EuroMalelingue
l'Unità, 30 giugno 2008
Non hanno fatto in tempo a finire questi Europei un po’ svizzeri e molto austriaci,lodati per una serie di ragioni espresse anche qui recentemente, che “naturalmente” si è già all’opera per buttare a mare ciò che di buono questi Europei sono stati. L’edizione a 16 squadre è stata giustamente selettiva regalando la maggior parte di partite più che vedibili, oltre a qualche match davvero soddisfacente? E allora già pensano di allargare il lotto a 24 modello Mondiali, ovviamente sempre e solo per motivi economici, soprattutto di diritti tv. Gli stadi dei due Paesi ospitanti sono stati all’altezza? Ecco che invece siamo già a chi rischia di non fare in tempo per la puntata del 2012, affidata per “penetrazione rotondocratica” a Polonia e Ucraina: la Polonia è legata a un filo, l’Ucraina sta già gettando la spugna. Non ci sarebbero i tempi, i soldi, gli stadi.
Così si riaprono le fauci spalancate dell’Italia, già bocciata nell’aprile 2007 dall’Uefa di Platini, pronta a contendere alla Germania, che sarebbe pret a porter dopo i Mondiali 2006, l’organizzazione della prossima edizione.
Quindi niente Ucraina, Polonia in forse ma stoppata dalla defezione del Paese partner, via a chi offre di più per l’ennesimo show. Si spera che la situazione generale del nostro Paese sconsigli quella che sarebbe un’avventura e un diversivo da esigenze e necessità molto più pressanti. Lo so, di solito organizzare un evento sportivo internazionale - e l’Italia negli ultimi vent’anni ha ospitato di tutto e di più manco fosse la Rai… e difatti, difatti… - è una stupenda chance per affari e finanziamenti paralleli della politica, c’è una sterminata letteratura naturalmente non solo italiana su tutto ciò. Il movente “sportivo”, in tutta la ricchezza semantica dell’aggettivo, è l’ultima o la penultima delle preoccupazioni. Ma a maggior ragione, non si facciano scherzi. Non qui e ora, per favore. Magari quando ci saremo ripresi (dopo i Mondiali di nuoto a Roma,ecc.ecc.), vedremo. Siamo tutti ucraini, almeno per ora.
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l'Unità, 29 giugno 2008
Comunque vada stasera, in una finale con il pronostico tecnicamente (e in modo deciso) a favore degli spagnoli, e psicologicamente contro dal momento che una sola delle due squadre giocherà con il peso e la responsabilità della «grande occasione» (ai tedeschi capita quasi sempre), i motivi per un giudizio largamente positivo su questa edizione dei campionati Europei sono tanti. Sono i primi targati Platini, uno dei migliori giocatori degli ultimi trent'anni e certamente il più versato insieme a Beckenbauer a rappresentare il potere (Pelè è poco più che un commesso viaggiatore con valigia diplomatica contenente un pallone e risvolti esistenziali non felicissimi, Maradona fa il «cattivo» di professione). Hanno mostrato buona organizzazione, stadi giusti, livellamento e incertezza non verso il basso ma tendenzialmente verso l'alto, pur in un calcio usurato che gioca troppo di frequente, uno spirito in campo spesso contagioso. Le prime otto squadre degli Europei 2008 sono mediamente migliori delle prime otto dei Mondiali di Germania 2006 (senza l'Argentina e il Brasile, il dislivello sarebbe ancora maggiore). Le prime quattro di Austria-Svizzera sono migliori o comunque hanno giocato un calcio più interessante e spettacolare delle prime quattro del 2006. Più giovane, più «rischioso» tatticamente, con molti più gol nelle semifinali. Al di là del patriottismo tricolore, del lippismo post-scandalo di due anni fa, si è visto giocare senza risparmio e con calcoli legittimi che non hanno però più di tanto scalfito la fisionomia delle concorrenti. Quando è accaduto, vedi Russia contro la Spagna, è stato per merito dei più forti almeno in quell'occasione. Questo discorso ha un senso metatecnico perché in realtà la Fifa, l'organismo mondiale di Blatter che contiene la Uefa di Platini, punterebbe di più ai nuovi mercati (cfr. il Sudafrica 2010), alla quantità del prodotto. Insomma, la qualità specifica contro l'esotismo colonialista. È un altro modo di leggere la realtà. O no?
