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Le vicende di Verdini e Fini, incrociate (ma ad arte) e incrociabili (ma su un altro piano), hanno subito una decelerata mediatica per la prematura scomparsa di Francesco Cossiga. Prematura per lui, per i suoi amici e i suoi estimatori, per l’acutezza della sua mente e il suo macroscopico cursus honorum politico e istituzionale. Prematura per noi, che al di là del prevedibile “parce sepulto” al cubo, rimaniamo con il dubbio: sapeva tutto o molto sull’anamnesi di quest’Italia del secondo dopoguerra e dei suoi misteri, e non ci ha detto un tubo? Oppure sapeva meno di quel che dava a vedere e allora forse al di là degli “Enrico IV” pirandelliani e della serpentina della sua depressione in memoriam c’è stata per anni “millanteria mediatica”? In entrambi i casi, da che cosa si evince che è stato “un grande uomo di Stato”? E se per un caso che naturalmente non mi auguro (non sono Franti…) morissero tutti insieme “all’unisono” i protagonisti di Prima e Seconda Repubblica, santificheremmo in esequie “monstre” l’intiera classe politica di ieri e di oggi? Ma dunque la colpa di come è ridotto il Paese di chi è? Sempre dei sudditi, sempre nostra, sempre di chi non ha avuto responsabilità di governo o di opposizione ad alcun livello?

Due casi diversi
E meno male che alcuni giornali, tra cui questo, e in ispecie il “popolo della Rete” (dunque in giro la novità comunicazionale c’è eccome, e perciò attenzione, il Web diventerà presto il bersaglio principale della censura…), non hanno partecipato all’epigrafe tripudiante del potere facendo uso invece della facoltà critica, procedimento che se vogliamo è assai più rispettoso della figura del defunto che la macchinale batteria di salmi gloriosi. E interessati. E autoreferenziali. Questa premessa era dovuta e indispensabile. Dovuta a una figura così piena (di vuoti) o vuota (di pieni) nella nostra storia recente come il Presidente Emerito appena scomparso. Indispensabile per il discorso su Verdini e Fini e la “zona grigia” che vado a fare qui.

Dunque, Verdini e Fini…: come suonano piccoli e diminutivi nel “nomen omen” latino, specie se messi insieme! Ed è giusto metterli insieme, o addirittura usare la vicenda del secondo per occultare o ridimensionare quella sesquipedale del primo come fa tutta la stampa berlusconiana (o rimuovere entrambi, come fanno per lo più la tv pubblica e quella privata), oppure riferire della vicenda di Verdini nella sua gravità per confrontarla con quella di Fini nella sua “leggerezza e superficialità”, dunque palesemente in via pre-assolutoria, come fa molta stampa di sinistra (di sinistra ?!?) e ovviamente la pattuglia di “Futuro e Libertà” che ha in Fini il suo leader, con il ruolo nel casting di “smazzacarte” politico ?

Vediamo. Non indugerei sulla differenza tra i due casi: è evidente, Verdini e la sua banca grazie alle benedette intercettazioni sono destinati a una pesante indagine giudiziaria, mentre al momento su Fini e la sua casa di Montecarlo siamo al feltri-spamming, con qualche spunto alla Verdone più che alla Verdini. Anche il riferimento al caso-Scajola c’entra come i cavoli a merenda e anzi tutto lascia pensare che i motivi per cui Scajola ha lasciato un importante ministero all’interim del Caimano, alias il Cavaliere Inarrestabile, siano diventati pubblici per ora solo in parte. C’è del marcio al Colosseo, altro che Danimarca… Così come non sprecherei parole sugli interventi di Bossi che parla di Fini abbinandolo alla “palude” dell’attuale situazione politica. Ne vuole uscire da alleato del Caimano, quindi proprio la specie animal-politica più adatta all’habitat paludoso? E quando parla di necessità delle urne per rispettare gli elettori è lo stesso Bossi (sia pure un Bossi integro, prima che la salute gli mettesse le corna – lo dico senza ironia e con dolore umano) che nell’inverno ’94-’95 favorì il ribaltone pseudo tecnico del governo Dini? Suvvia, un minimo di memoria e di decenza.

Eppure il caso-Fini ci dice quanto meno che l’uomo è assai friabile, e non sta attento più di tanto né alla sostanza né alla forma delle sue azioni di personaggio pubblico terza carica dello Stato. O ci fa, e allora non ci piace o comunque rischia almeno brutte figure, o ci è e allora riporre fiducia nella sua statura politica sembrerebbe un azzardo. Più gagliarda e affidabile casomai Elisabetta Tulliani, first lady degli Affari Propri in tempi di strepitoso cinismo politico/affaristico. E c’è qualcuno che ammanta di soddisfazione la dichiarazione: “Paragonare Verdini a Fini è come paragonare un rapinatore a uno multato per divieto di sosta”. Dunque, par di capire, l’auto in sosta vietata è “assolta” istantaneamente dalla ben più grave ipotesi di reato.

Stiamo entrando nella “zona grigia” omertosa e deresponsabilizzata citata all’inizio a proposito del potere, delle sue diramazioni, delle sue contraddizioni. E della società che contiene e dipende da tutto ciò. La zona che riguarda non più soltanto la legalità e i suoi connotati, ma l’etica di un corpo sociale, il giusto/ingiusto dei suoi comportamenti, il senso di responsabilità del singolo, del gruppo, della collettività che non è divisibile in destra e sinistra, per convenzionali o false che possano ormai suonare queste voci, esattamente come il rispetto della legge non può e non deve essere appannaggio di uno dei due schieramenti (e infatti lo è sempre meno, sia pure con evidenti sperequazioni…).

