.


nuovi mostri
10
commenti



l'Unità, 30 luglio 2008

Nei primi cento giorni scarsi del quarto governo Berlusconi, la situazione si è fatta sempre più grave e sempre meno seria. Senza inflazionare Flaiano, per la gravità basta osservare la realtà quotidiana del Paese, che sprofonda nella palude di bisogni e contraddizioni, palude solcata da caimani e altre specie minori di rettili. E per la (non) serietà, invece, basta raccontare ciò che sta succedendo nelle stanze di quello che è stato più di trent’anni fa il Palazzo pasoliniano del potere e che oggi va aggiornato in un Residence più stravaccato, incolto, fondamentalmente amorale. I mezzi di comunicazione a partire dalla tv per lo più raccontano poco e male (e comunque strumentalizzandola politicamente) la realtà della strada, e invece si dedicano per lo più a polemiche interne al Residence nel quale peraltro e non a caso risiedono.
Teorie di un cialtrone depresso e poco versato negli studi costituzionali?

Vediamo. Cominciamo dal primo in grado per la nostra Repubblica, senza pelose e spesso sospette premesse sulla sua statura morale. Non ne ha né ne deve aver bisogno. Ebbene, per giorni si è insistito “sanguinosamente” sulle polemiche a proposito del come e del se rivolgersi in forma critica al Presidente Napolitano, tacciando chi lo faceva di “volgare intimidatore” e confondendo giudizi e osservazioni, intemerate ed analisi. Se Grillo, avviato (ahimé in partenza con molte ragioni) sulla strada del “tanto peggio tanto peggio”, dice quello che dice di Napolitano, c’è un codice penale che difende il Presidente della Repubblica. Ma forse almeno andrebbe distinto quello che dice da come lo dice. Neppure questo.

E il Residence nel suo complesso, a partire dal Presidente del Consiglio, si adonta contro chiunque si rivolga magari anche solo sommessamente al Quirinale per discutere del merito delle polemiche, cioè della promulgazione del cosiddetto “Lodo Alfano”. Cosiddetto ma in modo errato. E’ ovviamente il lodo-Berlusconi...
continua

2
commenti



Il bastian contrario
Corriere della sera, 26 luglio 2008


Non si fa in tempo a uscire dallo tsunami in giardino del caso Mutu, che si viene infilati nell’attesa del prossimo campionato: alla prima subito Fiorentina-Juventus, che vorrà dire anche in gennaio alla prima di ritorno Juventus-Fiorentina subito dopo l’ultima di andata, Milan-Fiorentina. Gli otto giorni che sconvolsero il campionato della Fiore, per dirla con John Reed ( a proposito della Rivoluzione bolscevica: qui la storia è diversa,neppure menscevica…).

Trovarsi subito la Juventus, accadimento della sorte che può far tremare i polsi perché viene - ma sia per l’una che per l’altra - subito dopo i preliminari di Champions League, significa per i fiorentini una specie di “tutto e subito”. In ogni famiglia di tifosi viola c’è infatti per li rami
una memoria condivisa delle grandi sfide con i “gobbi”, e spesso anche il ricordo di code di incidenti di cui ci si deve vergognare. In un Paese e in un calcio in cui da sempre il tifo contro è molto più sentito del tifo a favore, come si vede in politica per esempio, la Juventus ha rappresentato tradizionalmente, pur per una tifoseria impregnata di fiorentinismo e quindi a favore, per antonomasia il “nemico”.

Ci sono state annate in cui la nostra squadra era modesta e si giocava quasi la stagione intiera a Firenze contro gli scudettatissimi di Agnelli, giacché a Torino fin dal pronostico troppo spesso non c’era partita. Altre annate (ricordo recentemente quella del Trap subito dopo i Mondiali francesi) in cui battere la Juve a Firenze significò pensare di poter vincere lo scudetto, poi ingoiato prima dalla Lazio e successivamente in extremis e in polemiche dal Milan nella fatal Perugia. Era l’anno di Edmundo, un Cassano più forte ma meno dialettico con i tifosi…

In ogni caso credo che da sempre la Juventus, la madre di tutte le squadre, sia stata vissuta più o meno consapevolmente dai fiorentini come una sorta di avversario medievale, da lizza o da torneo, o da calcio storico, e non a caso. Era il principale competitore da sconfiggere, per prenderne il posto più o meno virtualmente anche solo per un giorno. Questo tipo di rivalità, ripeto in passato purtroppo degenerato, si è andato attutendo e incivilendo nei modi, anche per merito di un club che da questo punto di vista ha mostrato attenzione e sensibilità. Ma resta la radice profonda che vorrei chiamare dell’odio ma virgolettato ovviamente, solo inteso sportivamente, con l’adrenalina dell’agonismo e del valore a spingere in alto gli umori.

