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A proposito di “parole” e di “pietre”, mi è stato fatto notare che prima di Alberto Moravia già Carlo Levi aveva usato l’espressione “le parole sono pietre”, da me citata nel titolo dell’ultimo articolo dedicato a Napolitano e all’ipotesi di “impeachment” autoconvocata se davvero stesse violando la Costituzione (cosa che almeno per il momento non è, anzi è il contrario). D’accordo, ma a parte il fatto che risalendo nel tempo credo si possa facilmente trovare qualche altra primogenitura ad una formula insieme così forte, chiara e inequivocabile, il punto era ed è la sostanza, il significato.
Ricominciamo a dare il loro significato alle parole, sia parlate che scritte. Forse vorrebbe dire che stiamo ricominciando a rispettarle, e a rispettare il pensiero da cui derivano o dovrebbero derivare. Prendiamo per buona la “grammatica generativa” di Noam Chomsky secondo cui si pensa per parole. Dunque, andrebbe o dovrebbe andare tutto di conseguenza. Penso, dico o scrivo la parola pensata, ma le do il suo significato autentico, senza barare o bluffare. Fin qui so già che l’urlo oceanico si leva dal web: che palle !!! Ma che vuole questo? Insegnarci a pensare, a parlare? Ma chi è e chi si crede di essere? Ecc. ecc….

Facciamo un esempiuccio per tornare dalla teoria alla pratica, come del resto ho tentato di fare con il discorso sul Presidente della Repubblica in carica. Ero a un incontro di Cortina, recentemente, nella kermesse culturale ormai da tempo organizzata con successo e clamori da una coppia, i Cisnetto, che prevede un lui giornalista di fama e una lei logisticamente valentissima. Il tema era “Che cosa c’è dietro l’angolo”, a discuterne oltre chi scrive con un libro che non cito anche colleghi come Cangini, che ha raccolto le memorie di Cossiga, un politico come Cirino Pomicino per la cosiddetta Prima Repubblica, Giovanni Valentini, biografia professionale di gran peso (Espresso, la Repubblica ma come giornale ecc.), nonché il condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti. La faccio corta. Sallusti, in un’intemerata contro Fini il Cesare Borgia (non è espressione sua...) di Berlusconi, ha spicciamente risolto la questione dicendo che il leader di Futuro & Libertà ha truffato i suoi elettori, che era come se “avesse dato al fascismo della puttana rinnegando quindi la madre” e automaticamente qualificandolo come “figlio di puttana” e altre espressioni forti del genere. Troppo facile obiettare (come è stato ovviamente fatto) che trattavasi del cofondatore del Pdl, non di un viandante, e quindi che forse le persone vanno conosciute e pesate non cambiando bilancia secondo il momento e la convenienza. Absit anche almeno in questa sede sulle camere, la Camera, la cucina le case, le contraddizioni, le bugie ecc. Anche perché è difficile che Berlusconi possa dar lezioni in questo scivoloso campo, giudiziario o paragiudiziario. Il punto è un altro.
Sallusti ha evocato il fascismo. Ma solo per attaccare a sprangate mediatiche Fini. A me invece piacerebbe sapere perché Fini ha cambiato idea sul fascismo, e se davvero e quando l’ha cambiata. In profondità. In un’intervista della seconda metà degli anni ‘90 in tv (privata) gli chiesi perché ritenesse “Mussolini un grande statista”. C’erano fior di polemiche sulla sua dichiarazione dell’epoca, ma non una domanda sul “perché”, forse quella vera, cruciale. Venne fuori, per esclusione e faticosamente, che lo era stato - secondo Gianfranco allora con Alleanza Nazionale dopo la svolta di Fiuggi alleato del Berlusca ma non del Bossi secessionista - perché “aveva puntato sulle corporazioni”. Capirai…Poco, tanto? Comunque qualcosa su cui almeno discutere. Su cui ancora non si discute o non si discute abbastanza in un’epoca di rigurgiti fascisti almeno mediatici in cui il fascismo sembra sempre venire da Marte, o da Saturno…. Come del resto mi aspetterei a vent’anni e più dalla svolta della Bolognina un’analisi del perché si era o si è ancora comunisti, dov’era l’errore, come era rimediabile, se sono ancora buone le domande all’origine del comunismo e naturalmente forse a maggior ragione del socialismo, perché sì, perché no, eccetera.

Le parole sarebbero di nuovo pietre, invece che sputi. E forse capendo qualcosa di più del passato potremmo ragionare finalmente del presente con qualche briciola di onestà intellettuale e magari “addirittura” prefigurare un futuro, o qualcosa di equivalente a questa “parola-pietra” che come un boomerang invece ci torna addosso ogni qualvolta la lanciamo. Così, alla pecorara… 

da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
24 agosto 2010


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Dopo tre rubriche abbastanza repellenti dedicate al Gran Buffet della politica balneare, avevo intenzione di parlar d’altro. Ma la situazione schizoide e truffaldina, da piccoli Borgia che anche a Ferragosto dall’alto (?) dei loro privilegi tramano all’interno della “casta” come se il Paese non esistesse, mi induce a riparlarne. Anche perché la caterva di commenti che leggo qui, nell’ovvia legittimità del dissenso, mi convince che quasi nessuno legge quasi niente, forse il titolo o le prime righe o comunque senza alcuna attenzione a quello che si scrive, fermi nei pregiudizi o negli orinatoi di pensiero, remoti da quello che un articolo realmente contiene.