La “zona grigia” della distrazione
In un libro prezioso di Benedetta Tobagi (“Come mi batte forte il tuo cuore” ) la ricostruzione a tutto tondo degli anni di piombo in cui fu assassinato suo padre, colma di sentimento, senso e ragione, ritorna spesso a quella “area grigia” di fiancheggiatori e simpatizzanti dei terroristi, di una parte di società distratta, o frustrata, o connivente. Omertosa e lassa di fronte alla violenza. Ha un collegamento con il dvd “Il sol dell’avvenire” di Fasanella-Pannone sulla nascita delle Brigate Rosse e le loro motivazioni di fine anni ’60. E’ il grigio, oltre al rosso e al nero di chi voleva abbattere lo Stato borghese, la tinta di fondo. Sto paragonando quegli anni e quel terrore (di cui ancora per certi versi magari in chiave ossimorica stiamo pagando dazio) a questa stagione e a questa classe politica, in cui c’è spazio per il simil-Stavinskii Verdini (gli piacerebbe…)e per i risvolti alla Verdone del film a episodi con Gaucci-Tulliani-Fini? No, naturalmente, e certo non in due battute. Ma la “zona grigia” della distrazione, della frustrazione e della connivenza di questa società senza ideali né valori né oramai alcuna autentica forma di moralità può reggere il paragone. Se non si ricostruisce questa base, se non si isola questa piramide di ineticità, tra poco verrà inghiottita anche la differenza tra Verdini e Fini, la banca e la cucina, la legalità infranta e un senso del decoro e della propria immagine che rischia quotidianamente di andare a puttane. 

da Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2010


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È un’Italia che pare una roccia stratificata. Che frana. Nel primo strato, della cronaca e della cronaca sociale, ci sono i giovani per i quali trovare un lavoro è sempre più difficile. Sono di ieri i dati del Cnel che ha presentato il “Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010”. È il Paese che sappiamo, o che ci immaginiamo. E che solo una classe dirigente senza testa né responsabilità, a partire dal maggiore in grado, può fingere di ignorare. Il dato di italiani sotto i 25 anni con difficoltà triplicata nel trovare lavoro rispetto ai loro fratelli maggiori o ai loro genitori, come pure il dato sui contratti a termine polverizzati dalla crisi, sono evidenti e parlano da soli.

Nel secondo strato, quello dell’identità del singolo e della collettività, c’è un vero e proprio buco assai più profondo che negli altri Paesi europei. La crisi economica rimanda a una crisi culturale che la precede e la contiene. I mutui subprime, la bolla immobiliare Usa, la Caporetto delle banche e dell’economia di carta planetaria è di due anni fa. La recessione dell’alfabetizzazione, della scuola, dell’università, del settore di ricerca a ogni livello nell’ex Belpaese è antecedente. Semplicemente, non se ne parlava, come non se ne parla abbastanza oggi. La crisi di identità viene da lontano, da un consumismo generalizzato che è passato dal consumo delle merci al consumo dei comportamenti. Per attuarlo era necessario omologare il più possibile piallando via la diversità, ed era indispensabile a questo fine azzerare la memoria. È quello che è accaduto e accade ormai da anni. Termini come fascismo e comunismo, comunque e diversamente dentro il nostro Dna storico/personale, sono obsoleti, rimossi, considerati “di un’altra epoca”. È stato deciso che non ci si dovesse ricordare chi eravamo per poter consumare l’oggi, il noi stessi del presente, senza 
ritardi, orpelli, richiami del passato. Ma così facendo si è intaccata l’identità, che senza memoria non ha né motivo né possibilità di essere. In alcun modo. Non siamo più italiani, figli dei padri, ma siamo solo padri dei figli in un presente istantaneo che non contempla riflessioni su noi stessi, sullo stato (di crisi) della nostra identità: siamo diventati post-italiani in assenza di una matrice antropoculturale che ci facesse come siamo. Siamo nati da noi stessi, senza passato.

E se non ricordiamo chi eravamo sia pure per interposta generazione, come facciamo a sapere chi siamo, quale consapevolezza del nostro identikit di individui e di popolo possiamo alimentare? E senza sapere chi siamo, come è pensabile che ci si possa prefigurare un futuro, quale che sia, su ogni piano, un futuro auspicabile, augurabile, desiderabile o anche solo tangibile come direzione da imboccare? Non è possibile, certamente non per la collettività-Italia e mi pare anche piuttosto raro per il singolo: avviene solo per chi sappia costruire se stesso praticamente dal nulla, o nutrito nella personalità “culturale” da ciò che come Dna cocciutamente resiste ai feroci tentativi di azzeramento sistemico affinché non risulti un “fastidio” nel processo di consumo delle persone-merci
Persone-merci anche nella loro versione elettorale. Non ci trattano forse da consumatori a cui vendere una merce in questa sub-democrazia aziendalistica in cui l’amministratore delegato pare oggi perdere qualche colpetto?
 