Personalmente credo che questa Juventus di Ranieri, per come è stata costruita, cioè rispettandone l’identità temperamentale con acquisti funzionali e non da album di figurine, possa anche vincere il prossimo titolo, magari valendosi di una sorta di “credito” (più o meno giustificato, ne parleremo un’altra volta) dopo il bagno lustrale in serie B. Ergo, se questa robusta Fiorentina comincia vincendo, avrà vinto tre volte: con la Juve, nella memoria,nello spirito di un mattino calcistico con l’oro in bocca. Tra i denti, un molare come Mutu, ovviamente…

2
commenti



l'Unità, 25 luglio 2008

C’è una lezione da trarre dal recente caso-Mutu buona per tutto il mondo del pallone? Una considerazione che vada oltre la banale osservazione dei calciatori “tutti mercenari”, delle bandiere che non sventolano più, delle dichiarazioni di eterno affetto smentite il giorno dopo e riaffermate il giorno dopo ancora? E oltre la rassegnata disamina dello stato dell’informazione sempre o quasi prona nei confronti del potere o di quello che si ritiene al momento essere il più forte, senza attenzione alcuna alla logica, ai valori, all’indipendenza di giudizio di chi racconta e recensisce le avventure “teatrali” del pallone (come peraltro del resto)?
Vediamo. Non vi è chi non veda che la vicenda del famoso “divin giostraio” romeno, idolo fenomenologico di Firenze fino a quando non è sembrato sul punto di andarsene non per soldi ma per denaro, non torna.

Da nessun punto di vista. Adesso si affretteranno tutti a tappare i buchi della questione, il club ovviamente, la stampa, gli stessi tifosi che hanno una voglia smisurata di cauterizzare la ferita perché non butti più sangue umorale in vista del preliminare di Champions League ormai a giorni. Ma qualcosa è accaduto. E’ accaduto che proprietà, funzionario preposto, tecnico e fuoriclasse con procuratore incorporato si siano mossi scompostamente, nei tempi e nei modi, come se ognuno andasse per conto suo.

In un certo senso la prima e ultima ratifica ufficiale (comunicato di Andrea Della Valle a parte) della confusione sotto il cielo pallonaro di Firenze e Roma lo ha dato ier l’altro la Consob, l’autorità di controllo di Piazza Affari che ha richiamato all’ordine la Roma quotata così che desse formalmente la notizia dell’intenzione di acquistare Mutu e della relativa offerta alla Fiorentina. Altrimenti il titolo saliva all’impazzata senza motivo apparente, come invece è sceso ieri con un minimo di ragione, appunto la notizia che i Della Valle bros. avevano tolto il romeno dal mercato. Ora, se si pensa che è difficile immaginarsi due ambienti più opachi finanziariamente, diciamo così, del calcio e della Borsa, e che quindi il combinato disposto dei due può generare qualunque tipo di mostri nel sonno della ragione, non è difficile alla Andreotti ipotizzare che qualcuno ci abbia guadagnato. E chi, se non qualcuno tra coloro direttamente a conoscenza dell’andamento della vicenda?

Questo aspetto lo lascio aperto. E invece vorrei rimarcare le varie figure sul palcoscenico fiorentino: è evidente - se non dobbiamo pensare a una recita collettiva - che nessuno aveva detto a Prandelli che avrebbero venduto Mutu a due settimane dal debutto in Champions. Come è evidente che per Mutu o si è mosso il direttore sportivo senza avvisare la proprietà, oppure erano d’accordo e la proprietà saggiamente ha fatto marcia indietro. Ma non era evitabile questa manfrina? E soprattutto se si vuole attuare (da attore…) sull’odierno palcoscenico calcistico ridotto a colabrodo in modo diverso, non va tenuto conto di questi aspetti di logica comunicazionale, ormai importanti quasi (!?) quanto l’acquisto di un campione nei rapporti con i tifosi e con l’opinione pubblica?

Immagino l’obiezione: le notizie arrivano alla stragrande maggioranza dei tifosi e all’opinione pubblica attraverso l’informazione, internet compresa, e lì se ci sai fare puoi controllare in varie maniere che cosa deve o è utile o è promettente che esca, oppure no. Ma tutto ciò non è “sano”. Specie quando basterebbe rispettare la logica e remare da una stessa parte tutti quanti, in un contesto che parla di “progetto nuovo” a ogni piè sospinto. E la logica è quella che non esclude affatto la vendita di giocatori, come del resto è accaduto alla Fiorentina in questi anni in cui, mentre la squadra per mano di Prandelli funzionava benissimo, tutt’intorno sembrava stare agli “arrivi e partenze” di Fiumicino, assai più che di Firenze Peretola (altro problema, credo…). Solo che la logica non prevede il vendere il giocatore più quotato alla vigilia di un impegno importante, né contempla che si faccia il possibile e l’impossibile, il lecito e il meno lecito per addossare la responsabilità di tutto al solito “mercenario”. Perché, intorno a lui c’è il poverello d’Assisi? Per tornare alla lezione più generale del caso Mutu e del caso cupidigia rotondolatrica, se vengono commessi errori marchiani almeno di comunicazione come questo da un club che si vuole (lo scrivo da tifoso assai più critico verso la Fiorentina degli “estranei” ad essa, come forma di passione rispettosa) all’avanguardia in un calcio malato, che volete che mi aspetti dagli altri? Le “spiate” di Tavaroli? Appunto…