Allora: il Censis ci dice che 6 italiani su 10 non sono andati né andranno in vacanza, e che è tutto e quasi esclusivamente un pendolariato agostano. Il Comune di Roma misura, sul consumo d’acqua e sulla quantità di rifiuti prodotti, intorno ai 100 mila in più dell’anno scorso (attenzione, già anno di crisi dichiarata) i romani rimasti a casa. I timori dell’economia mondiale fanno il resto. Stiamo (sì, stiamo, tutti coloro i quali non godano della franchigia della “casta” e del denaro) “tirando la cinghia” e continueremo a tirarla. Nel frattempo tutta (tutta, capito?) la classe politica, impastata nella più generale classe dirigente del Paese che tira la cinghia, fa i sondaggi sul fatto che le convenga oppure no andare al voto anticipato. Si vedono i giochetti all’interno di “Futuro e Liberta”, le conte più o meno sincere, le risposte di Berlusconi e dei suoi, la voglia di Bossi. E dall’altra parte ( ma esiste “un’altra parte”?) le paure dell’opposizione sempre dettate dai sondaggi, le differenze tra Bersani, Vendola e Di Pietro, l’occhio lungo di Casini e Rutelli, la sala d’attesa prepolitica politicante di Montezemolo e soci. Governo tecnico o elezioni ? Essere o non essere? (Personalmente, ritengo che andare di nuovo al voto per la terza volta in cinque anni e con le solite facce sarebbe una follia e un insulto al Paese. Ma si sa, non me ne intendo …).
Nel frattempo la stampa spara cartucce da una parte e dall’altra all’interno della coalizione di maggioranza, e ondeggia secondo l’opportunità e l’opportunismo dei giochi politici all’interno della coalizione di minoranza. Buffet politico, insomma, connotato dalle parole di Ostellino sul “Corriere della Sera” di ieri, in apertura, a proposito di “libera informazione”:”…Non è compito di media indipendenti organizzare, e condurre, campagne pro o contro uomini e partiti politici per delegittimarne il ruolo istituzionale. Dovere dei media è riferire i fatti ed esprimere giudizi verificabili nei fatti. Il resto è militanza politica. Legittima. Ma altra cosa dal giornalismo”. Perfetto, caro Pierino: ma da sempre che cosa stanno facendo i media da noi? E come mai te ne accorgi adesso? E tu scrivi su un medium indipendente? Sì? Sicuro? E quali media indipendenti conosci? Prego l’elenco…

Nel frattempo Bossi parla di “palude” da cui uscire, dimenticando che è nella palude che trionfano i Caimani e che invece di uscirne semplicemente dalla sponda della convenienza partitica bisognerebbe bonificarla (dopo il film di Moretti sulla “palude” italiana avrò scritto 100 articoli e un pugno di libri). E la Gelmini, Ministro di quello che è e/o dovrebbe essere in ogni Paese civile il principale settore di crescita, rilascia interviste sul clima politico con un livello lessicale da scuola elementare. La sua biografia del resto è ricca di nullismo politico (informarsi nelle zone del Garda da cui proviene…) e povera di titoli di studio conseguiti “cum ira et studio”. Insomma, mentre il Paese tira la cinghia la politica tira la corda. E se si dovesse spezzare nel prossimo autunno, mentre la “casta” continua a fare i propri conticini? Davvero sarebbe una “grande sorpresa”?

da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
13 agosto 2010


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Diceva Einstein: “Non si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha creati”. E Einstein almeno ufficialmente non era berlusconiano o anti-berlusconiano. Era semplicemente Einstein, cioè un genio. Che c’entra il suo nome gigantesco mischiato con i nani da giardino della nostra politica di tutti i giorni? E che c’entra Einstein con i miei ultimi articoli sul Gran Buffet della politica politicante ed esercente e sulla necessità di esporre le biografie personal-professional-politiche dei personaggi che abitano il palcoscenico Italia ormai da vent’anni, chi più chi meno? C’entra, c’entra.

Einstein ci dice quello che abbiamo sotto gli occhi, srotolato quotidianamente come un tappeto dai mass-media che agitano lo spettro della crisi e delle elezioni anticipate in attesa di ferragosto e delle mosse di Napolitano, in vacanza quirinalizia a Stromboli. Ci dice che gli stessi che tanto si dimenano oggi sono quelli che come classe dirigente non solo politica in senso stretto, partitico, ci hanno portato sull’orlo del baratro e forse già un pochino più in là.
Ci dice che non potranno essere quindi loro a “salvarci” se sono proprio loro che ci hanno affossato in un gigantesco concorso di colpa con un’Italia smemorata, deresponsabilizzata e svenduta al valore unico del denaro e del tenore di vita. Oggi -ma guarda un po’- in recessione…Einstein ci dice che non possono né vogliono tirarci fuori dalla trappola in cui siamo come Paese, che non sono in grado di farlo, che pensano all’oggi e ai loro interessi e a una politica fatta solo di disvalori e di guerra per bande esattamente come hanno fatto fino ad oggi perché solo questo è il loro “core-business”, sono programmati o autoprogrammati come tali. Ogm, sì.