Il terzo strato è il più profondo verticalmente ma anche il più esteso orizzontalmente e forse non tocca soltanto la roccia-Italia ma tutta la catena montuosa del Vecchio Continente. Rimanendo a noi, è lo strato per cui chi non è giovanissimo (quindi biologicamente proiettato comunque verso il domani anche in una crisi d’identità senza precedenti) non riesce proprio a immaginare se stesso in prospettiva: c’è un sentore di fine epoca, di cose che cambiano delle quali non siamo i protagonisti avvenire bensì piuttosto gli epigoni stanchi. Gli ultimi, non i primi. Fine epoca, valori scomparsi, morale in rifacimento, “etica del viandante” che cambia quasi a ogni passo. Difficile orientarsi. Per tutti, credo. Ci vorrebbe un geologo...

da Il Fatto Quotidiano, 21 luglio 2010



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Ma ci fanno o ci sono? È la domanda che ti picchia in fronte se dai un’occhiata al recentissimo panorama della nostra classe politica. Forse a forza di starci dentro non ci si fa abbastanza caso, e si insegue la notizia del giorno immediatamente rintuzzata e superata da quella successiva. Ma mettiamo che uno sia stato anche solo mentalmente in Sudafrica per un mese, calcistizzato a dovere, e che poi torni stropicciandosi gli occhi incredulo: ma è vero quello che sta accadendo? Mentre infuria la crisi di un Paese a pezzi, i cui numeri sbattono come vele al vento a seconda di chi li produce, la coalizione di governo si spappola sotto gli occhi di tutti, tra un insulto, un disegno di legge contestato, una manovra rigettata e una cena da Vespa. Si spappola da sola, dico, l’opposizione come l’intendenza semplicemente seguirà.

Sulla legge-bavaglio contestata anche dall’Onu in attesa che lo facciano il Convento delle Orsoline e il Bar Marisa, Berlusconi, i suoi e i controsuoi sono quasi riusciti nell’impresa palesemente disperata di ridestare almeno un poco un’opinione pubblica indifferente, oltretutto dimostrando (anche per il futuro) che la piazza se vuole qualcosa può e ottiene. Su questa famigerata legge viene addirittura da pensare che sia stata ordita dall’astuzia della sinistra per mettere in crisi la destra con tali giochi di prestigio. Ma non tutti convengono su questa ipotesi rossa e rosea.
 
E comunque peggio era davvero difficile fare. Sulla commistione tra “casta”, “cosca” e “cricca”, cioè associazioni per delinquere che mettono insieme politica e delinquenza organizzata, ogni giorno ce n’è una, 
 abitualmente covata nel centrodestra ma con il timore più o meno inconfessato che se gratti appena un po’ come prendi prendi bene anche dall’altra parte. Sulla presentabilità dei ministri, ti ritrovi dopo due mesi e più ancora senza Scajola (“la casa a sua insaputa”) e l’interim a Berlusconi in un conflitto di interessi che coinvolge l’intiero sistema-Paese ma di cui lui è la bandiera (o il pennone). E sei pure senza Brancher, dopo la pantomima delle deleghe, delle dizioni ministeriali cangianti, del legittimo impedimento ecc. Non parliamo poi di ciò che dicono, a partire dal premier che se non ci fosse andrebbe inventato per una sinossi cinematografica inarrivabile: “La libertà di stampa non è assoluta”, assevera senza sorridere. Che è concetto anche sostenibile con i dovuti riguardi alla verità e a alla realtà, ma non certo da lui. E forse non oggi, che propone ddl siffatti. Insomma, ci sono o ci fanno?

E dall’altra parte l’unica cosa forte e chiara che viene detta da Bersani e c. è che Berlusconi è impresentabile e ha fatto il suo tempo. A sì? Toh, che splendore politico. Oppure che “Brancher dimesso è una vittoria della sinistra”. Ammazza, ‘sta sinistra, mette paura da quanto combatte e vince... Mentre la base si divide sul nome delle feste (Festa dell’Unità così “comunista” o Democratic Party così “cloonesca”, da Clooney ma anche da clown) oppure su come autodefinirsi: compagni o nativi? Ci sarebbe una terza via onomastica, che vi risparmio per decenza ma è proprio quella che state pensando.
Insomma, via Berlusconi per autoconsunzione, ci toccheranno i suoi siniscalchi/maniscalchi di riporto oppure i cavalieri a piedi dell’Apocalisse all’opposizione che fingono di essere vivi? O tutti loro insieme in un’Arca di Noè che ci viene rubata nel diluvio di Berlusconi e dei suoi postumi? E ancora e infine: ma ci sono o ci fanno? E perché non ci accorgiamo di quanto siano stati geneticamente modificati dal potere grande o piccolo, questi organismi, questi ogm che non mollano mai?

da Il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2010




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Assumo il punto di vista dei terremotati de L’Aquila, oggi in forze (insomma, in molti) davanti a Montecitorio per protestare contro una serie di vergogne. Ma è il punto di vista che mi interessa, per parlare invece di legge-bavaglio e di capolinea epocale. Informare è indispensabile, ma si vorrebbe una legge che ne minasse l’indispensabilità. Una sorta di privatizzazione delle notizie non ancora privatizzate dal potere, in linea per esempio con la privatizzazione dell’acqua.
Ci è stato detto in tutte le salse in questi anni, da Berlusconi in primis ma dall’intiera classe politica poi, prima e dopo. La legge-bavaglio viene ormai da lontano, e basterebbe andare a spulciare chi l’ha proposta durante il governo Prodi e la gestione Mastella, nell’estate del 2007 quando rispuntavano (cfr. il gip Clementina Forleo) le intercettazioni sulle scalate bancarie incrociate degli Orazi del neonato Pd e dei soliti habitué Curiazi dell’allora Forza Italia.
Quindi alla domanda di noi terremotati “dov’erano i politici mentre si preparava questo terremoto annunciato” la 
risposta è: dove sono adesso, e chi più chi meno godevano o godrebbero di questa situazione. Mi si può obiettare: ma adesso è tutto un lustrare l’indipendenza e la libertà della stampa, da Fini a Calabrò. Oggi, sì. Ma ieri e l’altro ieri?