1
commenti



Bastian contrario
Corriere della Sera di Firenze, 24 luglio 2008

Credete a me, è stato tutto se non uno scherzo almeno un equivoco. Adesso arriva sulle sponde del Sieve in sella a un bel cavallo bianco Diego Della Valle e risolve tutto. Un equivoco le richieste di Mutu, un equivoco l’incontro sulla via di Roma tra l’emissario romanista e il trio Corvino, Mutu e il suo procuratore (stessa vettura?), un equivoco il problema dei soldi da dare al divin giostraio, che naturalmente se si vuole si trovano.

A venti giorni dal preliminare di Champions League, che significa gloria, immagine e denaro, un colpo così farebbe stramazzare dal cavallo anche il Patron, uomo troppo sottile per farsi disarcionare dalle circostanze. Così arriverà e risolverà tutto, per il bene di tutti.

Questo non vuol dire che in una logica commerciale, con altra tempistica e altri comportamenti, non si possano vendere i giocatori, specie quelli più pregiati. E’ già successo con Toni, e c’è chi rimpiange il fatto d’averlo venduto assai peggio con un anno di ritardo ma anche chi invece d’averlo venduto e basta. Non solo: ma Mutu, come Kakà per il quale il Milan rifiuta cifre folli, o l’ultimo arrivato a Milanello, Ronaldinho, non sono insostituibili. Come nessuno. Per esempio anche il mio amato Prandelli non è insostituibile, alla lettera. Ma c’è modo e modo, tempo e tempo, stile e stile.

Si dice: ma è tutta colpa del romeno bugiardo e traditore, che batte cassa come il mercenario più incallito dopo tanti proclami di fedeltà fiorentina, a Firenze oltre che al club.

Che roba,  questi calciatori, venderebbero la madre ai beduini per denaro. Ma se è un problema di dobloni, vi giro la domanda: i calciatori fanno tutto per soldi, e sta bene. Ma gli altri? Perché, la proprietà, le proprietà, i direttori sportivi, i tecnici e insomma tutte le categorie, giornalisti compresi,  (pur con le debite eccezioni, ma sempre più rare) per che altro lo fanno se non per denaro? E allora calma, e ragioniamo.

Non è il momento di perdere Mutu, ed è invece il momento di azzeccare un bel terno sulla ruota di Firenze e della Champions alle porte: se Della Valle scende da cavallo e comunica urbi e orbi che Mutu non si vende, recupera tutto, abbonamenti, passione e logica. Dice ancora qualcuno: non la logica immediata di mercato. Può essere. Ma dipende appunto dai momenti, dai modi, dall’aire come dicono gli spagnoli. E sono certo che il nostro Zapatero (alla lettera, per chi è un re delle scarpe) marchigiano ci sorprenderà in positivo ancora una volta.

4
commenti



Ricevo & pubblico

Da amico del Parco delle 5 Terre e delle sue persone, l'ipotesi di una funicolare alle 5 Terre ieri (22 luglio) in prima pagina su Repubblica, cui si riferisce la nota di agenzia sottostante, ha bisogno di essere discussa seriamente senza fumo polemico di stampa, senza pregiudiziali e con raziocinio. Proviamo a farlo?
o.b.


Ambiente: Prestigiacomo, funivia "Cinque Terre" per valorizzare area

(ASCA) - Roma, 22 luglio - ''Il progetto della funivia, proposto nell'area del Parco delle Cinque Terre, rappresenta un'opera che si muove nella direzione giusta: quella di accrescere il valore dell'area, quella di consentire ad un numero sempre maggiore di persone di apprezzare le suggestioni delle Cinque Terre anche al di fuori dei celeberrimi sentieri sul mare''. Lo ha detto il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. ''E' questa la logica - ha proseguito - che dovrebbe guidare la gestione dei Parchi, una logica che le Cinque Terre, grazie ad una guida lungimirante ed illuminata, hanno seguito riuscendo a far diventare il vincolo paesaggistico motore della rinascita economica di un'area di incomparabile bellezza. Il problema dei parchi italiani - conclude il ministro - e che l'esempio di gestione delle Cinque Terre sia, purtroppo, quasi isolato''.

