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Nel Paese in cui un italiano su due quest’estate non va in vacanza. Nel Paese in cui praticamente tutti i dati sul lavoro, il precariato e la disoccupazione sono preoccupanti. Nel Paese in cui non si vede un barlume di futuro per le nuove generazioni (anche se abbiamo fiducia sul loro “rinascimento biologico”, in attesa di quello culturale). Nel Paese in cui si parla quasi solo di calcio che è però in bancarotta, in cui falliscono i club peggio dei 10 piccoli indiani di Agatha Christie e i tifosi si picchiano già alle prime amichevoli. Nel Paese in cui tutti fanno finta di non sapere che nei locali alla moda è un tripudio di consumo di cocaina, come accade del resto alle fasce meno abbienti della società italiana (cap.”Padri e figli in polvere. Bianca”, del mio ultimo Dopo di Lui il diluvio), muratori e camionisti compresi.

Beh, in questo Paese la politica affronta la realtà solo dal punto di vista del suo vantaggio immediato. Chi è più forte, Berlusconi o Fini? Quanti deputati (o senatori) entrano in transumanza tra i due gruppi parlamentari? Che farà il centro di Casini e il centrino (ricamato) di Rutelli? E la Lega, la Lega vuole le elezioni per il federalismo fiscale o vuole il federalismo fiscale per le elezioni? E Bersani, che fa Bersani oltre a concludere in simpatico “piacentino” tutti i suoi discorsi sul “così non si può andare avanti”?
Mi fermo qui, senza citare neppure Vendola che cerca la “lotta” delle primarie per continuare la sua carriera politica (come è ovvio: ma in un Paese ridotto così non credete che la carriera personale abbia dei doveri particolari?), oppure Di Pietro che “evidenzia una crescita nei sondaggi” o Grillo che da locale passa a nazionale col Movimento a 5 Stelle in un firmamento politico buio, troppo buio.

Il problema è che la situazione politica è una specie di buffet, davanti al quale il denaro e il potere non vanno mai in vacanza: ognuno cerca di prendere dal tavolo quello che gli conviene o quello che può, che riesce ad afferrare sgomitando. Ma non c’è alcun programma, da nessuna parte, non c’è alcun dolore per la situazione del Paese, c’è solo una spartizione di pani e di pesci che ogni tanto cristologicamente o magicamente o truffaldinamente moltiplica le poltrone.
Sembrano automi di fronte al buffet, tutti quanti, se si ricostruisce la storia e la cronaca politica di ognuno. Non c’è nessuno senza cadevari nell’armadio, grandi o piccoli, polverosi o ben conservati, e chi è senza armadio non può entrare nella sala del buffet. Si aggiunga che la vera preoccupazione dei peones alla prima legislatura, cioè la pensione che scatta dopo 30 mesi di Parlamento, è già stata cronologicamente sconfitta e si avrà l’idea di che cosa siamo diventati. Quelli del buffet e noi che non reagiamo e nella vita quotidiana ci adattiamo ai pessimi esempi che vengono dall’alto.
 
Una volta c’erano i governi balneari di Andreotti e soci, che in molti rimpiangono. Adesso, dopo che solo il Gran Silvio ha portato in porto nei 16 anni di cosiddetto “maggioritario” una legislatura intiera, quella dal 2001 al 2006, e invece è caduto prima Prodi, poi D’Alema e ancora Prodi e adesso può cadere “perfino” Berlusconi garantito al voto del 2008 da una maggioranza semibulgara, adesso siamo al buffet balneare della politica e del denaro. Venghino, venghino, tra una “caprese” e un “crudo di pesce”. Davvero un gran passo avanti, ma verso il baratro. Balneare oppure no.
 
da Tiscali notizie, Indietro Savoia 
03 agosto 2010

 

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Ma ci fanno o ci sono? È la domanda che ti picchia in fronte se dai un’occhiata al recentissimo panorama della nostra classe politica. Forse a forza di starci dentro non ci si fa abbastanza caso, e si insegue la notizia del giorno immediatamente rintuzzata e superata da quella successiva. Ma mettiamo che uno sia stato anche solo mentalmente in Sudafrica per un mese, calcistizzato a dovere, e che poi torni stropicciandosi gli occhi incredulo: ma è vero quello che sta accadendo? Mentre infuria la crisi di un Paese a pezzi, i cui numeri sbattono come vele al vento a seconda di chi li produce, la coalizione di governo si spappola sotto gli occhi di tutti, tra un insulto, un disegno di legge contestato, una manovra rigettata e una cena da Vespa. Si spappola da sola, dico, l’opposizione come l’intendenza semplicemente seguirà.