Ancora, dal punto di vista del terremotato assunto come lettera e metafora dello stato del Paese: vorrei che ci fosse uno sciopero a L’Aquila contro le nequizie di questi mesi? Ovvero: vorrei che il 9 luglio prossimo ci si fermasse tutti per evidenziare la legge-bavaglio e le sue potenzialità di forte restrizione per indagini e resoconto delle stesse? Da terremotato rispondo di no: non farei uno sciopero tradizionale a L’Aquila ma anzi cercherei di invaderla con le carriole ancora di più, così come non lascerei i giornali in tipografia. Sono d’accordo con chi propone di uscire con tutte le informazioni possibili sulla legge, le sue conseguenze, gli esempi in negativo a ddl approvato, la biografia (su accennata) di questa volontà politica.

Ma con un giornale gratis, come segno tangibile che in un giorno simile la doppia anima della carta stampata come di ogni mezzo di comunicazione di massa, ossia di servizio e di prodotto, perde questa seconda caratteristica
per rimanere puro servizio (tralascio il fatto che molti giornali usciranno e uscirebbero lo stesso, e tv e radio profitteranno per smaltare la bontà del ddl medesimo). Ancora: mi illuderei di essere uscito dal tunnel del terremoto solo perché la mia parziale “new town” (che suona meglio di “nuova città”, è più adatta internazionalmente al G8... davvero ci vorrebbe un ergastolo linguistico al giorno...) è stata tirata su lontana dal centro storico e dalla sua memoria sulla base di piastre di cemento piazzate dalla Protezione civile? E mi illuderei che fosse sufficiente questa mobilitazione anti legge-bavaglio per evitare il rischio di ulteriori gravi scosse a una democrazia malata quale quella che siamo diventati “sotto gli occhi di tutti”?
Certo che no: l’elenco è quotidiano e sterminato.

Solo negli ultimi due mesi da “cricca” Scajola con le case “a sua insaputa” e Berlusconi che non ne molla la poltrona di ministro. Il grottesco caso Brancher che coinvolge tutta la maggioranza chi più chi meno a colpi di potere usato per coprire magagne o a colpi di debolezza o di inconsapevolezza da parte di chi ponteggia una coalizione “perché non può far altro”. L’avvocato parlamentare (tra i tanti) del Cavaliere Inarrestabile, Ghedini, che “scopre” che Napolitano non ha preso i voti come Berlusconi, dimostrando un’idea della democrazia sub-elettorale che ha rovinato la democrazia stessa. Il voto non come misura ma come supplenza della democrazia. E l’opposizione che non avendo prodotto nulla di suo ormai da secoli
brinda per le dimissioni di Brancher come a “una grande vittoria politica”. Ecc. Ecc. Una scossa dietro l’altra, in un Paese che ha sempre convissuto e male con i terremoti e si prepara ad assistere all’ultimo scrollone, quello dell’unica costruzione eretta con criteri antisismici, la Costituzione. Forza con le carriole, cari, prima che sia troppo tardi.

Da Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2010



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Scrivo addolorato per la morte di Pietro Taricone, che non conoscevo ma mi era simpatico. Alla memoria purtroppo tragica, non avresti detto che era uno da “Grande Fratello”. E probabilmente aveva dimostrato poi di non esserlo. È più da “Grande Fratello” dei poteri italioti Lamberto Cardia, che lascia la Consob dopo anni di sabbie mobili (Parmalat, Cirio, Alitalia ecc.) non per andare in pensione bensì alle Ferrovie. Lo pagano o dà lui qualcosa di sua tasca per farle funzionare meglio? Nel dubbio il migliore resta Berlusconi che si scopre “simile a Lula”, cioè “anche” a Lula, semplicemente perché va in Brasile. Grande. Passa di diritto ai quarti dei Mondiali. Poi ripiega sulle solite critiche alla stampa, che non lo adora come il vitello d’oro (o grasso) che è, e invece domani inscena la protesta di Piazza Navona contro la legge bavaglio e tutto ciò che la correda.

Detto che penso (e scrivo da anni) che sia la giustizia sia l’informazione italiana siano sufficientemente malate per richiedere un medico di famiglia che non è però Dracula Silvio, che le “finirebbe” volentieri, veniamo alla manifestazione. Come? Con tre citazioni forse di qualche utilità. Cominciamo da Formigoni, che ha fatto notare che nessuno, se non una sua lettera autografa a “Il Giornale”, ha notato una misura virtuosa della Regione Lombardia. E cioè che per l’infausta partita dell’Italia con la Slovacchia invece che demagogiche chiusure il Pirellone aveva ragionevolmente permesso ai suoi dipendenti di prendere le ore lavorative per vederla, a condizione di recuperarle. Ebbene, quello che lamenta Formigoni è sensato, anche se poi c’è tutta la storia di “oil for food” ormai dimenticata. Ma guai a mettere sotto accusa le persone senza riconoscerne le decisioni positive. Si creano “mostri tifosi”.
Così come è indispensabile, sempre in tema di stampa, riconoscere la gravità di ciò che è successo a “Panorama”. Fanno un’inchiesta su Bernabè e la Telecom, e scompare sul magazine la pubblicità della medesima. Per carità, è tutto un pasticcio, ma non rilevare anche questo è un pasticcio nel pasticcio e insinua sospetti di manicheismo. Anche nel Paese dei Berlusconi (che auspica di togliere la pubblicità ai giornali “cattivi”) e Berluscloni.
 