da: Parco nazionale delle Cinque Terre


Funivia alle Cinque Terre: “Nessuno sfregio, è un’idea che parla di futuro”
Comunicato stampa di Legambiente
22 luglio 2008
 
“Non è possibile che ogni modifica del territorio sia considerata uno sfregio all’ambiente. Al contrario, realizzare il collegamento in funivia tra le Cinque Terre e la Val di Vara, ci sembra un’ottima idea e una sfida che dimostra, ancora una volta, che non c’è solo un ambientalismo che blocca e conserva, ma anche uno che modifica e innova. E dimostra inoltre che i parchi, se ben gestiti, possono rappresentare un fattore di sviluppo e rilancio non solo all’interno dei propri confini, ma anche per i territori limitrofi”.

Così il vicepresidente di Legambiente, Sebastiano Venneri, interviene a difesa del progetto di una funivia alle Cinque Terre, contestato al contrario dall’associazione Italia Nostra.

“C’è un ambientalismo che blocca e conserva - ha aggiunto Venneri - ma che rischia di fare danni incalcolabili al territorio. Senza innovazione e senza un’idea di futuro, infatti, qualsiasi luogo sarebbe condannato a una misera gestione del presente – prosegue il vicepresidente di Legambiente - ed è quello che accadrebbe alla Val di Vara, la valle d’arrivo della funivia delle Cinque Terre, una valle bella e ricca di tradizioni e produzioni di qualità, ma tagliata fuori dai consistenti circuiti turistici della zona”.

La funivia - secondo Legambiente - sarebbe anche un’occasione per decongestionare le zone più frequentate delle Cinque Terre e favorire la frequentazione di una valle altrimenti condannata dalla marginalità all’effetto presepe: bello, ma fermo. E questo è esattamente quello che  è successo per le Cinque Terre che una decina d’anni fa, prima dell’istituzione del parco, erano un territorio marginale, decadente e destinato allo spopolamento.

“Se allora si fosse pensato solo ad ingessare e conservare il territorio delle Cinque Terre – spiega Stefano Sarti, presidente di Legambiente Liguria - a quest’ora probabilmente avremmo solo un vago ricordo di quei luoghi che sono diventati, al contrario, vivi, frequentati e conosciuti in tutto il mondo proprio grazie alle modifiche che sono intervenute, alla creazione di nuovi sentieri (anche allora qualcuno gridò allo scandalo…), alla costruzione delle cremagliere, alle vere e proprie opere pubbliche realizzate dal Parco che hanno permesso a un territorio e alla sua gente di entrare nel futuro scommettendo sull’ambiente”.

Legambiente è ovviamente favorevole a patto che il progetto della funivia sia realmente compatibile con il territorio: “Vigileremo – conclude Sarti - perchè l’opera sia realizzata con i criteri adeguati a un territorio così pregiato, ma ci sembra intollerabile il pregiudizio di chi boccia a monte un’idea così innovativa”.
 
L’ufficio stampa Legambiente

2
commenti



Ricevo & pubblico una segnalazione del Sig. Pirani
o.b.


Egregio Beha.
Non ho mai ricevuto risposta dai suoi "colleghi" Rai; intanto l'Enel compensa (letteralmente) i Sindaci dell'alto Lazio.

Alla cortese att.ne delle Redazioni di Rai3

Suggestivo il servizio di oggi di Raitre regionale sul carciofo IGP di Cerveteri e Ladispoli.

Peccato che con l'entrata in funzione della centrale a carbone di Civitavecchia questo prodotto non varrà più nulla e non potrà più essere commercializzato. Vedi Brindisi.

Son le soddisfazioni degli sviluppisti bipartisan.

Belli gli ultimi spot di Enel su Raiset: verso il disastro di Brindisi (ma anche) con ottimismo. Proprio un bel Paese l'Italia, sappiamo già tutto e neppure se ne parla. Non lamentiamoci se poi ci piazzano all'84° posto per libertà di informazione nel mondo.

Roberto Pirani

P.S. - Magari adesso che ci siamo liberati delle elezioni i media potranno affrontare certi argomenti per quello che sono, non come vorrebero "venderli". Sono ottimista? Boh, io ci riporovo.

9
commenti



l'Unità, 18 luglio 2008

Naturalmente la prima associazione di idee è con Marco Pantani: siamo al Tour, con uno scalatore che ha già vinto due tappe e ha quasi scherzato sui Pirenei, che può vincere la Grand Boucle, che fa sognare addetti, suivers e media alzando i picchi dell’ascolto tv, e vien preso in flagranza di doping. Addirittura fermato nella gendarmeria di un paesino francese, in gattabuia per la notte, rischiando per la legge francese fino a cinque anni di carcere. Carcere, carcere…: e qui si affaccia una seconda più tortuosa associazione di idee, quella con Ottaviano del Turco, pittore e non ciclista, certo, ma soprattutto Presidente della Regione Abuzzo fino a ieri,
quando dal carcere si è dimesso dalla carica.

