Il nuovo romanzo di Oliviero Beha, storia di un uomo oltre la soglia della maturità.
Ecco un'anticipazione di “Eros
terminal - Il sesso, l'età, il potere" di Oliviero Beha (Garzanti, pagg.
270 pagg, 16.60 euro). In libreria da oggi.
di Oliviero Beha
(Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2009)
Rada, dopo, se lo rimirava con
interesse,come se lo vedesse per la prima volta invece di conoscerlo a fondo
da un paio d’ore. Lui era piacevole, ma veramente piacevole, con
quell’aria armoniosa degli attori di una volta, quei caratteristi che
facevano la fortuna di certe commedie cinematografiche ormai sostituite
dalla tragedia quotidiana di un’era geologica soltanto
violenta.Gli occhi erano quelli giusti per quello sguardo avvolgente
insieme liquido e solido, in grado di entrare nelle persone, di starci
un po’,di solidificare se necessario o voluto, e di uscire di nuovo
liquido. Non era uno sguardo, era un mercurio con tutti gli effetti
ipnotici di un mercurio. La differenza con prima, con sempre, era
l’egopirite, e la sua condizione terminale che aveva bisogno di onorare
il principio di necessità, di sfoltire il superfluo, i rapporti, le
azioni. E se ci fosse riuscito anche con i pensieri?
«A che stai pensando?» chiese lei passandogli la mano sul torace.
«Siamo già al massaggio cardiaco?
Ti ho fatto quest’impressione?» sorrise benevolo.
«Ma no,anzi…prendi qualche prodotto? Ma sì, per la virilità?»
Non aveva mai preso nulla in vita
sua, e il vocabolo «virilità» gli era sempre suonato, fin dal liceo
classico ormai remotissimo, come una tela esile e facile da strappare.
Virilità… Non poteva reggere. Invece vis, forza, e non vir, uomo, poi
peggiorato cacofonicamente in virilità… vis era tutta un’altra cosa.
«Sì, un combinato disposto fortissimo, insomma un cocktail che si
chiama, si chiama…» fece per guardarsi l’uccello in quiete, l’uccellino
tra la peluria ingrigita che lo faceva pensare a quelle foreste
pietrificate dei film in costume… come se intendesse leggere la dizione del farmaco tatuata dove non si dovrebbe.
«Non si legge adesso, ma mi pare di
ricordare che si chiami Glandex.» Lei rimase per un attimo instupidita.
Glielo prese in mano, facilmente, meccanicamente, poi quasi
immediatamente capì. Chiese:
«Glandex? Mai sentito... È come la
faccenda dell’investimento, immagino, vero?» e si rilassò.
«Quella dell’investimento temo sia
vera… anche se mi ero fermato e non ho potuto far nulla… Questa del
Glandex no… Sono come mi hai sentito. E adesso eccolo qua, barzotto.»
«Come barzotto? Che vuol dire?»
domandò la donna delle steppe. «Hai presente le statue, i nudi?» fece
lui brandendo non senza un briciolo di simpatia quella piccola cosa.
«Nel mio paese ero laureata in storia dell’arte, e poi in audiovisivi», commentò lei quasi burocraticamente.
«Barzotto è un po’ dialettale, sta a
significare qualcosa tra il sodo e
il tenero… e il membro delle statue è così, sodo per la materia di cui
è fatto, tenero perché a riposo. Hai visto molte statue con l’uccello
dritto, perfetti marchingegni idraulici quasi fossero dei fontanazzi,
delle pompe…?»
«No, certo, sono membri non proprio molli ma…»
«Barzotti, appunto. Come il mio adesso. Naturalmente e originariamente barzotto, senza aiuti chimici, dico.»
«E per quanto tempo rimane
barzotto?» domandò lei cercando con le labbra di giocarci. Le labbra di
sopra, quelle che completavano le foglie nell’ovale
oriental-occidentale.