Idem silenzioso per una recente sentenza di straordinario interesse pubblico, pressoché taciuta dai media. Riguarda ciò che ha sostenuto all’inizio di giugno il gup di Perugia, Carla Giagamboni: “La Consulta dichiari che non spetta a Berlusconi porre il segreto sul peculato di Pompa e Pollari. Non c’è alcun motivo per cui l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e il suo braccio destro Pio Pompa, imputati per peculato, possano invocare il segreto di Stato”. Il giudice competente ha dunque ammesso la costituzione di parte civile per 7 parti lese (magistrati, avvocati, politici, giornalisti, più l’associazione internazionale Medel), sollevando un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato che investe la Consulta. “Si chiede a codesta Corte – conclude il giudice – di volere dichiarare che non spetta al presidente del Consiglio dei ministri secretare, mediante conferma dell’opposizione del segreto da altri opposto, modi e forme dirette e indirette di finanziamento per la gestione del servizio da parte di Pio Pompa della sede di Sismi di via Nazionale a Roma, allorché il Servizio era retto da Nicolò Pollari”. Secondo i capi d’imputazione nell’arco di ben cinque anni (dal 2001 al 2005) Pompa, su input di Pollari, avrebbe svolto una minuziosa attività di dossieraggio su una molteplicità di soggetti, accusati di voler delegittimare, con la loro azione, l’attività del premier, allora – come ora – Silvio Berlusconi. Monitorati giuristi (una trentina) facenti capo a Medel; magistrati di punta, come Libero Mancuso (7 procedimenti davanti al Csm in quel periodo), politici scomodi (come Elio Veltri e Cesare Salvi), giornalisti ficcanaso (radunati intorno al gruppo de “La Voce delle Voci-La Voce della Campania”, descritta da Pompa come una sorta di “al Qaeda dell’informazione”). Ne vogliamo parlare domani a Piazza Navona per la presa di questa speciale Bastiglia, oppure no?    
 
da Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2010

No alla legge bavaglio. No al golpe strisciante. Tutti in piazza il 1 luglio


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Quando ieri mattina ho visto su Internet, tra le tracce di tema proposte alla maturità per oltre mezzo milione di studenti, l’interrogativo “Siamo soli?”, in una frazione di secondo ho rivalutato la Gelmini, il ministero, tutto il suo personale e la sua politica scolastica. Mi sono detto: sei stato ingiusto a dubitare della Callipigia, di quell’affascinante figura femminile da “Commissario Pepe” dell’inarrivabile Tognazzi, che tanto sembra esser piaciuta almeno telefonicamente anche al Nostro da nominarla in un ruolo così delicato (delicato???). Hai sbagliato, e devi ammetterlo pubblicamente: un esame di maturità che implichi la domanda delle domande, che colpisca al cuore l’esistenzialismo giovanile, che ne scruti l’anima ecc. ecc. è un esame davvero di maturità. E onore al merito di chi lo aveva concepito.

Ammetto che questa istantanea folgorazione risentiva di una mia recente esperienza. Sabato scorso la Comunità di Capodarco di Don Vinicio Albanesi aveva disposto intorno allo stesso tavolo diverse “sigle” cattoliche per discutere di “Roma città reciproca”: Caritas diocesana (CRS), Acli di Roma, Comunità di Sant’Egidio, Cdo (Com. e Liberazione), Fondazione Don C. Gnocchi, Fondazione Don Orione, Opera Don Guanella, Centro Astalli (Gesuiti), Borgo Ragazzi Don Bosco (Salesiani), Opera Don Calabria, Fondazione Don Luigi di Liegro, Mov. dei Focolari. Una capitale slabbrata, che cambia sotto i nostri occhi e che pone problemi nuovi per tutti, vecchi e giovani, ricchi, poveri e miseri: la persona “sparita” dall’orizzonte delle altre persone, i diritti di cittadinanza che, ancorché tutti da declinare meglio, nascondono o soffocano i diritti appunto della persona. Una visione laica – vi giuro malgrado l’apparenza –, non confessionale se non nelle parti ovvie che si possono immaginare. Punti di vista diversi, di fronte a questioni impellenti di cui non si parla o si parla pochissimo e malissimo.

Il nostro futuro, insomma, sepolto in un’idea incarcerata nel presente e priva di memoria e rispetto del passato. Abbastanza per ragionarci su e non limitarsi ad accatastare dati tra l’Istat del ’91 e l’ultima relazione disponibile del Comune, del 2006, dati che comunque spero utilmente riassumo qui.
A Roma siamo quasi 2 milioni e 900 mila, di cui oggi un quarto ha più di 65 anni e un decimo è rappresentato da immigrati, provenienti da 191 paesi diversi e concentrati per lo più in alcuni quartieri periferici con relativi problemi facilmente ipotizzabili. Un’antica Roma città vecchia o vecchissima, temperata dagli stranieri, dunque: mentre per ogni bambino italiano c’è una percentuale di 4,3 anziani, essa scende a 1,2 per gli stranieri. Differenza abissale.
Ancora: oggi ci sono 1 milione e 300 mila famiglie. Solo che il 46,7% di esse è composta da una sola persona (nel ’91 era il 26,2: è chiaro il concetto?). Tra esse, nel ’91 il 44,3% prevedeva una famiglia con due genitori e almeno un figlio, una famiglia “tradizionale” (la virgolettatura dovrebbe servire a non favorire fraintendimenti). Oggi soltanto il 24,7% delle famiglie romane rientra in questa categoria una volta psicologicamente e socialmente determinante. I numeri sono molti altri, ma questi bastano per un piccolo cabotaggio attorno al concetto di “persona”, alla voce” immigrati”, alla categoria “invecchiamento” e infine e probabilmente soprattutto all’idea di “solitudine”, distribuita per fasce d’età ovviamente soprattutto avanzata, ma non solo: il disagio giovanile è fatto anche di svariate forme di solitudine.

Quindi ho pensato d’impatto che la Callipigia al ministero avesse colto tutto ciò e l’avesse tradotto in una traccia di maturità, per un esame di studenti e insegnanti insieme. Sbagliavo di nuovo: è bastato scendere di una riga e trovare la dizione “scientifica” per questa traccia. Il “Siamo soli?” era riferito agli Ufo e a variazioni sul tema. E allora ragazzi, auguri: perché Ufo o non Ufo, davvero siete soli. O, ammesso che sia una consolazione, siamo soli. La Callipigia è per pochi e soltanto a certe condizioni.