Partiamo naturalmente da Pantani. Straordinario campione, ahimé morto di doping e di droga: una tragedia, per lui, e per coloro che intendono lo sport e i suoi eroi un po’ diversamente. A più di quattro anni dalla morte, però, Pantani non viene ricordato come un campione disgraziato che si dopava e quindi truffava le leggi dello sport inguaiando per prima la sua stessa salute, no. In molti hanno rimosso il doping, elaborando il lutto della morte. E Pantani è la bandana di un “Pirata” alla memoria. E con il non ancora venticinquenne modenese Riccardo Riccò oggi siamo a un nuovo caso-Pantani (come molti altri), al “già visto”, ai soliti problemi, ai sospetti, le accuse, i dubbi, le condanne. Quasi ci sarebbe da dire “nessuna sorpresa per Riccò o per chiunque altro”, la vera notizia sarebbe che nessuno si dopa.

Ma è possibile correre schiantandosi di fatica per una serie interminabile di tappe, in un Giro o in un Tour, senza assumere sostanze proibite, nel caso di Riccò la “cera”, acronimo orrendo e tremendo con vari strati lessicali, ”cera” che altro non è se non la famigerata Epo, eritropoietina di Pantani e di altri ma di “terza generazione”? La risposta logica parrebbe: no, non ce la possono fare almeno coloro che puntano a vincere e a rimanere sul sellino senza debacle fino in fondo, diciamo un pugno di corridori, o nell’insieme meno di una decina. E quindi, ci si interroga, i controlli beccheranno tutti, prima o poi? E allora perché lo fanno se sanno che li pizzicheranno?

Qui la risposta è più ardua. Basti pensare che il Tour per i controlli antidoping è una gestione autonoma, fuori da quell’Uci (l’Unione ciclistica internazionale) che per esempio ha provveduto a vigilare sull’ultimo Giro d’Italia, corso anche da Riccò. E per l’Uci l’ematocrito (i valori relativi al sangue) di Riccò sia pur superiore al consentito era tollerabile, mentre per gli esami dell’Asa, l’organismo omologo ma appunto indipendente preposto al Tour, era oltre i limiti. Guerra tra organizzazioni dunque, e quindi presumibilmente tra poteri, lobbies di denari, sponsor, medici, contromedici ecc.? Sembrerebbe logico ipotizzarlo, nella jungla che è diventato il ciclismo ormai da anni.

Il Tour, dieci anni dopo lo scandalo più vasto della storia di questo sport, quello della retata di corridori neanche fossero passeggiatrici notturne, ha pensato di non rischiare e di fare ufficialmente da solo: tutto autoctono, in una materia così scivolosa come il doping. Ma perché Riccò sì e gli altri no, se vale il discorso su accennato?

E qui c’è spazio per ogni genere di congetture e diffidenze. Tendenzialmente, semplificherei: il sospetto molto fondato è che tutti farebbero tutto pur di rimanere a galla, dando tra l’altro Pantani in primis in grande tragicamente quel pessimo esempio ai giovani, che cominciando faranno lo stesso a base di sostanze pericolose, dagli adolescenti ai veterani. Ma si tende nell’ambiente a vederla craxianamente, e cioè “chi è senza doping scagli la prima pietra: nessuna pietra? Dunque tutti colpevoli, cioè tutti innocenti”, teorema che ci perseguita da troppi anni in vari campi. Almeno in Italia. Perché in Francia ieri fischiavano al Tour il Riccò campione ma disonesto.

E qui entra in gioco Del Turco, che intervistato da quel simpatico collega spione di Renato Farina, nome in codice “Betulla”, promosso deputato del Pdl dopo i fasti di Pompa, dice che “sì, andrà ad Hammamet sulla tomba di Craxi” come a dire una rimpatriata tra “innocenti” (virgolettatura che mi auguro non valga per Del Turco), ma non dice nulla sulle parti oscurissime della vicenda giudiziaria.

Ora, andrebbe chiesto a Riccò magari da quello stesso “Betulla” campione di giornalismo investigativo: ma come pensavi di farla franca se i controlli sono severissimi? E se Del Turco fosse colpevole, come pensava di svicolare dal momento che poi le cose emergono? La risposta per tutti è che comunque per un ciclista come per un politico vale oggi sempre la pena di provare. Di provare a violare le regole di tutti i giochi, che siano il doping o la cattiva amministrazione. Perché tornando al caso Pantani metro di misura nell’opinione pubblica, l’etica è talmente vanificata e la “damnatio” sociale così ristretta per chi sbaglia in confronto al suo talento o al suo potere o al suo denaro, che nessuno fa più caso a nulla. L’antidoping andrebbe esteso, ci vorrebbero controlli “francesi” sul suolo italiano, a partire dalla “morte” della reputazione, quasi soltanto intesa come “cattiva” e non come valore fondante collettivo, maestra di vita dei nostri tempi ormai consegnati all’amoralità. In bici, in auto o a piedi.

