
Mondiali sotto un altro cielo politico, quello della democrazia: cielo nuvoloso, rabbuiato, magari anche piovoso, ma cielo fino ad oggi democratico o sedicente tale.
Invece alle Olimpiadi da allora il pallone ha fatto quasi sempre una figura ridicola.
L’ultima ieri, uscendo nei quarti contro il Belgio per incontrare il
quale (essendo esso ritenuto e giustamente assai più modesto del
Brasile) l’Italietta di Casiraghi era passata addirittura per il
“biscottino” fischiatissimo contro il Camerun. Ad abundantiam, un
Belgio a lungo in inferiorità numerica.
Queste figuracce del calcio alle Olimpiadi non sono fine a se stesse. Intanto, confermano che in tempi di spirito olimpico spesso rintuzzato dal denaro,
tanto da diventare le Pecuniadi come le chiamo da qualche tempo, il
nostro calcio è fuori fase, fuori posto, fuori concorso. Mentre per
tutti gli altri atleti anche professionisti nella forma e/o nella
sostanza i Giochi sono il massimo, per gli sbiaditi Under 23 azzurri
sono una cosa magari importante ma psicologicamente in subordine
rispetto ai Mondiali, che sono le loro autentiche Olimpiadi di
specialità.
Quindi più o meno consapevolmente, c’è una carenza o almeno un’insufficienza di motivazioni
e questo lo si percepisce sia nell’ambito dell’organizzazione pallonara
e rotondolatrica, sia nell’ambito di tutti gli altri sport, ossia
nell’entourage Coni davvero olimpico. Ma non basta, dal momento che
sindacalmente la Vezzali e gli altri, dall’alto di un oro o di un
argento o di un bronzo remoti per i calciatori, si riferiscono sempre a
loro per i premi insufficienti. Figuriamoci se succede come
sempre, cioè che i Paperoni in calzoncini diventano Paperini, come
ieri. E questo è in realtà soltanto l’evidenziatore di un Paese poco sportivo e molto calcistico
e calcistizzato, nel quale in un certo senso neppure troppo metaforico
è il pallone a contenere lo sport e non il contrario. E’ malato, questo
rapporto, e in questa malattia ci sono dentro tutti gli addetti ai
lavori, in primis la stampa sportiva.
Tornando a Don Sciortino,
quindi, le soluzioni parrebbero fondamentalmente due: o il calcio
italiano smette di andare alle Olimpiadi travestito da sport vero ed
essendo invece spesso calcio finto, e almeno ci siamo levati il dente.
Oppure, e qui il parere di Don Sciortino potrebbe risultare
determinante, per favorire una nuova vittoria che manca da più di
ottant’anni al calcio nel palmares olimpico bisogna seriamente cercare
di ricreare le condizioni dell’epoca, quelle di Pozzo e di
Mussolini. Capisco che non siano decisioni da prendere a cuor leggero,
quindi magari dibattiamone accuratamente senza nervosismi. Ma certo un
ritorno al fascismo, anche se nuovo, cioè aggiornato come teme Don
Sciortino e non solo lui, avrebbe tutt’altro significato
politico-culturale se fosse funzionale a un oro d’Olimpia della nostra
Nazionale. Qui si vedrebbe la tempra patriottica di cui tanto sentiamo il bisogno.
Non credo, visto lo stato del Paese, che si rischierebbero troppe
proteste da parte di una democrazia che ha perso anche contro il
Belgio…
Bastian contrario
Corriere della Sera, 15 agosto 2008
Dopo aver regalato all’immaginario tifoso la definizione di “quercia” per Felipe Melo nella quasi-Champions di martedì, per dirla tutta e senza sforzi creativi in eccesso una “quercia dinamica”, una specie di ossimoro, parliamo della squadra. E’ da Champions, è da campionato di lusso, è da scudetto? Rispondo oggi un “sì” cauto e differente nel grado di entusiasmo a tutti e tre gli interrogativi, ma soprattutto perché c’è Prandelli. Vedete, può capitare di discuterlo e criticarlo, pur essendo già in fieri un Ferguson italiano, un signor tecnico e una persona compiuta. Ma resta la colonna portante del progetto Fiorentina. Lo è stato in questi tre anni sempre al massimo, credo che lo sarà anche adesso perché in proporzione come prima aveva gli elementi per finire tra le prime quattro, cinque squadre, oggi ha un organico per battersi in Champions il più a lungo possibile e in campionato per insidiare Inter e Juve per lo scudetto. A condizione che mantenga quella serenità indispensabile per tenere insieme i giocatori, quest’anno non 15/16 come l’anno scorso, quando specie in trasferta per tre mesi è stato un calvario, bensì 19,20. Abbastanza per giocarsela a lungo sui due fronti? Secondo me sì, se Claudio Cesare continua sulla sua strada come un treno che non deragli.
Venendo all’aspetto tecnico, la difesa ha bisogno di un uomo di personalità vicino a Gamberini. Il resto va, o meglio andrà tra il trio di esterni di valore Zauri, Comotto, Vargas e il solito Gamberini. A centrocampo c’è un primo equivoco. Si sono tutti spellati le mani per Melo Felipe, chiamandolo il nuovo Dunga. Temo che non abbiano mai visto giocare ad occhi aperti il Dunga vero, che era sì il Melo nodoso che sappiamo, ma con piedi assai più sensibili, diciamo vicini più a quelli di Almiron che ai rami della “quercia dinamica”. Insomma, in due questi fanno un Dunga, e non è detto che non lo facciano davvero coabitando in campo, ma casomai con Almiron più regista, se l’argentino sarà quello di Empoli. Il resto del centrocampo lo conosciamo, e il bello di Prandelli è che è coerente, conservatore e cangiante secondo necessità. E il centrocampo a tre diventa a quattro con facilità.
Davanti, dubbi su Santana, entusiasmo per Gilardino all’ombra di Mutu, e fiducia, grande fiducia nel duo Lescano dei giovani, alla caccia del posto, cioè Osvaldo e Pazzini. Se passeremo il turno senza soffrire, se batteremo (o quasi) la Juventus, se imboccheremo il torneo primario di Champions con lo spirito che immagino. Per questo i miei sono dei “sì” condizionati, senza bisogno di sollevare i tifosi alzando le braccia al cielo…
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