Einstein ci dice anche che le loro schede - che io “ingenuamente” chiedevo fossero rese pubbliche ma addirittura come cartellonistica stradale, affissa ai bordi della nostra via di traffico oppure della nostra via mentale (vedi la tv) - potrebbero tenerci desta quella memoria che non abbiamo, collegata alla frase einsteiniana dell’inizio. Ci dice che dipende da noi, da quelli che non abbozzano e non vogliono abbozzare, non prendere sul serio la recita del baraccone politico in cui tutto si mischia con tutto ma senza un’idea presentabile di Italia, e senza il bisogno autentico di rivitalizzare gli italiani, ormai lemuri immersi nell’inferno dantesco del derby pro o contro Berlusconi. Ci dice che non “abboccare” a questa politica come se fosse davvero una politica destinata a risolvere qualcosa dei nostri problemi è la prima condizione per una consapevolezza diversa, che scavi dentro di noi e dentro la nostra identità smarrita.

Fini, Berlusconi, Bersani, D’Alema e soci sono così, erano così, non possono essere che così per diecimila motivi antropologici e ormai storici (un ventennio, appunto…). E’ inutile prendersela con loro da destra o da sinistra, voci che sono ormai pure convenzioni nominalistiche. Bisognerebbe prendersela con noi stessi, ognuno con sé, per cambiare la “mentalità” di cui parla Einstein, povero genio del XX secolo che non dialoga neppure medianicamente con gli Stracquadanio di oggi…

da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
10 agosto 2010


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Prima di ritornare sull’argomento “buffet della politica”, trattato nell’ultima rubrica, una precisazione. Nessun commento ad essa, né tantomeno ai commenti che suscita, è di mio pugno. Quindi diffidate se ne leggete uno a mia firma che non sia contenuto in questi scritti, dall’interno dei quali rispondo o preciso, come sto facendo ora. E’ internet, bellezza, direbbe Humphrey Bogart, con le sue potenzialità e le sue mistificazioni, il suo anonimato, la sua ipocrisia e i suoi squarci di verità o di ricerca della stessa. Non mi ripeto sulla qualità di tali commenti, ognuno risponde (si fa per dire) del suo. Quanto alla mia discutibile scrittura, è appunto discutibile ma mia e quindi un mio commento autentico si riconoscerebbe: ergo rinuncio volentieri agli apocrifi.

E ora veniamo a noi. Giorni fa su un Eurostar dal Nord sono capitato in un’orda di turisti americani da città d’arte e da pizza (benissimo, per carità, a parte l’abitudine di togliersi le scarpe e cercare di piazzarti calze puzzolenti sotto il naso…). Ma a fianco avevo una ragazza italiana che leggeva poesie di Bukowski, gentile, quasi dipinta, dall’accento lombardo. E davanti a me due veneti un po’ stagionati ma ancora pregni di quel fascino da seduttori goldoniani, di quelli che strascicano il dialetto come fossero ubriachi ma non lo sono, o non sai mai se lo siano davvero. Avrebbero potuto portare una parrucca di trecento anni fa e sarebbero stati perfetti. Giocavano a chi ricordava più aforismi e sentenze dei filosofi greci. Che c’entra questo con la politica?

Intanto, mi sbaglierò ma sia la ragazza che i due Casanova filosofici non hanno alcuna intenzione di andare a votare, se si voterà e quando. I due l’hanno detto chiaramente tra un Eraclito e un Parmenide, la ragazza mi ha dato quest’impressione. Era lontana mille miglia di realtà dalle cronache politiche odierne del Palazzo, di quel buffet di cui parlo dal quale tutta questa classe dirigente prende quello che vuole o che può lasciando il Paese in mutande.
O magari la lettrice di Bukowski voterebbe Grillo e il Movimento a 5 stelle, che contrariamente a qualche commento del mio articolo precedente in tal senso io non ficco nel mazzo. Certo che Grillo è un’altra cosa, e prende e prenderà voti sulla sua diversità. E’ il progetto politico complessivo che ha in testa, se è sua la prima delle teste pensanti del Movimento, che non mi è chiaro. Ma certamente non va confuso. E’ contro, non “insieme”. Ma contro che cosa, o insieme a che cosa? Contro coloro che ci hanno trascinato quasi oltre il ciglio del baratro. Vedete, che Berlusconi tratti aziendalmente l’Italia come cosa sua è evidente: se avesse dedicato un decimo degli sforzi indirizzati verso se stesso al Paese, forse non staremmo messi così male. Idem per tutti i suoi, con particolare citazione momentanea per la Brambilla che confonde tori e cavalli e che se continua così verrà abolita dalle contrade senesi. Dall’altra parte, un Bersani che idolatra Tremonti e che ha paura delle urne e nulla ci dice sull’Italia che vorrebbe magari anche per conto di D’Alema, non dà alcuna speranza a chi abbia un grammo di sale in testa.

Al centro Casini, Rutelli e forse Fini rappresenterebbero il futuro? Ma di che cosa? Di un governo tecnico, di un governissimo, di una “Rinascita nazionale” (meravigliosa citazione gellesca)? E Di Pietro oltre a chiedere sacrosantamente legalità che progetto ha in politica (intendo non personalizzata e politicante, giacché è evidente che lancerà un’opa sul Pd…) e per il Paese? E Vendola, tra un inceneritore e l’altro, che fa, punta a Roma dalle Puglie come un Annibale al contrario? Il panorama è desolante, e chi dice che per criticare il governo oggi bisogna avere una ricetta di pronta soluzione o è fesso o è ricco. Il punto è un altro. E’ che le biografie di questi personaggi, politici e non, alla guida (alla guida?) dell’Italia parlano per loro. Per un Fini così esposto oggi, come per tutti gli altri.