6
commenti



l'Unità, 16 luglio 2008

Sembra quasi un destino forzato che quando c’è di mezzo Berlusconi si finisca in un buco nero (nel caso, rossonero, dal momento che parliamo di Ronaldo de Assis Moreira, acquistato ieri dal Milan dal Barcellona dopo l’autorizzazione telefonica del Presidente del Consiglio per poco meno di 20 milioni di euro e un contratto triennale per il campione da 6,5 milioni netti a stagione). Eppure un destino non è: non è colpa nostra ma merito (!?!) suo se lui è in mezzo a quasi tutto, anche se per il conflitto di interessi quando è al Governo nominalmente come leggete molla la presidenza del Milan - e solo quella - lasciando a Galliani l’interinato.

Neppure è colpa nostra se per chi nota tale macroscopica “stranezza” è sempre in agguato l’accusa di antiberlusconismo o di demagogia acuta. Finisce che tentano di farti sentire paradossalmente un “eccentrico” mentre dovrebbe essere il contrario giacché ti occupi di un Signore straordinariamente centripeto. Saresti tu il reo di fargli le pulci come se ci fosse qualcosa di pregiudizievole o di personale: eppure anche questa inflazione berlusconica non dipende da te, ma da lui, che riesce quasi a farti sentire in torto. Ma ce l’avete sempre con me, sembra dire o dice letteralmente, magari per farti lasciar perdere prendendoti per stanchezza o noia da ripetitività. Un mago, in tutto, e come si legge anche nel calcio.

Che ti fa? Ti acquista un passato “pallone d’oro” per una cifra considerevole, colmandolo di denaro, incurante delle esperienze precedenti milaniste con Rivaldo e il Ronaldo di ritorno. Intendiamoci: nessuno discute un talento come Ronaldinho, ma da tifoso, nei bar, o alla tv. Tutt’altro genere di ragionamento andrebbe fatto nel rapporto qualità-prezzo-esigenze del Milan. Certo, un tecnico capace e aziendalista come Ancelotti se lo farà piacere eccome, ma sul piano dell’organico anche recentemente, quando sembrava che costasse troppo in una versione aggiornata de “la volpe rossonera e l’uva”, aveva già detto esplicitamente che non era quello il giocatore che gli sarebbe servito di più. Con i dubbi poi sulla vita periodicamente sregolata del Dinho, il suo diametro adiposo recentemente non proprio da atleta, una sorta di stanchezza da stress che ovviamente ora, a Milanello, si trasformerà in una spinta per la resurrezione anche mediatica.

Il punto è sempre Berlusconi, non Ronaldinho: dopo aver detto “faremo senza” tira fuori i soldi per acquistarlo come se il calcio e il resto non avessero nulla a che spartire. Una bella riga, come si segna un rettangolo di gioco, di qui c’è l’Italia con i suoi problemi, recessione, inflazione e difficoltà ad arrivare alla fine del mese incluse, mentre di là c’è il solito oppio rotondolatrico, dove si mescolano pallone, tv e diritti tv nel solito minestrone che conosciamo ormai da tre lustri.

Davvero sembra che il fatto di essere il Presidente del Consiglio della spazzatura a Napoli, per carità, mondezza ereditata da Prodi e Bassolino, ma ancora prima da lui stesso, non gli consigli alcuna strategia differenziata, per rimanere a un lessico di riferimento. E’ storia assai più che leggenda il fatto che in certi momenti di crisi del Paese e della Fiat (di solito andavano paralleli…) Gianni Agnelli, mai al Governo almeno direttamente, abbia negato il nulla-osta per acquistare alla Juventus campioni troppo salati, per non rischiare impopolarità o intempestività.

Berlusconi invece se ne frega. Forse privilegia la sua natura affaristica, forse il rapporto con la politica è in un certo senso per lui secondario e considerando l’Italia un’azienda si regola di conseguenza, da inarrivabile imprenditore di circenses, forse pensa che gli italiani, milanisti oppure no, l’abbiano votato anche per questo, per “sognare”, forse ritiene indispensabile Ronaldinho per lo “stile di vita” del Paese più che per l’organico tecnico del Milan stesso. Forse, come in altri settori dello spettacolo politico recentemente emersi, ha una visione “erotica” del calcio e per questo non bada a spese.