Da il Fatto Quotidiano del 23 giugno 2010


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È un’Italia da buttar via… Ma non quella di Lippi, su quella si può discutere. Il punto è che si discute quasi solo su quella. Se nella situazione di crisi, di rivolta o pre-rivolta sociale, del tutti contro tutti in mancanza di soldi sia in alto, nelle coalizioni politiche e nelle contrapposizioni istituzionali, che in basso, in una base di italiani crocifissi dai problemi, quasi 20 milioni guardano in tv Italia-Paraguay la questione è seria.
Andiamo per ordine, per non favorire immancabili equivoci. Si guarda l’Italia per distrarsi, per non disperarsi, per staccare la spina per due ore (anche se l’indotto dura spesso per il resto del tempo), per manifestare appartenenza ai calzoncini o alla calzamaglia di Buffon, in mancanza d’altro… Si guarda l’Italia comunque, anche se non gioca troppo bene, anche se non vince (per ora), anche se si contrappongono intorno alla maglia azzurra e al patriottismo rotondolatrico per lo più “amore” ma anche un po’ di “odio”. Il virgolettato nel secondo caso non riguarda solo Radio Padania, che gioisce per il gol paraguagio. Chissenefrega, se fosse solo quello, è articolo 21 anche gufare contro Cannavaro. È che adesso Radio Padania ha raggiunto Beppe Grillo che quattro anni fa intonava “Forza Ghana”, e quindi anche questa forma di dissenso critico, chiamiamola benevolmente così, ha cambiato di segno ed è entrata nel vortice semiologico delle contraddizioni.

Sono segni distinti e riconoscibili. Da strillo dell’anti-politica, secondo la definizione truffaldina dell’accozzaglia di benpensanti che difendono la cricca dei Balducci, siamo alla vox libera dei celti che si oppongono a Cesare e agli antichi romani che li hanno colonizzati. Peccato che oggi governino ormai dappertutto, che siano magna pars di questa politica, che usino bastone e carota per un Paese di cui mangiare i fichi gettando via la buccia. Quindi tifo e controtifo neutralizzati e ficcati nell’imbuto televisivo, naturaliter passivo come scrivono i teorici del mezzo ma che dà l’illusione di partecipazione attiva quando si tratta di celebrare una vittoria (o nel caso ci si accontenta di un pareggio…).

Ma chi sono questi 20 milioni di italiani, a destra come a sinistra, come riescono a “staccare” e tra una partita e l’altra che fanno, di cosa parlano, quale priorità hanno…? Temo di saperlo, e ormai da trent’anni mi dibatto in inutili analisi lungo la china di un Paese che rotola ormai per legge fisica, gravitazionale. Con il pallone che per sua natura geometrica rotola meglio e di più. Non sto proponendo lo sciopero del tifo, né mi sfugge quanto sia importante per la Rai fare cassa pubblicitaria su questi Mondiali sperando che così ripiani perdite e si rimetta nel sesto di un’identità culturale, un ruolo sociale e un contratto di servizio se non erro ancora da firmare… Dico semplicemente che non mi consolano i paragoni con gli altri Paesi, il rischio assenteismo in Inghilterra o gli otto mila tifosi greci che si sono lasciati alle spalle il crac e sono volati (hanno nuotato?) fino in Sudafrica in viaggio di istruzione o distrazione.

Perché se volete i paragoni allora facciamoli compiutamente con il panem (oggi rapidamente scarseggiante) e i circenses dell’antica Roma, a confermare che siamo sempre allo stesso punto, cioè un po’ peggio. Sì, la democrazia del televoto o quella del telecomando, nel caso del pallone e dell’Italia ai Mondiali con il dito ingessato sul primo canale Rai: ma è normale? È normale che peggiorando le cose non diminuiscano le falangi di spettatori? E sono indipendenti le crisi politiche, economiche, sociali e culturali (con i tagli che affliggono questo flatus vocis della cultura), dall’eventuale crisi dell’Italia di Lippi? E così facendo non si carica quest’ultima di supplenze che in un Paese vicino all’esser civile non dovrebbero esistere? De Rossi è un supplì: lo sa, lo sappiamo? E andrà sempre così?

P.S. Il calcio in questo discorso è il lato più corto del triangolo delle Bermuda, dove stiamo sparendo. Gli altri due sono la tv e la politica.   
 
 
da Il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2010
 

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La tragedia del terremoto abruzzese passa con il tempo di vergogna in vergogna. E si collega continuamente con le intercettazioni che la legge-bavaglio di una politica svergognata sta strenuamente combattendo. E la tragedia, la vergogna, le intercettazioni, la legge-bavaglio finiscono tutte insieme nel calderone di un Paese invivibile e sbagliato, ovviamente a partire dalla testa. Che puzza, come per il pesce. Flatus vocis di un atrobiliare? Vediamo.

Il 4 ottobre 1995, quindi quasi 15 anni fa, in una puntata di Radio Zorro-3131 su Radio Uno mi occupai del Piano di Evacuazione per i rischi di un'eruzione del Vesuvio preparato dalla Protezione civile. Chiamai in diretta e a sorpresa i centralini dei comuni interessati e quelli delle Regioni dove sarebbero dovuti finire gli sfollati secondo il Piano. I primi mi risposero con sortite indimenticabili: ne ricordo uno che in napoletano verace mi spiegò che “avrebbe preso a destra, perché si fidava di più”. Totò allo stato puro. Comunque nessuno sapeva nulla. Nelle regioni di accoglienza peggio che andar di notte: sembrava loro un gioco telefonico, una sorta di “ho vinto qualche cosa?”. Ignoranza totale. Ho continuato a occuparmi negli anni di piani di evacuazione e Protezione civile, senza segnali di reale miglioramento almeno nel campo dell'informazione e della comunicazione, binomio particolarmente delicato in frangenti simili. Poi come forse qualcuno ricorderà venne chiusa a doppia mandata la trasmissione al servizio dei cittadini, senza strascichi né “santorate”. Non fregò niente a nessuno.
 