Dunque, modesta proposta: si passi alla pubblicazione il più possibile completa e indietro negli anni delle schede biografiche di tutti quelli che oggi riempiono i giornali. Cominciamo ovviamente dalla politica, poi potremmo continuare con l’imprenditoria, la finanza ecc. Schede precise di chi sono e chi sono stati, e che cosa hanno fatto e detto. Così, tanto per non dimenticare. Forse si potrebbe convincere Rai e Mediaset a farne oggetto di un gioco a quiz: che cosa ha fatto Bersani nell’88, che cosa D’Alema nel ’95, e Berlusconi nel ’76, e Fini negli ultimi dieci anni? Ecc. ecc. Chi risponde esattamente alle domande va al governo. Non è forse il Paese del televoto, ormai, questo (a parte quella boccata d’ossigeno in treno grazie a quei tre…)?

da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
6 agosto 2010

  

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Nel Paese in cui un italiano su due quest’estate non va in vacanza. Nel Paese in cui praticamente tutti i dati sul lavoro, il precariato e la disoccupazione sono preoccupanti. Nel Paese in cui non si vede un barlume di futuro per le nuove generazioni (anche se abbiamo fiducia sul loro “rinascimento biologico”, in attesa di quello culturale). Nel Paese in cui si parla quasi solo di calcio che è però in bancarotta, in cui falliscono i club peggio dei 10 piccoli indiani di Agatha Christie e i tifosi si picchiano già alle prime amichevoli. Nel Paese in cui tutti fanno finta di non sapere che nei locali alla moda è un tripudio di consumo di cocaina, come accade del resto alle fasce meno abbienti della società italiana (cap.”Padri e figli in polvere. Bianca”, del mio ultimo Dopo di Lui il diluvio), muratori e camionisti compresi.

Beh, in questo Paese la politica affronta la realtà solo dal punto di vista del suo vantaggio immediato. Chi è più forte, Berlusconi o Fini? Quanti deputati (o senatori) entrano in transumanza tra i due gruppi parlamentari? Che farà il centro di Casini e il centrino (ricamato) di Rutelli? E la Lega, la Lega vuole le elezioni per il federalismo fiscale o vuole il federalismo fiscale per le elezioni? E Bersani, che fa Bersani oltre a concludere in simpatico “piacentino” tutti i suoi discorsi sul “così non si può andare avanti”?
Mi fermo qui, senza citare neppure Vendola che cerca la “lotta” delle primarie per continuare la sua carriera politica (come è ovvio: ma in un Paese ridotto così non credete che la carriera personale abbia dei doveri particolari?), oppure Di Pietro che “evidenzia una crescita nei sondaggi” o Grillo che da locale passa a nazionale col Movimento a 5 Stelle in un firmamento politico buio, troppo buio.

Il problema è che la situazione politica è una specie di buffet, davanti al quale il denaro e il potere non vanno mai in vacanza: ognuno cerca di prendere dal tavolo quello che gli conviene o quello che può, che riesce ad afferrare sgomitando. Ma non c’è alcun programma, da nessuna parte, non c’è alcun dolore per la situazione del Paese, c’è solo una spartizione di pani e di pesci che ogni tanto cristologicamente o magicamente o truffaldinamente moltiplica le poltrone.
Sembrano automi di fronte al buffet, tutti quanti, se si ricostruisce la storia e la cronaca politica di ognuno. Non c’è nessuno senza cadevari nell’armadio, grandi o piccoli, polverosi o ben conservati, e chi è senza armadio non può entrare nella sala del buffet. Si aggiunga che la vera preoccupazione dei peones alla prima legislatura, cioè la pensione che scatta dopo 30 mesi di Parlamento, è già stata cronologicamente sconfitta e si avrà l’idea di che cosa siamo diventati. Quelli del buffet e noi che non reagiamo e nella vita quotidiana ci adattiamo ai pessimi esempi che vengono dall’alto.
 
Una volta c’erano i governi balneari di Andreotti e soci, che in molti rimpiangono. Adesso, dopo che solo il Gran Silvio ha portato in porto nei 16 anni di cosiddetto “maggioritario” una legislatura intiera, quella dal 2001 al 2006, e invece è caduto prima Prodi, poi D’Alema e ancora Prodi e adesso può cadere “perfino” Berlusconi garantito al voto del 2008 da una maggioranza semibulgara, adesso siamo al buffet balneare della politica e del denaro. Venghino, venghino, tra una “caprese” e un “crudo di pesce”. Davvero un gran passo avanti, ma verso il baratro. Balneare oppure no.
 
da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
03 agosto 2010

 

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Adesso che tutto il pasticcio di legge anti-intercettazioni e pro-bavaglio è slittato a settembre, salvo sorprese balneari agostane, vale la pena di fare il punto sulla questione internet e di rimarcare un caso estremo di imprigionamento e censura di un blog. Intanto, la sollevazione popolare anti-bavaglio e in particolare quella dei gruppi nati dalla Rete in sit-in permanente davanti a Montecitorio, a partire dal “Popolo viola”, da “Valigia blu” che ha raccolto le firme anti-bavaglio e da “Libertà e Partecipazione”, ha sortito un risultato di fatto, ovviamente assai facilitato dalla crisi della coalizione di governo, tra Berlusconi e Fini.