Forse semplicemente essendo lui che tira fuori i soldi in un Paese sempre più povero fa come si è sempre fatto da ragazzini: il pallone è mio e ci faccio giocare chi mi pare. Ce l’avessero detto qualche anno fa, quando si scherzava su Craxi tifoso del Torino, che saremmo finiti così…

3
commenti



Malelingue
l'Unità
, 13 luglio 2008

Era volgare, sboccato, tutto quello che andrebbe criticato in una rubrica dedicata alle “Malelingue”, a come parlano i personaggi pubblici, a come si comportano. Gianfranco Funari ci ha dedicato descrizioni analitiche del suo corpo e delle sue funzioni, ci ha riempito delle cosiddette “parolacce”, ha spinto a volte il peggio nella burrasca made in Italy o in Rome come il nocchiero di una nave in gran tempesta, quella della realtà tv, di quella politica, della realtà tout court. Ma accidenti, che persona libera, che voglia di pensare ed esprimersi, che fiuto per riconoscere animali della sua specie nella jungla Italia in cui tutti o quasi - e sempre di più - “fanno i cazzi loro”, per dirla funariamente. E che ironia di fronte alla vita e alla morte, che narcisismo votato agli altri, che curiosità per la gioventù, che gioventù nella vecchiaia. Con tutti i suoi limiti vicini al “fenomenale”, il fenomeno Funari andrebbe rubricato in punto di morte come un “grande italiano”, cui Napolitano dovrebbe i funerali di Stato. Che Funari non vorrebbe, magari facendo diffondere un documento in cui li rifiuta, dimostrando con questo di essere appunto un “grande italiano”. Ci mancherai, o mi mancherai, Gianfranco. Davvero.

16
commenti



l'Unità, 13 luglio 2008

Dal giorno della manifestazione “No Cav Day”, a Piazza Navona, l’attenzione dei media si è spostata sempre più e più insistentemente sul cosiddetto lodo post-girotondino del “cui prodest?”. A chi conviene o è convenuta una chiamata in piazza di questo tipo? E via con l’elenco delle ipotesi peraltro per lo più coincidenti e riassumibili nel classico “si fa il gioco di Berlusconi” e nell’aggiornato “così si fotte la sinistra, a partire da Veltroni”. Per carità, politici e analisti (i primi di parte per costituzione… i secondi per format…) fanno benissimo dal loro punto di vista a battere sul gioco che hanno sempre fatto, quello della politica politicante, della scacchiera partitocratrica, delle variabili di folla (e poi sulle performances di comici, di soubrettes, di “giustizialisti” ancora in vita che citano “fellatio” più o meno manifeste insieme alla “excusatio non petita” della memorabile formuletta, solo lievemente arrangiata per l’occasione). Sembra loro, e vorrebbero far sembrare alla opinione pubblica sempre meno opinione e sempre più pubblica, che il centro della questione sia quello.

Anche se questo gioco fondato sulla realtà della politica e non sull’aspetto rovesciato di essa forse ha contribuito pesantemente a portare il Paese nelle condizioni in cui è. E in cui è maturata la manifestazione di Piazza Navona, come pure le sortite parlamentari quotidiane sui vari lodi che intaccano da un lato la Costituzione e dall’altro la “giustizia della giustizia”, se così posso esprimermi.

Quindi siamo al paradosso che lo stesso coro greco mediatico che ha accompagnato la classe politica (intesa come classe dirigente complessiva) lungo questo precipizio, circonfusa dai privilegi, invece di vigilare affinché non facesse rotolare l’Italia per la scesa, adesso biasima sguaiatamente chi dal palco mette in guardia sul precipizio stesso. Paradosso che perde di forza di fronte alla seguente e banale osservazione: ma è logico che facciano così, se no dovrebbero confessare la loro collusione con la “deriva” del Paese sotto i colpi della “casta” (la virgolettatura sta come cartello segnaletico in libreria per chi compra i libri di denuncia e poi evidentemente li metabolizza e li defeca più o meno serenamente, senza per questo scendere in alcuna piazza).

Ma torniamo al “cui prodest”: giacché si preoccupano come cani di Pavlov più o meno solo di quello, noi freghiamocene per un momento. Ragioniamo diversamente. Non il criterio di “ciò che conviene“ ma quello del “se sia giusto oppure no”. In sintesi, è stata “giusta” la piazza peraltro e fortunatamente strapiena, è stato “giusto” il palco e i variegati oratori, è stata “giusta” nel suo insieme la manifestazione? Vediamo.

Se l’importante era dare un segnale di non condiscendenza né rassegnazione né menefreghismo nei confronti di ciò che sta facendo il Governo sotto gli occhi di tutti in quanto eletto para-divinamente dalla maggioranza degli italiani, formula democratica che significherebbe in realtà piuttosto la garanzia delle minoranze (se no siamo alla “proprietà privata” del Paese), beh, più giusta di così si muore. Se era altrettanto importante far sapere che la piazza era contro chiunque avesse favorito per zelo, interesse od omissione dai banchi dell’opposizione il “lavoro sporco” del Governo, era giusta a ugual ragione. Chiunque attenti alla Costituzione, dal primo (cittadino) all’ultimo (cittadino), deve sapere che non lo farà con il consenso più o meno tacito e più o meno elettorale degli italiani. Giusta la piazza, allora, e meno male che era piena.