«Ancora per un po’, credo, temo…»
risorrise lui tuttavia benevolo, carezzandole i capelli scuri
cortissimi. «E perché così corti?» chiese infatti.
«È un voto… Quando mi sono
prostituita, per un breve periodo fortunatamente, ho fatto il voto che
li avrei portati cortissimi per tutta la vita non appena fossi riuscita
a cavarmela
in altro modo. Prima avevo dei
capelli ricciuti, molto particolari», e cavò dal cassetto del comodino
una foto a testimoniarlo. Pareva un’attrice del cinema muto, assai
espressiva. «Stavi benissimo», declinò lui. «Stavo malissimo», rispose
lei. Lui tacque per un po’,percapire se lei voleva raccontare oppure no.
Voleva raccontare. «Per carità, c’è
di peggio nella vita. Ma avevo una
figlia, e una madre, e insomma è capitato. Come se tu mi dessi del
denaro, adesso, o qualcosa del genere… Mi pagarono una volta, lo rifeci
in un giro abbastanza privato, finì quasi subito perché un tale, un
cliente diciamo, si innamorò di me e mi trovò presto un lavoro molto
periferico nella televisione, qualcosa di appena superiore alla donna
delle pulizie, e di lì abbastanza in fretta feci altre cose fino a fare
il lavoro che sto facendo, e per il quale almeno in parte avevo
studiato. Mia madre nel frattempo è morta, te l’ho detto, mia figlia
studia in un convitto. Il resto del mondo continua a prostituirsi.» «Questo lo so», fece lui. E per un
po’ elencarono le varie forme di prostituzione di cui quella sessuale
era forse la meno ignobile, se slegata dal mondo dei «magnaccia», degli
sfruttatori.
«Anche se è solo e sempre un
problema di parole»,stava dicendo lui, «perché lo sfruttamento del sesso è
da sempre coinciso con il potere, in tutte le forme, e il potere e
ancora
di più il sottopotere è fatto di
sfruttatori. È un mercato non dichiarato, o non dichiarato abbastanza,
di cui si conoscono le regole che ipocritamente vengono
tenute da parte quando è il momento
di negoziare. Che cosa vuoi che sia una prostituta che te lo prende in
bocca per denaro? Un caso, un accidente, un negozio…?» concluse
irrigidendosi appena perché lei non voleva che un signore ancora
piacevole si smarrisse nel fogliame della teoria. C’erano le foglie
della pratica, e Rada lo sapeva quanto lui. Entrambi erano di buon
umore, anche se diversi in tutto. Miracoli della storia dell’arte.
Prima che lui le imponesse con
affettuosa fermezza di interrompere la storia della sua vita, Rada,
ergendosi nuda come una sirena dal pulpito delle lenzuola, fece in
tempo a tracciare lo scenario di quegli anni, esagerato e insieme
statisticamente rappresentativo. Per cercare di convivere con la
prostituzione, non intesa come dimensione dello spirito e della mente
come accadeva ormai con grande frequenza,
bensìbanalmenteconlospogliarsi a comando e prendere uccelli di varia
dimensione, vivacità e humour
in molteplici cavità del suo corpo
allungato e allora lungocrinito, il salice, che all’epoca non aveva
nulla di allegro da sfrondare, si dette allo yoga. Erano tempi in cui
la prostituibilità lasciava comunque dei buchi da riempire e la
meditazione orientale in varie forme pareva essere oltreché di moda
anche d’aiuto. Era in fondo assai schematicamente il polo opposto di un
paio di mutande strappate, e
anzi le rimuoveva dall’orizzonte
psichico. Forse, si disse Zelig in una delle sue passeggiate per i
giardini delle tempie altrui, c’era persino chi riusciva a dare
contemporaneamente il culo a qualcuno e il corpo mistico a qualcun
altro, una divinità, una figura convenzionale o sé stesso.