Per il web, era il cosiddetto Comma 29 del ddl famigerato, una specie di Comma 22 ma senza ironia…, a costituire il bersaglio dei blogger e dei cittadini: infatti secondo tale Comma l’obbligo legislativo di rettifica di ciò che esce su un blog entro 48 ore stringeva le maglie della libertà di espressione trattando la Rete come qualunque altro mezzo di comunicazione formalmente registrato come tale presso un’autorità di riferimento. Questa sorta di parificazione avrebbe stravolto la libertà informativa in internet e in qualche modo internet stessa...

Qualche elemento in più per ragionare su una questione decisiva come la libertà su internet, ormai numericamente mezzo di comunicazione di massa, nonché il più moderno tra essi.
1) C’è effettivamente una questione seria, che riguarda la tradizionale contrapposizione scolastica tra libertà e licenza. Se tu violi un codice penale e mi diffami, oppure diffondi video offensivi e relativi a reati, non puoi accampare una libertà senza senso di responsabilità di fronte alla legge. Legge che però c’è già (cfr. il “processo Google” e la condanna dei dirigenti americani per il video sulle violenze a un ragazzo disabile mandato in Rete).
2) Il governo e in generale la classe politica nel suo complesso hanno tutto l’interesse a non sviluppare la libertà di informazione, e lo hanno dimostrato clamorosamente da sempre. Peccato che essa sia un fondamento ineliminabile della democrazia, di qualunque livello sia tale democrazia. Quindi “chiudono”, ”serrano”, e il sacrosanto principio della responsabilità viene usato come pretesto/strumento per ridurre quantità e qualità dell’informazione, sui giornali come sul web.
3) L’unico settore in cui cresce la pubblicità, cespite per tirare avanti o far denaro, è proprio internet: ma siccome la torta pubblicitaria complessiva è più o meno quella, per crescere in Rete deve decrescere da qualche altra parte. Dove, se giornali e radio faticano ad averne abbastanza per sopravvivere? Ovviamente dal reame della tv. E chi è che governa la tv privata direttamente e la tv pubblica (semi)direttamente così da rischiare introiti minori dall’avanzamento di internet? Indovinate un po’, anche senza sforzarvi…
4) Gli ultimi due punti spiegano a sufficienza la resistenza dell’esecutivo a far passare il finanziamento della cosiddetta “banda larga”, che facilita e velocizza la comunicazione in Rete e per converso la tentazione dei Comma 29. In una parola, c’è un’evidente mala fede nel trattare un tema così delicato, che ripeto meriterebbe approfondimenti seri e responsabili per ridurre il più possibile i rischi e i guai della Rete e valorizzarne possibilità e contenuti grandemente positivi. Ma come possiamo fidarci di questa gente, che vorrebbe mettere la museruola a chiunque e a qualunque cosa/mezzo/sistema pur di salvare il proprio potere e lasciare i glutei sulle poltrone occupate

Qui si innesta il racconto di un caso clamoroso, estremo: quello che riguarda il collega Carlo Vulpio. Pensate, mentre il sito Wikileaks diffonde sul pianeta i documenti sulla “sporca guerra in Afghanistan” che miete vittime civili e militari, italiani compresi, documenti che dimostrano come gli Usa cercassero di fottere Emergency, qui da noi un blog è stato chiuso (meglio, si è tentato di chiuderlo) manu militari. E’ appunto il caso Vulpio. Risale a un anno fa ma è imperituro per ciò che rappresenta.
E’ stata sufficiente una querela per diffamazione per un articolo comparso sul suo blog (Vulpio vive in Puglia ed è inviato speciale brillante e “ristretto” del Corriere della Sera) perché il procuratore aggiunto di Bari, Pasquale Drago, e il gip di Bari, Vito Fanizzi, decidessero che l’intero blog fosse sottoposto a sequestro preventivo. Una cosa che accade rarissimamente, e mai quando si discute di diffamazione. Potevano, pm e gip, in attesa di un processo e di una sentenza che accertassero se effettivamente c’era stata diffamazione, limitarsi a chiedere la rimozione dell’articolo “incriminato”. No.

Andando oltre anche il famigerato Comma 29 ancora non in vigore (e speriamo che non accada mai), hanno fatto spegnere tutto. Spiega con chiarezza Vulpio che è stato “come se per un articolo di giornale giudicato diffamatorio venisse chiuso il giornale (attenzione: “giudicato” tale con una sentenza definitiva, perché fino a quel momento la stampa è insequestrabile; non basta che sia semplicemente considerato diffamatorio da un pm e da un gip). Oppure, con lo stesso metro, è come se una volta giudicato diffamatorio un libro, si decidesse di chiudere la casa editrice”. “Malgrado il fatto”, continua il Vulpio spento, ”che in Italia contrariamente alla Cina o all’Iran abbiamo gli articoli 2 e 21 della Costituzione”.
Certo impressiona ancora di più il nome del firmatario di questa querela che fatto scattare l’azione della giustizia ad effetto/napalm: trattasi di Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati. Con un record di velocità alla faccia della “giustizia lenta”: il pm ha chiesto l’oscuramento del blog il 17 giugno 2009 e sei giorni dopo (avete letto bene, sei) il gip gliel’ha accordata. Strano caso di sintonia interno alla magistratura…

Questa vicenda purtroppo significativa (e collegata al discorso generale odierno sulla libertà e sulla libertà in Rete) però la potete leggere fortunatamente anche sul blog di Vulpio, che è riuscito a sfuggire allo spegnimento giudiziario. Come ha fatto? Lo spiega lo stesso Vulpio: ”E’ successo che la Polizia postale ha comunicato ai magistrati che l’ordine di serrata non poteva essere eseguito, in quanto la piattaforma di questo blog ha sede negli Stati Uniti (e beh, una piccola precauzione… Iran e Cina non ce ne vogliano)”. Di qui la sua conclusione : “E allora, permettetemi un consiglio: se non volete correre rischi, la piattaforma dei vostri blog piantatela oltre Oceano. Negli States, of course. Così, quando vi cerca qualche ayatollah, o qualche funzionario cinese, o la Polizia postale, potrete cavarverla con una semplice esclamazione. God bless America. Loro capiranno”.