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l'Unità, 28 giugno 2008
Ho aspettato un giorno a commentare la fine della vicenda Lippi/Donadoni/Lippi per vedere se si raffreddava un po’, e se si depositava come materia secca meno rischiosa da pestare… Sapete come succede, a passeggio con i cani… Qualcosina adesso si può pur dire. Intanto, che bene non ne esce proprio nessuno, e meno peggio di tutti proprio Donadoni. Poi che la sostanza è quella che è e che è inutile ricostruirla qui, a partire dai diversi committenti per l’incarico di Ct succedutisi dalle dimissioni di Lippi all’indomani dei Mondiali vinti, dimissioni in qualche modo incluse nel pacchetto di accordi tra il Commissario dello scandalo di “Calciopoli”, Guido Rossi, e lo stesso Lippi allora, alla vigilia dei Mondiali, assai in discussione. Sotto Rossi arrivò Donadoni, che rimase con Pancalli e fu tollerato da Abete finalmente presidente federale, il quale in realtà avrebbe ripreso già da un anno e mezzo Lippi. Quindi il Ct è stato sopportato per tutto il periodo delle qualificazioni, nel clima del non-detto ma forse dell’auspicato nel foro interiore: se fallisce lo caccio un secondo dopo.
Ma qui si viene alla forma della storiaccia, importante davvero quanto la sostanza e sostanza a sua volta. Donadoni è stato fulminato ad Europei in corso, e Lippi reingaggiato lo stesso giorno. Parlo della forma. Nemmeno alle colf del memorabile “ti do gli otto giorni” succede una cosa del genere. Ora, se della forma in una vicenda massimamente pubblica come la scelta del Ct degli Azzurri di interesse nazionale credo almeno quanto il risultato delle elezioni politiche…, se della forma dicevo se ne fottono tutti, davvero non c’è speranza. Anche perché è oltretutto autolesionistico. Bastava salvare la faccia, lo stile, i modi, i tempi. Così sembra sempre il mercato del pesce di Palermo, o Porta Portese a Roma. Soldi, interessi, sgarri, influenze più o meno esplicite: fattore umano e garbo zero. Vi giuro, il rigore sbagliato non c’entra nulla.
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l'Unità, 27 giugno 2008
Tra i segnali positivi arrivati da questi Europei ormai in scadenza, dopo l’ottima riuscita degli stadi che paiono del tipo e della misura giusta per il calcio di questi anni, non più Maracanà ma neppure oratorio polisportivo, va segnalata la qualità media dello spettacolo e dell’agonismo del torneo. Questo non prima però di raccontare la mia personale commozione per il momento topico/epico/tecnico più alto di questi Europei.
Sto parlando naturalmente e con gratitudine nei confronti del satellite dell’interruzione tv del collegamento internazionale per Germania-Turchia, naturalmente anche in occasione del secondo gol tedesco, che non abbiamo potuto ascoltare neppure alla radio come in altri momenti, senza video, perché si stava cianciando inopinatamente in studio. Siamo tornati indietro, sembrava una specie di test per farci capire che non tutto è irreversibile, e il passato è dietro l’angolo.
Tornando al calcio, eppur si muove… Favoriti dal clima inizialmente adatto, nei primi gironi il livello è stato accettabile e sufficientemente incerto l’equilibrio tra le squadra. Poi, nel caldo torrido, la selezione dei quarti ha effettivamente conservato le formazioni migliori, nel rapporto qualità-prezzo, cioè tecnico-tattica ma anche spirito di combattimento. Vedere come è uscita la Turchia certamente allarga il cuore dispiaciuto del tifoso turco ma conquista lo spettatore e il telespettatore, che non hanno perso un’ora e mezza. Fosse uscita in questo modo l’Italia, ci sarebbe stato poco da dire. E’ anche una risposta a chi sostiene che per la maggior parte dei commentatori basta un rigore parato invece che segnato per cambiare il giudizio. Per quel poco che vale, vorrei chiarire e tranquillizzare: non è per tutti così, e quindi da tifoso turco e di Terim in particolare mi reputo sconfitto e soddisfatto. Hanno fatto il meglio con il poco che avevano, facendo ricorso all’animus, che non si compra al mercato. Ahimé. Capita l’antifona?