Comunque fosse, il degrado esterno
costringeva quasi a una forma di compensazione interiore più o meno
sentita. E in un mondo decisamente vecchio e longevo, quindi con più
anni davanti per prefigurare la dipartita, c’era anche chi aveva
pensato bene di trasformare in business dei corsi cosiddetti
«preparatori al passaggio», una specie di Divina Commedia scritta con i
piedi. Come un carciofo con le sue foglie strappate via via, o gli
stadi di un missile: dallo yoga ai corsi preparatori, alla voglia di
vita che qualcuno tirava fuori neppure troppo imprevedibilmente proprio
dal contrappasso di quella speciale e ultimativa preparazione.
Dallo yoga, infatti, Rada ne era
uscita serena nello sguardo e placidamente autunnale nell’erotismo che
effondeva come in quel caso, nella chiesa della sua casa; dai corsi
paraccademici eutanasici i vecchi pronti ad andarsene ne erano invece
sortiti spesso – più spesso di quel che si sarebbe immaginato nello
sconforto circostante – prontissimi a restare, perinde ac cadaver,
davvero fino alla morte gesuiticamente intesa, cioè al contrario. Altro
che preparazione
, non se ne volevano proprio andare
e i corsi li spingevano ad attaccarsi all’osso come se ci fosse intorno
ancora della carne esistenziale da digerire. Scherzi della natura,
quella umana compresa.
Del resto questa voglia di
sopravvivenza in uno scenario mutato, molto più povero, per alcuni
misero ma appunto per questo essenziale, era un po’ quello che stava
accadendo nella routine di tutti i giorni, di giorni nuovi e di nuovo
pieni di bisogni necessari, a partire dall’uso a ritroso di un tempo
che fino a non tanto prima si era impadronito di te senza particolari
riguardi. La catarsi stracciona di una tecnologia regressiva aveva per
esempio diradato di parecchio gli uomini-telefono mobile, quell’umanità
filante come mostriciattoli da cellulare abituata ormai a parlare da
sola, in un autismo giustificato soltanto da un auricolare e
gratificato da bizzarri accessori da E.T. mal riusciti. Se ne vedevano
in giro sempre meno, la crisi essendosi portata via la più parte dei
ripetitori in un deserto di installazioni
che rendeva praticamente inutili quegli apparecchietti morti o agonizzanti a intermittenza.
Pensare che allora, quando ognuno
era più o meno un portatore in-sano di telefonino, il tempo mentale si
era ovviamente ridotto ai minimi termini pur costituendo di suo in
teoria (ma quale?) una porzione forse non del tutto ininfluente del
tempo in sé, del tempo in generale, del generale Tempo. Che era stato
degradato dalle circostanze e dallo stile di vita senza stile a un
modesto sottufficiale nella caserma delle priorità.
Eppure, sostenevano i più lucidi
esegeti della telefonia mobile, altro non era che il prezzo pagato se
non al progresso almeno allo sviluppo della comodità.
Adesso che si era invertita o
almeno convertita la rotta, il tempo si era vendicato, ridilatandosi,
tornando sé stesso, rimettendo gli umani in condizioni e nella
responsabilità di governarlo, di nuovoaltimoneancheinepocaditempeste
travestite da bonaccia. Soprattutto il Generale aveva ripreso a imporre
loro di misurarsi con il famigerato tempo per pensare, quello per
qualche generazione conservato nell’umido delle cantine affinché non
andasse a male del tutto. E questo era avvenuto rallentando i ritmi
delle macchine, dei bipedi, del loro apparato temporale, cioè la strada
che passa tra una tempia e l’altra. Almeno così rimuginava lui, tirando
su senza sforzo apparente la cerniera dei pantaloni e lasciando la
sacerdotessa e il luogo di culto dove avevano praticato un convincente
catechismo reciproco. Non senza averla prima carezzata con lo sguardo.
Sarebbe presto venuto l’autunno, gli dicevano quegli occhi gentili.