Bella storia,vero ? E quanti tra voi frequentatori della Rete ne avevano sentito parlare o letto sui giornali o visto in tv o ascoltato alla radio ? E pensare che il bavaglio è slittato a dopo l’estate…


da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
30 luglio 2010


 


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Non è una parodia di Hemingway, ma una semplice nota di cronaca corredata da un’ipotesi neppure troppo remota. Fa caldo, fa molto caldo, fa troppo caldo. E siamo un Paese per vecchi, geriatrico fino all’inverosimile. Solo la percentuale di poppanti figli di immigrati rende la proporzione nazionale demograficamente non insostenibile. Vecchi e caldo è un binomio pericolosissimo, almeno per i primi.
Quando anni fa ci fu un’estate particolarmente torrida, con gradi e umidità spaventosi e inediti fin dalla fine di maggio, ci furono vittime e malori continui e gli ospedali si intasarono. Emergenza, emergenza, tremenda emergenza. Nulla su cui scherzare, per carità, in un Paese che affonda nella banale routine quotidiana. Partirono dunque le direttive preoccupate del governo, allora come oggi presieduto da Berlusconi. Il messaggio fu, per la primissima, per la terza e la quarta età: andate a cercare fresco nei supermercati o nelle caserme, che hanno l’aria condizionata, dal momento che se gli ancora sani o i diversamente ammalati si rifugiano anche loro negli ospedali, tali ospedali scoppiano.

L’avvertimento e l’esortazione non produssero granché. Intanto, si scoprì immediatamente che le caserme non avevano l’aria condizionata e anzi i soldati semplici erano incazzatissimi per le differenze con i graduati (meglio se alti) che invece ne godevano nei loro uffici. Gli ufficiali però non aprirono le loro singole porte all’esercito di pantere grigie sfiancate dalla temperatura. Così, niet per le caserme. Ci fu più movimento per i supermercati. Che quindi potrebbero ripetere oggi l’esperienza. C’è un piccolo problema. Che non c’è in giro un euro, a quel che pare, per lo meno per le fasce più deboli e meno abbienti, anziani ovviamente compresi o addirittura elevati a potenza. Del disagio e del rischio. Così che andare alla questua dell’aria condizionata e del fresco meglio se nel reparto surgelati senza comprare nulla produrrebbe oggi un effetto insieme drammatico ed esilarante.
Quindi il monito sui supermercati nicchie di frescura accogliente per bimbi e nonni non è ancora stato diramato e magari non lo sarà neppure. Il problema resta. Modesta proposta alla Swift, quello che trecento anni fa suggeriva di “mangiare i bambini” per risolvere una buona volta la questione della povertà. E se provassimo con le automobili ? C’è un Marchionne in grande spolvero alla Fiat, produttivamente in bilico tra Italia e Serbia ma sempre più serbo a dimostrazione dell’imperitura incidenza di Totò nel nostro Paese (“i serbi serbono”, anche se lui usava la “v”…): potrebbe profittare del particolare momento termico per lanciare un “adotta un anziano nella tua macchina Fiat”.

Un qualcosa tipo “adottalo Fiat, e condividi un po’ di aria condizionata con lui. Se puoi, fagli portare anche il nipotino. Dove andranno? Da nessuna parte, la benzina costa, staranno fermi, con l’aria condizionata e il motore acceso, così da trascorrere serenamente il periodo più caliente dell’estate. Le auto inquineranno? Forse, ma solo un poco, da ferme, e sarà anche un allenamento di immagine per il futuro fermo che il traffico sta per consegnare alle nuove generazioni”. Firmato l’uomo del pullover, forse di questi tempi della polo a maniche corte…Si attende che il Governo presti attenzione a questa facile soluzione, mi pare non ancora finale…
 
da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
23 luglio 2010

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Eccoci pronti: nelle Regioni italiane in cui si è votato nel marzo scorso i vari governatori arrivano al punto fatidico. I soldi della Sanità, cioè più dell’80% del bilancio regionale. Che fa gola a tutti, sub specie sanitaria. Dalle Alpi alle Piramidi è tutto uno squillo di tromba: azzeriamo i vertici delle Aziende Sanitarie Locali, le famigerate (o benedette? Famigerate, famigerate…) Asl, per rinnovare e ricominciare. Siccome si tratta della nostra salute e di soldi pubblici, forse non vi farà male una ripassatina. Di che cosa?
Della famosa legge “salva trombati”, in evidenza nel mio libro “Italiopoli” del 2007, che ratifica come vanno le cose in Parlamento e risponde in concreto ai vari lettori di questi articoli che qui attaccano o difendono Berlusconi attaccando o difendendo chi ne parla. Il quale -io medesimo-sostiene invece da anni che sia in corso una perfetta o imperfetta “complementarietà” tra le parti politiche per fotterci meglio, ci sia a Palazzo Chigi un Prode o un Berluscone. Leggete qui.