EuroMalelingue
l'Unità, 26 giugno 2008
Lasciamo da parte il merito del contratto di Donadoni, la penale/non penale, le condizioni dello stesso e insomma una vicenda da cui a questo punto esce assai meglio il Ct quasi ex che non la Federcalcio. E parliamo invece della giostra Nazionale, su cui tutti salgono per fare almeno un giro e di cui però alla fine nessuno descrive i contorni. Prima domanda: dopo simili Europei, e la storia(ccia) del Ct, non è questa un’occasione per chiedersi se funziona bene l’ambiente della Nazionale? Che fa Riva? Che fa Albertini? Quali sono i rapporti di forza tra i due e il presidente Abete e l’intiero Consiglio Federale? Chi comanda, chi obbedisce e perché? E per fare che? Che idea si ha della Nazionale negli anni che verranno? Non sarà il momento buono per una Rifondazione Azzurra? Ecc.ecc. E ancora: che cosa è un Ct oggi? Un selezionatore? Un assemblatore? Un tecnico da campo e da partita, da bosco e da riviera? Un parafulmine e basta? Un suggerimento della politica, oppure della politica sportiva, o ancora degli sponsor? E un Ct significa soltanto un Ct, più un vice Ct e un allenatore dei portieri, oppure uno staff rabelesiano che cambia tutte le volte che cambia il Ct? In questo caso è un Ct oppure un’agenzia di collocamento per un gruppo di professionisti magari meritevoli? E quanto costa tutto ciò? E i valori sono quelli di mercato oppure no, dipendendo invece da altri fattori? Lo so, come sempre i «furbetti del quartierino Azzurro» preferiscono che si dibattano il nome del Ct, l’eventuale ritorno di Totti, le solite menate. E invece chiedersi se i risultati sul campo non siano anche la conseguenza dell’organizzazione federale, cioè di chi salta su e salta giù dalla giostra Nazionale, forse farebbe fare dei passi avanti. Se scommettessi su una risposta di qualcuno, puntando sul silenzio, vincerei una cifra... Anzi, non c’è quota, come sempre.
EuroMalelingue
l'Unità, 25 giugno 2008
C’è una differenza tra la questione Ct come si pone ora, e il fatto che da sempre discutere del timoniere della Nazionale sia quasi un “must” per il popolo italiano, calciofilo, calciomane, calciofobo. Ed è che mai come questa volta tutto si è svolto alla moviola: alla moviola i contrasti tra la Federcalcio uscita dai marosi di “Calciopoli” e dalla pulizia pasquale molto riduttiva del Commissario Guido Rossi. Alla moviola i postumi delle raccomandazioni del cotè milanista per Albertini/Donadoni/Casiraghi, con il primo che raggranellava potere e il secondo e il terzo che si impegnavano non senza successo pur con la spada di Damocle dei “raccomandati” sulla testa. Alla moviola il fatto che Abete, orfano di Carraro e di Lippi in mancanza di Franco provasse un’acuta nostalgia di Marcello, molto più tetragono ed esperto a coprire le falle del marinaio Donadoni di prima nomina. Alla moviola l’ammennicolo che l’unica vera arma per tenere alla briglia Donadoni fosse il contratto, brandito infatti dal presidente Abete come un’arma. Alla moviola nelle ultime settimane l’insicurezza che tutto ciò trasmetteva, al di là delle dichiarazioni ufficiali un po’ di tutti, dai burocrati al tecnico, dal tecnico ai giocatori e da loro forse perfino al cuoco dello spot con la Nutella, visto meno sicuro del solito… Si raccoglie ciò che si è seminato, il peccato di accidia consiste nel non fare il bene, versione complementare all’atteggiamento di chi invece fa il male. Almeno si risparmi a Donadoni (non potendo risparmiare sulla penale che gli spetta…) il ruolo di capro espiatorio: l’accidia riguarda tutti quello dell’elenco, finora, con una porzione congrua di stampa a fare da coro greco quasi sempre da burletta.
l'Unità, 24 giugno 2008
Non vi sarà sfuggito che mentre da noi impazza ai massimi livelli la questione-giustizia con risvolti da Unione Europea, per la legge del contrappasso ad arbitrare la finale degli Europei di calcio domenica prossima ci sarà un “magistrato” italiano, cioè l’arbitro Rosetti inteso come il magistrato in mutande più importante del settore, favorito dall’eliminazione (prematura?) dell’Italia nei quarti.