Sulla legge-bavaglio contestata anche dall’Onu in attesa che lo facciano il Convento delle Orsoline e il Bar Marisa, Berlusconi, i suoi e i controsuoi sono quasi riusciti nell’impresa palesemente disperata di ridestare almeno un poco un’opinione pubblica indifferente, oltretutto dimostrando (anche per il futuro) che la piazza se vuole qualcosa può e ottiene. Su questa famigerata legge viene addirittura da pensare che sia stata ordita dall’astuzia della sinistra per mettere in crisi la destra con tali giochi di prestigio. Ma non tutti convengono su questa ipotesi rossa e rosea.
 
E comunque peggio era davvero difficile fare. Sulla commistione tra “casta”, “cosca” e “cricca”, cioè associazioni per delinquere che mettono insieme politica e delinquenza organizzata, ogni giorno ce n’è una, 
 abitualmente covata nel centrodestra ma con il timore più o meno inconfessato che se gratti appena un po’ come prendi prendi bene anche dall’altra parte. Sulla presentabilità dei ministri, ti ritrovi dopo due mesi e più ancora senza Scajola (“la casa a sua insaputa”) e l’interim a Berlusconi in un conflitto di interessi che coinvolge l’intiero sistema-Paese ma di cui lui è la bandiera (o il pennone). E sei pure senza Brancher, dopo la pantomima delle deleghe, delle dizioni ministeriali cangianti, del legittimo impedimento ecc. Non parliamo poi di ciò che dicono, a partire dal premier che se non ci fosse andrebbe inventato per una sinossi cinematografica inarrivabile: “La libertà di stampa non è assoluta”, assevera senza sorridere. Che è concetto anche sostenibile con i dovuti riguardi alla verità e a alla realtà, ma non certo da lui. E forse non oggi, che propone ddl siffatti. Insomma, ci sono o ci fanno?

E dall’altra parte l’unica cosa forte e chiara che viene detta da Bersani e c. è che Berlusconi è impresentabile e ha fatto il suo tempo. A sì? Toh, che splendore politico. Oppure che “Brancher dimesso è una vittoria della sinistra”. Ammazza, ‘sta sinistra, mette paura da quanto combatte e vince... Mentre la base si divide sul nome delle feste (Festa dell’Unità così “comunista” o Democratic Party così “cloonesca”, da Clooney ma anche da clown) oppure su come autodefinirsi: compagni o nativi? Ci sarebbe una terza via onomastica, che vi risparmio per decenza ma è proprio quella che state pensando.
Insomma, via Berlusconi per autoconsunzione, ci toccheranno i suoi siniscalchi/maniscalchi di riporto oppure i cavalieri a piedi dell’Apocalisse all’opposizione che fingono di essere vivi? O tutti loro insieme in un’Arca di Noè che ci viene rubata nel diluvio di Berlusconi e dei suoi postumi? E ancora e infine: ma ci sono o ci fanno? E perché non ci accorgiamo di quanto siano stati geneticamente modificati dal potere grande o piccolo, questi organismi, questi ogm che non mollano mai?

da Il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2010




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Assumo il punto di vista dei terremotati de L’Aquila, oggi in forze (insomma, in molti) davanti a Montecitorio per protestare contro una serie di vergogne. Ma è il punto di vista che mi interessa, per parlare invece di legge-bavaglio e di capolinea epocale. Informare è indispensabile, ma si vorrebbe una legge che ne minasse l’indispensabilità. Una sorta di privatizzazione delle notizie non ancora privatizzate dal potere, in linea per esempio con la privatizzazione dell’acqua.
Ci è stato detto in tutte le salse in questi anni, da Berlusconi in primis ma dall’intiera classe politica poi, prima e dopo. La legge-bavaglio viene ormai da lontano, e basterebbe andare a spulciare chi l’ha proposta durante il governo Prodi e la gestione Mastella, nell’estate del 2007 quando rispuntavano (cfr. il gip Clementina Forleo) le intercettazioni sulle scalate bancarie incrociate degli Orazi del neonato Pd e dei soliti habitué Curiazi dell’allora Forza Italia.
Quindi alla domanda di noi terremotati “dov’erano i politici mentre si preparava questo terremoto annunciato” la 
risposta è: dove sono adesso, e chi più chi meno godevano o godrebbero di questa situazione. Mi si può obiettare: ma adesso è tutto un lustrare l’indipendenza e la libertà della stampa, da Fini a Calabrò. Oggi, sì. Ma ieri e l’altro ieri?