Ma vale la pena di ribadire che la vergogna annunciata dei morti e dei crolli d'Abruzzo viene da lontano, da molto lontano. Adesso le intercettazioni rivelano “gli sciacalli che ridono”, una specie di italiani meritevoli di qualche onorificenza quirinalizia per aver reso esplicito l'implicito. E del resto, nel contesto della “cricca” balducciana, le telefonate pubblicate ieri su rischi, prevenzione e carte bollate subito prima e subito dopo il terremoto aquilano, la dicono lunga, immagino anche ai magistrati inquirenti. E ribadisco che con la nuova legge non lo avremmo saputo. Ma il bollettino di un Paese a pezzi non è difficile da stilare. Solo a voler chiamare le cose con il loro nome e tutt'insieme.

C'è un deficit di cultura, di trasparenza, di onestà e di controlli da parte della politica territoriale. Si costruisce ovunque, specie dove non si dovrebbe e potrebbe, e si costruisce male in barba a ogni criterio antisismico. Non si investe sulle strutture deputate a studiare la situazione, né si dà retta alle segnalazioni in anticipo, come evidenzia ciò che dice il presidente dell'Istituto di Geofisica, Enzo Boschi. Ovviamente Bertolaso gli si contrappone per salvare una ghirba già compromessa da altre situazioni. Il punto è che fanno lavori diversi. Boschi studia, previene, informa, come ha sempre fatto, carte alla mano. Ma nessuno si fila né lui né quelli come lui, a scalare. Bertolaso mischia in deroga un po' tutto, fruendo di quella sterminata franchigia che gli ha garantito il potere politico per liberarsi di lacci e lacciuoli. Ma non per le Grandi Opere o le Grandi Tragedie, meglio se preallarmate inutilmente, bensì come sappiamo un po' per tutto, dai vantaggi ai privilegi ai reati penali. L'ideale politico di un premier cui alcuni ragazzi mesi fa a L'Aquila, indossando magliette con scritta “meno male che Silvio c'è”, lo festeggiarono dicendo letteralmente (fonte “Corriere della Sera”): “Grazie per averci dato un terremoto così”.

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, dunque. Scegliete tra la credibilità di Boschi e quella di Bertolaso, purtroppo a tragedia compiuta e continuata. Forse ci vorrebbe una scossa in Piazza Montecitorio, ma come Boschi sa e forse Bertolaso ormai dopo tanti anni suppone “è il luogo più antisismico di Roma, i romani sapevano come e dove costruire”. La vergogna, pur se annunciata, è più recente...

da Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2010



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La Relazione finale del governatore di Bankitalia, ogni anno alla fine di maggio, è l’appuntamento più importante della finanza italiana. Tripudio di notabili e media, anche stranieri, in via Nazionale, attesa per le considerazioni, risvolti politici immediati, lumi per il futuro. Quello che si dice il più impegnativo e opimo buffet di opinioni del settore. Ma questo appuntamento vanta anche strepitosi risvolti giornalistici di genere diciamo didattico o addirittura pedagogico.

Nei primi anni 2000, quando insegnavo a Valle Giulia, mostravo al migliaio di studenti del corso le prime pagine dei giornali del giorno dopo, il day-after della Relazione. Di solito mi bastavano “Il Giornale” e “Repubblica”. Per anni, quando governatore dell’Assunto era il pio Antonio Fazio, i titoli erano praticamente fissi, gli stessi. “Il Giornale”, chiunque ne fosse il direttore, a tutta pagina gridava: “Fazio: Berlusconi, avanti così” con davvero minime variazioni lessicali sul tema da un maggio all’altro. “Repubblica” opponeva invece, sempre con lo stesso direttore e con la medesima evidenza cubitale: “Fazio: non possiamo andare avanti così”, con infinitesimali cambiamenti terminologici. Ed era la medesima Relazione.

Quest’anno purtroppo il giochetto del confronto è stato ingoiato su tutte le prime pagine dalla strage al largo di Gaza, e non mi basta il cuore per contrapporre “Repubblica” (“Strage sulla nave dei pacifisti”) a “Il Giornale” (“Israele ha fatto bene a sparare”). 
Noto soltanto, prima di tornare al Fazio d’antan e al Draghi di oggi, che il titolo del quotidiano di Feltri sembra davvero un po’ troppo per essere vero. Grossman, che è quel fior di scrittore israeliano e ha perso un figlio soldato, su “Repubblica” coglie pienamente il senso dell’accaduto anche dalla parte di Israele senza cedere ad alcuna beceraggine. Conosco comunque troppo bene Feltri e la sua abilità professionale di venditore per non escludere che Feltri stesso non condivida il suo titolone citato ma lo abbia ritenuto solo lo “strillo” sinteticamente più adatto a vendere una merce, l’antiterrorismo senza distinguo e senza verità. La merce è merce, e copie sono copie.

Ma il discorso sui titoli di prima pagina a proposito non di un fatto tragico estemporaneo come la strage di pacifisti ma di un appuntamento puntuale come il Natale, e cioè la Relazione di Bankitalia, si presta ad alcune considerazioni. È davvero normale che considerazioni scritte e lette dall’uomo più rilevante della finanza italiana si possano leggere all’opposto secondo lo schieramento politico? È possibile che non ci sia un terreno comune di notizie e concetti e affermazioni e preoccupazioni tale da fornire quel denominatore su cui poi mediatamente impostare un discorso di parte, cioè politico-partitico? E ancora: che deve capire il lettore se non che lo tirano da una parte o dall’altra? Che altro è se non tifo pro o contro Berlusconi filtrato attraverso Draghi?
 