Non vi sarà sfuggito che il Ct già quasi ex, Roberto Donadoni, continua a ripetere cose eroiche tipo “siamo usciti a testa alta” e meno eroiche come “ci mancherebbe solo che mi dimettessi” dal momento che per contratto se lo cacciano ha diritto a una penale contrattuale di 550 mila euro: come diceva Polonio in “Amleto”, “c’è del metodo nella sua follia” (tra tecnico e Federazione, e infatti si raccoglie quel che si semina).
E neppure credo vi sia sfuggito che il quartetto di squadre rimaste in lizza in questo torneo che fa brillare gli occhi degli organizzatori (un giro d’affari intorno di più di 1300 milioni di euro) e dei “bagarini” (per le semifinali si arriva a 1400 euro a biglietto), è un quartetto estremamente significativo da più punti di vista. Il calcio si conferma oltre a tutto il resto una strepitosa lente di ingrandimento che in pochi inforcano, quasi avessero timore a vedere bene, o meglio. Così facendo, rimuovono non il calcio ma la realtà che il pallone esprime e comunica...
l'Unità, 23 giugno 2008
Finisce dov’era cominciata l’epopea di Berlino e dove poteva finire da subito quella minore degli Europei, contro la Romania: con un calcio di rigore. Questa volta sbagliato. Peccato, perché nonostante tutto gli estremi per crederci avevano resistito per due ore di gioco. Ma per vincere bisogna rischiare di perdere: e l’Italia di Donadoni si è dimenticata di questo assioma valido nel calcio e nella vita per tutto il primo tempo, se ne è ricordata nel secondo e nei supplementari.
Forse troppo tardi, e il rimpianto può essere addirittura quello di aver troppo temuto e sopravvalutato gli spagnoli, quelli che secondo il loro Ct settantenne “sarebbero morti sul campo se necessario”. E invece come si è visto non è stato davvero necessario. Le furie rosse erano rosse ma non furie, anzi, facendo girare ordinatamente il pallone ma senza ritmo né cambi di passo davano l’idea fin da subito che rischiando e aggredendo di più si sarebbe potuto cavare il classico ragno da un buco abbastanza piccolo come era quello di una Nazionale senza troppa fisionomia come quella odierna. E invece ci si è contentati di tenere chiusa tatticamente e agonisticamente la partita per troppo tempo come fosse un pacchetto che si aveva paura di aprire,per vedere che cosa ci fosse dentro davvero. Così il tran tran si è allungato per un tempo, e più si andava avanti più la sensazione inutilmente preagonica si diffondeva, specie vedendo che Toni era solissimo e poco in palla e non bastavano le giocate di Cassano se non per ricordare appunto la bontà dell’assioma di cui sopra.
Timido Aquilani più di quel che avresti detto, insufficiente Perrotta, incompiuto per tutto il primo tempo e parte del secondo Zambrotta, ci rimanevano un gran portiere sbadato una sola volta nella serata, una difesa all’altezza soprattutto nel formidabile Chiellini, un centrocampo in cui De Rossi e Ambrosini si spremevano, sì ,ma senza costrutto. Grosso faceva il suo, ma che per l’intiera partita il dettato italiano fosse solo quello di un cross mancino di Grosso per la testa di Toni la dice lunga sulle spuntature del nostro “maiale”. In senso buono.
Sì, abbiamo messo paura alla squadra forse di maggior qualità individuale del torneo, sì, alla fine se avesse vinto l’Italia specie nel secondo tempo regolamentare o nel secondo supplementare non ci sarebbe stato nulla da dire (rigore a parte negato ingiustamente alla Spagna da un arbitro peraltro bravissimo e uniforme nel giudizio).