“…Sempre per associazione di idee, mi viene in mente un altro momento in cui sarebbe stato prezioso un intervento pubblico di uno come Di Pietro (me la prendo con i suoi silenzi e i suoi chiaroscuri, tre anni prima delle ultime vicende…ndr.) sulla scena politica nazionale. E interregionale.
Precisamente alla fine del gennaio 2006, a due mesi dal voto politico,nel bel mezzo di una campagna elettorale reciprocamente infamata e infamante tra Berlusconi e Prodi, quando con quello che a posteriori potremmo chiamare il metodo-Fuda ( la “manina” che aggiungeva segretamente postille alle leggi…ndr.) che vi sarà chiarissimo ora dopo questa esposizione, l’intiero parlamento italiano ( Senato all’unanimità, Camera su 382 presenti 366 “sì”,2 “no” e 14 astenuti) approvò la leggina chiamata “salva trombati”, di cui i giornali quasi non fecero menzione. Due righe qui, due righe lì, un corsivo di Mario Pirani su “Repubblica” ma senza conseguenze, e poi il silenzio.
Di che si trattava, e che cosa ha a che vedere con il compattamento o ricompattamento della classe politica italiana nel suo complesso ? Alla seconda domanda,come alla maggior parte di quelle di natura teorica che trovate in queste pagine, credo possiate rispondere da soli. Alla prima contribuisco immediatamente.
Il “salva trombati”, che ancora e fortunatamente potete trovare su internet cliccando sui motori di ricerca proprio alle parole-chiave, infilato di soppiatto, alla traditora, in un provvedimento a proposito degli Ordini Professionali di tutt’altro senso, diceva in sostanza che grazie a quella leggina in extremis, subito prima dello scioglimento delle Camere, tutti gli ex parlamentari o ex consiglieri regionali avevano diritto a concorrere al posto di Direttori delle Asl, ma sì, le Aziende sanitarie locali. Direttori generali, direttori sanitari, direttori amministrativi.
Vi chiederete forse: ma che c’entrano, che competenza hanno, va bene il bisogno di manager ma insomma non sono comunque aziende sanitarie ? E la salute è di destra, di centro o di sinistra? Forse vi potete rispondere: per chi è fuori anche solo momentaneamente dalla gestione politica diretta del potere, il potere e il danaro e la promiscuità elettorale di una Asl ramificata sul territorio collegata alla questioncella della salute del singolo e della collettività possono egregiamente fungere da supplenza.
Dunque, ”salva trombati” di nome e di fatto. Questa agenzia di collocamento del personale politico temporaneamente o definitivamente trombato dagli elettori è, ne converrete, una grande idea, apprezzata nello stesso modo e con entusiasmo a destra come a sinistra,a dimostrazione di un sentire comune, un idem sentire per citare un Bossi d’annata. Una grande idea e insieme un faro acceso su che cosa siano in realtà le Asl in Italia, nella loro stretta dipendenza dalla politica….”.

Bene, cioè male: adesso ditemi se vi aspettate da Polverini e c. (cito lei perché il Lazio è decisivo da vari punti di vista, ma il discorso è ovviamente nazionale) che cambino le cose, e che i vari governatori non “rendano” con le Asl i prestiti (naturalmente è una “metafora”…) che hanno avuto in campagna elettorale. Buona salute a tutti, come direbbe Maurizio Costanzo facendo “brocchette” della sua chiostra dentaria.

da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
29 giugno 2010


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Anticipo la mia tesi, o meglio la posticipo: non è solo colpa di Lippi, come sembrano dire tutti compreso Lippi stesso in una versione critica autopurificatrice. Ho scritto “posticipo” perché anche qui o comunque in rete trovate diverse mie opinioni nel merito, sul C.T., sulla squadra, sulle scelte, sulla preparazione ecc. Voglio dire che non ho aspettato il “crucifige” di ieri né la telecronaca dell’intero “calvario” sudafricano. Ho la pessima abitudine di esprimere opinioni critiche non dopo, per non rischiare, bensì prima o in corso d’opera, in base a elementi di valutazione che posseggo o credo di possedere. E’ esattamente ciò che mi “bolla” come recensore negativo, pessimista, ipercritico e via cantando.
A maggior ragione non infierisco oggi, quando le cose si sono rivelate per quello che già erano. A scanso di equivoci, uno smilzo pari con la Slovacchia, tutt’altro che improbabile, non avrebbe cambiato il mio giudizio anche con l’Italia ancora in Sudafrica. Dunque Lippi ha una montagna di colpe e di responsabilità. Non ne ha fatta una giusta, né nella preparazione di uomini male in arnese atleticamente che sono andati indietro in dieci giorni di Mondiale spaventosamente, né nell’impostazione psicologica di un gruppo o meglio di un gruppetto vissuto come un esempio di “reducismo” (da Germania 2006) persino da quei giovani che nulla avevano a che vedere con i Campioni in carica. Insomma Gattuso e soprattutto Cannavaro hanno invecchiato Montolivo e Pepe, invece che il contrario.
 