Era giusto il palco, ossia chi c’era e ciò che ha detto? Al di là degli attacchi alle persone che hanno parlato sulla base del solito “cui prodest” qui accantonato per cercare di uscirne, sono stati contestati modi e eloqui poco garbati, specie di Grillo e la Guzzanti. In un certo senso, si sarebbe preteso che Grillo non avesse fatto il Grillo e così pure la Guzzanti si fosse deguzzantinizzata. Perché? Per la migliore riuscita della manifestazione, per non spaccare la sinistra, non urtare Napolitano né il Papa ecc. Ma se il Paese fosse ridotto come infatti è, e quindi bisognoso di svegliare le coscienze, e ci fosse stato sul palco qualcuno di caratura superiore, forse non saremmo ridotti come siamo, a dibattere intorno a un cratere. Abbiamo insomma un palco “logico”, proporzionato al Paese in avviata decadenza. Vi aspettavate il Che al posto di Pardi? Ma via…

Poi qualcuno degli oratori sarà stato più felice, qualche altro recitava una parte, qualcuno forse vendeva una merce, e infine il tasso di pathos, di dolore per lo stato del Paese poteva essere variabile. E si avvertiva, giù, nella piazza sudata e compatta. Ma insomma, era un palco all’altezza o al livello di un’Italia sfinita, che appunto si specchia nei lavori parlamentari. Quindi senza troppe ciance in politichese sul “cui prodest”, giusta la piazza, giusto eppur discutibile il palco, giusta la manifestazione nel suo complesso.

Quello che è davvero sbagliato è il punto cui siamo arrivati, sfarinandoci per la china: la stessa classe politica che ha ridotto il Paese così, ”a misura di Piazza Navona” sia pure a contrariis, negli ultimi quindici anni è ancora più o meno in sella, più o meno con gli stessi ruoli. Non va a casa mai nessuno. Ancora. Si usano sempre pesi e misure diverse: pensate se l’anno scorso invece che D’Alema (o Fassino, o Latorre) ci fosse stato Berlusconi stesso, e non un tal Cicu, intercettato per le scalate bancarie in telefonate che il Gip Forleo intendeva utilizzare in un processo mentre il Presidente della Repubblica manifestava (eufemismo!) disagio. Che sarebbe accaduto? Saremmo scesi in piazza con un anno di anticipo?

Ancora: nella confusione, è evidente che Di Pietro punta a far crescere i suoi voti, ma almeno lo fa sostenendo delle tesi imperniate sulla legalità. Se poi ha cadaveri nell’armadio, rivediamo volentieri tutto il mobilio. E l’immobilio. E Grillo? Fenomenale motore mediatico, è arrivato al galoppo computerizzato al “tanto peggio tanto peggio”, che non inficia la bontà di un’analisi ma rischia di farla diventare un’intemerata spettacolare senza futuro. Che non sia la guerra civile. Parliamone.

Quanto all’asterisco di molti degli oratori (“che volete da me? sono solo un comico”, oppure “faccio satira”, oppure “sono solo un giornalista” ecc.), è semplicemente il rogito notarile e allarmante circa un Paese strafatto, anche senza bisogno di cocaina. Dice: ”Una risata vi seppellirà”. Magari, ma poi? Temo che con le risate non si ricostruisca nulla. Mi contenterei di un po’ di rigore e altrettanta serietà. Per il cabaret, rimando al film omonimo e all’epoca che rappresentava. Per ora qui siamo a una Weimar all’amatriciana. Per ora.

sfoglia giugno   <<  1 | 2  >>   agosto

Leggi Tutti




DOPO DI LUI IL DILUVIO


EROS TERMINAL


I NUOVI MOSTRI


ITALIOPOLI


 
Un invito al lettore a stimolare il proprio senso civico
Diario21

Il primo libro è firmato, non a caso, da uno dei più antipatici giornalisti e polemisti italiani
Armando Besio, La Repubblica

E' uscito un libro scomodo. Come il suo autore
Enrico Vanzina, Il Messaggero

Il messaggio di Beha è chiaro: parlare di Vallettopoli, Calciopoli, Rifiutopoli, non basta più
Laura Fiengo, Vanity Fair

Viaggio in Italia ai confini dell'omertà
L'Unità 





 




  • Tutte le domeniche Oliviero Beha ospite del Tg3 delle 19

Ricevi gli aggiornamenti del blog via email:


Aggiungimi ai tuoi blog preferiti