Ancora, dal punto di vista del terremotato assunto come lettera e metafora dello stato del Paese: vorrei che ci fosse uno sciopero a L’Aquila contro le nequizie di questi mesi? Ovvero: vorrei che il 9 luglio prossimo ci si fermasse tutti per evidenziare la legge-bavaglio e le sue potenzialità di forte restrizione per indagini e resoconto delle stesse? Da terremotato rispondo di no: non farei uno sciopero tradizionale a L’Aquila ma anzi cercherei di invaderla con le carriole ancora di più, così come non lascerei i giornali in tipografia. Sono d’accordo con chi propone di uscire con tutte le informazioni possibili sulla legge, le sue conseguenze, gli esempi in negativo a ddl approvato, la biografia (su accennata) di questa volontà politica.

Ma con un giornale gratis, come segno tangibile che in un giorno simile la doppia anima della carta stampata come di ogni mezzo di comunicazione di massa, ossia di servizio e di prodotto, perde questa seconda caratteristica
per rimanere puro servizio (tralascio il fatto che molti giornali usciranno e uscirebbero lo stesso, e tv e radio profitteranno per smaltare la bontà del ddl medesimo). Ancora: mi illuderei di essere uscito dal tunnel del terremoto solo perché la mia parziale “new town” (che suona meglio di “nuova città”, è più adatta internazionalmente al G8... davvero ci vorrebbe un ergastolo linguistico al giorno...) è stata tirata su lontana dal centro storico e dalla sua memoria sulla base di piastre di cemento piazzate dalla Protezione civile? E mi illuderei che fosse sufficiente questa mobilitazione anti legge-bavaglio per evitare il rischio di ulteriori gravi scosse a una democrazia malata quale quella che siamo diventati “sotto gli occhi di tutti”?
Certo che no: l’elenco è quotidiano e sterminato.

Solo negli ultimi due mesi da “cricca” Scajola con le case “a sua insaputa” e Berlusconi che non ne molla la poltrona di ministro. Il grottesco caso Brancher che coinvolge tutta la maggioranza chi più chi meno a colpi di potere usato per coprire magagne o a colpi di debolezza o di inconsapevolezza da parte di chi ponteggia una coalizione “perché non può far altro”. L’avvocato parlamentare (tra i tanti) del Cavaliere Inarrestabile, Ghedini, che “scopre” che Napolitano non ha preso i voti come Berlusconi, dimostrando un’idea della democrazia sub-elettorale che ha rovinato la democrazia stessa. Il voto non come misura ma come supplenza della democrazia. E l’opposizione che non avendo prodotto nulla di suo ormai da secoli
brinda per le dimissioni di Brancher come a “una grande vittoria politica”. Ecc. Ecc. Una scossa dietro l’altra, in un Paese che ha sempre convissuto e male con i terremoti e si prepara ad assistere all’ultimo scrollone, quello dell’unica costruzione eretta con criteri antisismici, la Costituzione. Forza con le carriole, cari, prima che sia troppo tardi.

Da Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2010



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Per l'Associated Press da Jonathan M. Khatz
LISTIN DIARIO http://www.listin.com.do/app/article.aspx?id=133874  
 
Sono stati raccolti 2.200 milioni di dollari ma solo un centesimo per ogni dollaro è andato al governo di Rene Preval. Il rimanente del “malloppo” è nelle mani del governo e delle ONG degli Stati Uniti. Mezzo milione di Haitiani hanno ricevuto tende, ma moltissimi altri rimangono in mezzo alle macerie e dormono coperti solo da un lenzuolo. E piove.
Più di 4,3 milioni di persone hanno ricevuto razioni alimentari d'emergenza, ma pochi saranno in grado di procurarsi il cibo da soli nelle prossime settimane. L'assistenza medica ha aiutato migliaia di infelici, ma a lungo termine sarà molto difficile da mantenere. I gruppi di aiuto internazionale e i funzionari dei paesi ammettono che sono sopraffatti dalla portata della catastrofe.
 
I leader haitiani sono frustrati dal fatto che i milioni di dollari vanno ad agenzie delle Nazioni Unite o di altre organizzazioni non governative degli Stati Uniti e altri paesi. Molti funzionari hanno cominciato a esprimere la loro opposizione nei confronti dei gruppi stranieri, che si dice, sono fuori controllo. Nei giorni scorsi, qualcuno ha scritto: "Abbasso i ladri ONG" sui muri della strada tra l'aeroporto internazionale di Port au Prince, la sede provvisoria del governo e la base delle Nazioni Unite. 