All’esterno delle scelte, Lippi poteva e forse doveva convocare qualche talento in più, dal Cassano ultimo al geopolitico Balotelli. Ma ha sbagliato anche all’interno delle scelte fatte: un Maggio non trascendentale e un Quagliarella comunque talentuoso sono stati i fautori di un quarto d’ora leggermente più vivo da parte degli Azzurri in un beckettiano finale di partita.
Lippi ha pasticciato in tattica, in sicurezza cioè in insicurezza, in errori marchiani nella “lettura della partita”, come dicono in gergo i molti analfabeti prestati alla bisogna delle cronache. Ma allora perché dico che prendersela con Lippi non basta? Perché Lippi è tornato C.T. e si è mosso come un padrone, fino al congegno di espulsione del maggio scorso con l’incredibile avvicendamento con Prandelli prima e non dopo i Mondiali, solo perché gli è stato permesso.
E da chi ? Dal potere federale, dal presidente Abete, da tutto il vertice politico-sportivo che ha fatto quello sì gruppo, ma per difendere scelte e interessi che riguardano l’intiero mondo del calcio.
 
Padri e figli, Lippi e Lippini, i vari Abete del pallone, della finanza, dell’imprenditoria ecc. Tutti insieme nel fare gruppo e nel decidere le sorti “magnifiche e progressive” dei Campioni del Mondo in carica. Guai a salire sul carro dei vincitori, dicevano fino a qualche giorno fa. Beh, adesso almeno scendano tutti, per limitare la vergogna di addebitarla a un uomo solo. Erano tutti d’accordo, e forse i calciatori scesi in campo o rimasti in panchina o a casa sono i meno colpevoli. Io un nome per la Rifondazione del calcio ce l’avrei. E’ uno che se ne intende e ha carisma.
Certo, dovrebbe diradare i suoi impegni, rinunciando a tutta quella sfilza di incombenze politiche o parapolitiche che costituiscono il vero “legittimo impedimento” ad assumere la carica di C.T. Se avete pensato che mi riferissi a Gianni Letta, avete sbagliato ma vi siete avvicinati…
Buon Mondiale a tutti, con Argentina, Brasile e Olanda.
 
da Tiscali notizie, Indietro Savoia
25 giugno 2010

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Chi vincerà i Mondiali sudafricani? Sì, lo so, è una domanda di poco momento mentre l’Italia –non solo quella calcistica di Lippi- cade a pezzi quotidianamente, e comunque di solito vi parlo d’altro. Oppure dovrei trattare del rapporto tra denaro, business rotondo e continente africano ecc.
Ma stavolta prendiamoci una vacanza e tentiamo di sbagliare i pronostici, così che dopo qualcuno possa dire “ma tu guarda quel fesso, che aveva detto che…”. E del resto per non sbagliare bisogna avere in mano il business e/o truccare i Mondiali (può succedere nelle migliori famiglie, date un’occhiata al passato…).
Allora: gli elementi in ballo per capire, o gli indizi del delitto per i sospettati, sono diversi. Intanto, la stranezza di giocare per la prima volta in Africa, cioè in un “nuovo mercato”, perché semplicemente tale è per i mercanti della Fifa, l’organizzazione titolare del pallone mondiale. L’unico riferimento per analogia è il Mondiale 2002, in Corea del Sud-Giappone. Stessi criteri di marketing. Vinse il Brasile di Ronaldo.
Poi c’è l’altura, le difficoltà di giocare a oltre 1500 metri sul livello del mare. Farà la differenza, in fondo. Anche qui, quali i riferimenti? I Mondiali messicani, vinti dal Brasile di Pelé nel ’70 e dall’Argentina di Maradona nell’86. Poi il livellamento sempre più marcato e solitamente verso il basso del gioco e dei valori in campo che mischia le carte.
Infine il fattore campo e il fattore sorpresa.

Restringiamo la rosa dei possibili vincitori. Brasile e Argentina, come da anamnesi pallonara, perché hanno fuoriclasse in campo e in panchina, anche se per gli allenatori rispettivi mi fiderei più di Dunga, coriaceo, che di Maradona, estroso.
Tra le europee, per qualità la Spagna, per tenuta e importanza strategica l’Inghilterra: la Spagna non ha mai vinto un Mondiale, l’Inghilterra non vince dal 1966. Sono entrambi buoni cavalli su cui scommettere, e certamente farebbe più gioco alla Fifa uno di questi due che non Brasile o Argentina. Aggiungerei l’Olanda, squadra spesso deludente nei momenti topici ma forte nei singoli e nella volontà di giocare sempre a calcio. Geopoliticamente poi, in Sudafrica una vittoria olandese (anche loro privi di successi finora) sarebbe un tuffo nella storia, con titoli tipo “Boeri Mondiali” o cose del genere
.
Per il fattore campo, bisognerà vedere quanto vale il Sudafrica e quanto riuscirà ad andare avanti, per meriti o convenienze organizzative interne ed esterne. Di solito i paesi organizzatori anche modesti arrivano almeno tra i primi 8, ma la Corea arrivò in semifinale (l’Italia e la Spagna se lo ricordano benissimo…).
Sugli outsiders, oltre l’Olanda addirittura per il titolo a mio sommesso parere, penso all’Algeria, o a qualche altra squadra africana. Sempre nel livellamento sovrano. Qualche lettore tra i più occhiuti noterà che non ho nominato l’Italia. Perché merita ovviamente un discorso a sé, che faremo, e perché ad oggi sembra troppo male in arnese per andare così male. Non è solo un paradosso. Ma se continua ad andar male, ce la può fare. A uscire presto, dico. Ad maiora.

da Tiscali notizie, Indietro Savoia
4 giugno 2010
 

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