Ma non è una consolazione. Nemmeno il ruolo di sfavoriti e la tradizione contraria o contrarissima che da 88 anni li voleva sconfitti che ha tenuto bassi gli spagnoli fino ai rigori, sono bastati a forgiare uno spirito che questa Nazionale non ha, certamente imparagonabile con quello dei Mondiali vinti. E’ ovviamente un problema di giocatori, di gioco, di allenatore, e tutto insieme una questione di spremitura generale. Nonostante questa disamina che solo apparentemente sembra di senno di poi - vedasi le osservazioni della vigilia -, ribadisco che non si è fatto tutto il possibile per passare neppure con le forze che erano rimaste agli Azzurri in un Prater dal clima desertico che svuotava di energie chiunque, giovani “furiette rosse” comprese. Stavolta i cambi non sono apparsi sbagliati, ma ci si chiede se Camoranesi non avrebbe fatto meglio di Perrotta fin dall’inizio. Minuzie, per come è andata.
l'Unità, 22 giugno 2008
L’unica cosa che sembra distrarre dalle nefandezze istituzionali del premier in patria e in Europa gli italiani non ancora del tutto distratti (muscolarmente, intendo, certo…), è la partita di stasera: Spagna-Italia, 20,45, a Vienna, quarti di finale dei Campionati Europei. L’attesa è grande, la partecipazione pure, l’antidoto emotivo contro una malattia grave che sminuzza la democrazia riducendola a poca cosa, anche. Ma siamo a una sorta di “Comma 22” aggiornato: un Paese che ha bisogno di una tale supposta passionale per tenersi su e deberlusconizzarsi per una notte (come i comuni denuclearizzati con tanto di targa che per il futuro potrebbe sparire), è un Paese che sembra meritarsi quello che ha.
C’entra questo con un discorso tecnico-tattico sulla partita che vedremo stasera? Magari sì, perché paradossalmente se qualcuno obiettasse (giustamente, in senso stretto, stolidamente, in senso lato) che “questo è calcio, lasciatemi almeno quello”, rientrerebbe appunto nel discorso sul “Comma 22” appena citato (dal romanzo e dal film famosi: se uno si dice matto può rinunciare alle missioni di guerra, ma se rinuncia alle stesse non è matto)...
EuroMalelingue
l'Unità, 21 giugno 2008
Spentasi l’eco del dibattito sul “lodo Pirlo” (ma quale dibattito? Non si dibatte abbastanza neppure sul “lodo Schifani”…), infuria l’approfondimento teorico sulla cosiddetta “terza partita”. Dopo la batosta del Portogallo, preclassificato e favorito tanto da aver giocato la “terza partita” in souplesse, da parte della Germania invece tesa fino all’ultimo con l’Austria, la domanda è: meglio far riposare i migliori quando si può oppure stare in campana sempre, sulla corda più o meno con gli stessi in campo, l’adrenalina a mille, la concentrazione pure? Come è ovvio la cosa ci riguarda da vicino, oggi vigilia del “partido” (in Spagna partito politico e partita di calcio si dice nello stesso modo, che vorrà dire subliminalmente?): la squadra di Aragones ha riposato in parte contro la Grecia nella “terza partita”, i Nostri si sono fatti Eroi di una sera contro la Francia. Vedremo gli effetti collaterali.
Per intanto, e senza indugi, ecco la mia formazione per non smentire l’italianità (ma anche la spagnoleria funziona in modo analogo) di noi tutti Commissari tecnici.
Dopo San Buffon,o Buffon San per i laici, a destra e sinistra da esterni Panucci e Grosso, in grado di offrire il meglio in quei ruoli, con uno Zambrotta alternativo. In mezzo, perso per perso o sperimentato per sperimentato, dentro Gamberini che è un calmo e sta bene, vicino alla torre Chiellini. In mezzo centrocampo a quattro, facendo di necessità virtù (ma vale anche invertire gli addendi…) per le squalifiche del due terzi di Pirlo e del mezzo Gattuso, con centrali De Rossi e Aquilani ed esterni uno difensivo, Ambrosini, e uno offensivo, direi quasi un Di Natale più indietro se è vero che atleticamente in allenamento è quello più in forma di tutti. Se no ovviamente Camoranesi, con prevedibili giochi di panchina. Poi Cassano lasciato libero di “pazziare” tra le linee,e Toni destinato dalla cabala a segnare, prima o poi (ma io firmerei per passare il turno con un gol di… Chiellini). Squadra equilibrata, da corsa e da geometrie, possibilmente con la sicurezza incamerata dopo l’exploit contro la Francia. Insomma, per passare la Spagna dovrà giocare non meglio, ma molto meglio. Semplice, nevvero?
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