Nella preparazione di un vertice dei donatori per il 31 marzo a New York, molti hanno discusso il denaro che è venuto ad Haiti. Il contributo, infatti, è venuto da molti luoghi e dai posti più impensati. Dalle Nazioni Unite per l'analisi è emerso che le donazioni private sono una gran parte degli aiuti totali, accumulando più di 980 milioni della somma che è già stata consegnata e che i donatori si sono impegnati a fornire.
Gli Stati Uniti hanno superato gli altri paesi con le sovvenzioni per un totale di 713 milioni dollari, seguiti da Canada, Francia, Spagna, Regno Unito, il Giappone e l'Unione europea e gli altri donatori. L'Arabia Saudita ha dato 50 milioni di dollari della sua ricchezza petrolifera per l'Emergency Response Fund delle Nazioni Unite. Anche i paesi con gravi problemi interni sono stati rapidi per aiutare Haiti, l'Afghanistan ha offerto 200.000 dollari. 
Poi c'è un agente immobiliare che ha inviato i tendoni in precedenza utilizzati dal Cirque du Soleil per 5 milioni di dollari. Leonardo DiCaprio e Coca-Cola hanno donato un milione di dollari e 100.000 $ Dollar General. Hanesbrands ha inviato due milioni di paia di mutande.
 
Ma il primo ministro haitiano Jean Max Bellerive, e altri leader, non sono soddisfatti del modo in cui vengono impiegati i soldi. "Le Ong non ci dicono ... da dove viene il denaro o il modo in cui lo stanno spendendo ", ha detto all'Associated Press. "Troppe persone fanno la raccolta di fondi senza alcun controllo e non spiegano che cosa stanno facendo con essi." Un centesimo per ogni dollaro è andato al governo per Rene Preval e degli altri soldi non si sa nulla.
 
Decine di milioni nelle mani delle ong.
I fondi provenienti dalle amministrazioni pubbliche straniere tendono a finire ai Paesi che dovrebbero aiutare Haiti. L'Unione Sportiva Agency for International Development ha pagato almeno 160 milioni dollari per i suoi costi complessivi per l'intervento a Haiti per il Dipartimento della Difesa. Decine di milioni sono andati a gruppi di aiuto statunitensi. Mentre gran parte di essi ha acquistato prodotti alimentari e prodotti per il primo soccorso per gli haitiani, tramite  società americane, come i coltivatori di riso con le sovvenzioni, che già facevano male al mercato locale di Haiti e  rovina gli agricoltori locali. 
 
(traduzione di Aldo Vincent)

 

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Dopo lo sciopero della fame iniziato il 13 dicembre da Gaoussou Ouattarà, membro della Giunta dei Radicali italiani con altri 300 immigrati e proseguito da Shukri Said dal 1° gennaio sino al giorno 20, al termine del suo ricovero in clinica avvenuto il precedente 16 gennaio, e ancora attualmente proseguito, con adesione sino a 503 immigrati tra cui Kurosh Danesh, dirigente nazionale della CGIL e Piero Soldini, responsabile dell'immigrazione della CGIL.

Shukri Said, Segretaria e Portavoce dell'Associazione Migrare, lancia il suo 
APPELLO AL GOVERNO ITALIANO ED AL MINISTRO ROBERTO MARONI
 
- Chiediamo al Governo italiano ed al Ministro Roberto Maroni di rispettare il termine di venti giorni fissato nel Decreto Legislativo n. 286/1998 (Testo Unico dell'Immigrazione così come modificato ed integrato dalla Legge Bossi-Fini n. 189/2002) per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno agli immigrati.

- Stigmatizziamo che, attualmente, siano necessari dai sette ai quindici mesi e che la procedura preveda che l'immigrato, nell'attesa, disponga solo di un cedolino che non ha le caratteristiche per essere univocamente riconosciuto come documento sostitutivo del permesso di soggiorno.

- Segnaliamo che il possesso di quel semplice cedolino è motivo di abusi contro gli immigrati che si vedono ridotti, di fatto, i pur limitati diritti di cui godono in Italia.

- Sollecitiamo affinché, da subito e come misura d'urgenza, venga modificata la procedura nel senso che l'immigrato possa disporre del permesso di soggiorno, anche durante il periodo del suo rinnovo, mediante l'apposizione di un timbro che ne attesti la validità oltre la scadenza legale e sino alla sua sostituzione con il documento nuovo.

- Invitiamo al più celere smaltimento dell'arretrato di circa un milione di pratiche attualmente nelle mani dello Stato.
 
Hanno già sottoscritto l'appello Oliviero Beha, Rossana Rossanda, Maura Cossutta, Jean Leonard Touadì, Pino Di Maula, Massimo Orsini, Furio Colombo, Antonio Padellaro, Massimo Bordin, Concita De Gregorio, Cesare Buquicchio, Dino Greco, Gian Antonio Stella e le testate Terra, Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, L'Unità, Radio Radicale, Liberazione.


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