I miei studenti sorridevano dei titoli su Fazio prima menzionati. A ben vedere, non di informazione si trattava ma di strumentalizzazione e speculazione che dava per scontato un’informazione non data, o perlomeno data palesemente solo come munizione da sparare uno schieramento contro l’altro. E con Draghi per il Cavaliere Inarrestabile e i suoi 
avversari non è cambiato ovviamente nulla. Si tira la giacchetta del governatore e delle sue parole per un verso o il verso opposto, e si magnificano definizioni come quella sull’evasione fiscale (“macelleria sociale” dopo l’affermazione stordente dello stesso Draghi di tempo fa secondo cui “la n’drangheta non era solo in Calabria…) quasi fosse il Nuovo Verbo. Naturalmente con la rimozione degli “scudi” in proposito e i condoni e le sanatorie da cui nessun governo negli ultimi vent’anni si può chiamare davvero fuori. E intanto la giostra continua. E noi, fermi, a guardarla girare in tondo… 

da Il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010

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A un osservatore disincantato, meglio se straniero, tutta questa canizza mediatica sul caso Santoro può sembrare una faida esagerata o una merce polemica al quadrato, merce su merce. Come è già stato scritto bene qui, ma non solo qui, invece non è esattamente di questo che si tratta. È un sintomo, un evidenziatore, il mercurio su e giù per il termometro di una situazione profondamente guasta. Quando Michele è tornato in video dopo un diktat bulgaro grave e ridicolo insieme, la candidatura, l’elezione e la fuoriuscita dal Parlamento europeo e una sentenza di reintegro del giudice di lavoro pluriconfermata, credo di essere stato il primo a telefonargli in camerino, subito dopo il debutto di “Annozero”. Era una trasmissione importante, ed era importante che fosse tornato in onda. Non ho cambiato idea in questi quattro anni, non l’ho cambiata ora, oggi che a quanto ho capito c’è da mettere una firma sulla fine del suo rapporto diretto con la Rai.
Certo, mi piacciono più i suoi programmi di lui, e questa diffidenza è manifesta quanto tra noi reciproca. Sorrido al suo maoismo alla salernitana, o quando come ultimamente parla di sé in terza persona, alla Mennea d’antan, o quando sfoggia dosi industriali di egotrofismo, morbo che conosco piuttosto bene. 
Ricambia nei miei confronti l’antipatia alla critica, fingendo che io non sia in cima alla lista di quegli epurati Rai che ha sempre detto, fin da quella prima puntata di “Annozero”, di voler difendere e rappresentare. Ma del resto anche nelle avversioni è un uomo “ventrale”, come di ventre sono le sue trasmissioni tv.

Eppure non c’è solo il “ventre”, altrimenti non ne starei a parlare. Santoro è uno dei più capaci ventriloqui di massa e di disagio di massa che ci sia in circolazione, e sa tradurre tutto ciò in linguaggio televisivo, sia quando gli riescono puntate formidabili che quando lascia a desiderare con esiti parziali o contraddittori. Ma non è mai inutile, mai insensato. Tutto il corollario di osservazioni su quanto lui venga pagato, sulla discutibilità delle sue scelte, sulla sua “astuzia mercantile” mi intriga assai di meno. Certo, ha ben presenti anche i suoi vantaggi, ma per lui parlano le trasmissioni che comunque non ti lasciano mai indifferenti. Quello che lo rende meritatamente una star del giornalismo di immagine è questo suo valore intrinseco, e il confronto con il contesto. Penoso, per lo più, volutamente, miratamente, “politicamente” e “culturalmente” penoso. La virgolettatura rimanda a un’idea degli altri e della realtà da parte dei padroni delle antenne che svuota di senso un po’ tutto il lavoro di comunicazione, come se si trattasse sempre e solo di vendere un prodotto inoffensivo. Avete presente il percorso della pubblicità che prima ti vende qualcosa e poi ti vende qualcos’altro che mette in guardia contro quel “qualcosa” già spacciato come appetibile? Ecco, la tv fa questo, e lo fa scientemente.

Santoro, pur dibattendosi come tutti tra servizio e prodotto, non dimentica mai del tutto quella prima parte comunque di servizio che è all’origine del nostro lavoro.
Contestualizzando e paragonando, di questi tempi non è davvero pochissimo. È per questo che se è possibile duole ancora di più che comunque la si metta, giustificandola in mille modi, la rinuncia sia sua: nel clima di azzeramento di un’informazione già ultradimezzata, accedere ai ponti d’oro fattigli dagli amici/nemici di turno significa indebolire tutti coloro i quali, specialmente se giovani, hanno trovato e trovano un “senso” nelle sue trasmissioni. E non necessariamente un senso antiberlusconiano, o dipietresco. La necessità di parlare, di interessarsi al mondo piccolo o grande che ci circonda, va oltre queste dicotomie e persino oltre Santoro stesso e i suoi limiti. Siamo messi troppo male, Michele, perché ci si possa appagare di un “me ne fanno di tutti i colori”. Se non ci sono altri motivi per questa scelta, e voglio credere che non ve ne siano fino a prova del contrario, credo che questa ritirata sia grave per gli altri, non per te. E te lo scrive uno che misurando la biografia personal-professionale sul tuo metro di oggi, si sarebbe dovuto buttare nel Tevere (magari il 1 gennaio, con Mister Okay…).

da Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2010

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